Dove s’attacca muore

CaulobacterUna squadra di biochimici della Brown University dell’Indiana ha pubblicato un articolo, sintetizzato anche nelle pagine scientifiche della BBC, sulle straordinarie capacità del Caulobacter crescentus di secernere un adesivo che gli permette di aderire sott’acqua alle superficie che colonizza, senza essere spazzato via dalle onde.

Con tecniche di micromanipolazione gli scienziati sono stati in grado di stabilire la forza adesiva di questo batterio che è risultata sorprendentemente alta. In termini volgarmente approssimativi, cinque volte più tenace della colla più forte che si conosca.

Da inveterato sostenitore delle colle (e in subordine dei più recenti nipotini: i nastri adesivi) mi sono molto rallegrato della notizia che conferma la mia “fede” sul futuro radioso di colle e collanti alla quale sono sempre stato devoto.

Ricordo con affetto i grumosi crogiuoli nei quali i falegnami scaldavano la colla “garavella”, prima dell’avvento delle lattiginose colle viniliche a freddo e delle portentose gelatine attaccatutto dal profumo conturbante, fino ai recentissimi mostri di appiccicosità istantanea che ammiro, ma senza alcun trasporto emotivo.

Nessun Attac al mondo potrà mai scacciare dai miei affetti la vecchia soluzione di para con cui continuo ad attaccare le pezze alle camere d’aria della bici, dopo le inesorabili e maledette forature, tuttavia resto in trepida attesa dei prodotti derivati dal Caulobacter che sono riusciti a “mungere” dal batterio e a far depositare su di una superficie, ma… poi non si stacca.

Gita al faro di Goro

In un bel sabato di ottobre siamo andati a fare un giretto nel delta da Gorino fino al mare, lungo il Po di Goro e le valli circostanti popolate da germani, fischioni, alzavole, aironi cinerini e centinaia e centinaia di gabbiani. La motonave Pricipessa ci ha portato confortevolmente a spasso sul fiume e sui canali che solcano le terre umide più grandi e più belle d’Europa, con buona pace della tanto reclamizzata Camargue. Il segreto di tanta bellezza va cercato, forse, nella mancata pubblicità che ha salvato le vicine valli di Comacchio ed il delta da orde di turisti frettolosi.

Il faro si trova sull'”Isola dell’amore”, una lingua di terra selvatica, lunga diversi chilometri e stretta poche centinaia di metri, all’estremità del Po di Goro. La bianca torre che sostiene la lanterna è circondata sul lato occidentale da una bassa costruzione nello stile semplice di tutta “la bassa”. Al primo piano c’è un ristorante alla buona, aperto tutta estate, dove si mangia ottimo pesce fresco, cucinato nel modo tradizionale e servito come si deve, senza i disgustosi orpelli che a volte funestano le portate pretenziose dei ristoranti alla moda: cibo mediocre, prezzi salati. A “La lanterna” sotto il faro, invece, si mangia bene al giusto prezzo e dopo pranzo, se il caldo non è scoraggiante, si può fare una passeggiatina digestiva lungo la spiaggia selvatica cosparsa di relitti marini.

Durante la bassa stagione, invece, si può mangiare buon pesce in un ambiente confortevole sulla “Principessa”, attraccata all’isola, come abbiamo fatto noi nei giorni scorsi, e godersi ugualmente una passeggiata sui sentieri stretti fra i canneti e le lingue d’acqua, fino al faro e oltre.

Come sia d’inverno lo scopriremo.

Clicca sulla foto del faro oppure qui per vedere una sequenza d’immagini sul Po di Goro.

L’Uruguay ha rotto il ghiaccio

Centomila computer da 100 $ ordinati dall’Uruguay per i propri bambini.
Nicholas Negroponte, il celebre guru del MediaLab presso l’MIT, ha dichiarato che quello del paese sud-americano è il primo ordine effettivo di uno Stato per dotare i bambini in età scolare di computer a basso costo, ricaricabili con energia solare o con rustici e robusti sistemi a pedale o a manovella.
L’ambizioso progetto umanitario OLPC (One Laptop Per Child XO Computer) che si propone di arrivare a distribuire un computer a ciascun bambino, a partire dai paesi poveri e più svataggiati, continua ad incontrare prevedibili ostacoli di realizzazione.
Pare che passare da entusiastiche adesioni a parole di ministri e capi di Stato, alla successiva fase in cui si stacca l’assegno sia piuttosto arduo.
Senza ordini di massa, poi, risulta anche problematico far partire una produzione su larghissima scala, la sola che permmetterebbe di contenere il costo a 100$ (60€) al pezzo. Anche l’Italia pare che sia “in ritardo” nel realizzare la promessa di cinquantamila portatili XO destinata ai bambini etiopici.

Non resta che sperare che l’esempio dell’Uruguay, che per primo ha “rotto il ghiaccio”, sia virtuosamente contagioso e spiani la strada alla realizzazione in tempi brevi del progetto OLPC.

Quante tortillas al kilometro consuma il tuo fuoristrada?

Il cibo più poplare messicano è la tortilla: una focaccia sottile fatta di farina di mais impastata con l’acqua e cotta su di una piastra rovente. Il mais è la cultura più importante non solo del Messico, ma di una vasta area americana a cavallo dell’equatore, ma sfortuntamente, la produzione locale è inferiore al consumo e la resa delle tradizionali varietà di granturco va dalle 2 alle 5 tonnellate per ettaro contro le 9 o 10 di alcune varietà transgeniche.

In quest’area geografica, pertanto, il problema dell’introduzione di mais OGM è molto serio e dibattuto ancora più che altrove, se si pensa che da ottomila anni il granturco è il nutrimento principe delle popolazioni mesoamericane, al punto che nel Popol Vuh, il libro sacro della civiltà precolombiana Maya, si dice che gli dei plasmarono l’uomo usando polpa di mais. Ora questi uomini di mais si trovano fra l’incudine e il martello: da una parte l’aggressiva politica di espansione commerciale delle grandi compagnie nordamericane produtrici di varietà transgeniche ad alto rendimento; dall’altra il timore di veder sparire per sempre decine di varietà autoctone affinate attraverso secoli di selezioni per rispondere meglio alle esigenze alimentari e climatiche mesoamericane.

A complicare ulteriormente il puzzle si è aggiunta da poco la risoluzione dell’Europa d’incrementare significativamente e in tempi brevi il consumo di combustibili di origine vegetale al posto di quelli tradizionali di derivazione fossile, per contrastare l’inquinqmento da anidride carbonica.

Il mais, insieme alla canna da zucchero, all’olio di palma ed altre piante meno esotiche, è considerato, appunto, fra i vegetali più adatti “all’estrazione di benzina vegetale”. In altre parole, il carburante per le auto europee contenderà la materia prima che serve, da milleni, a preparare le tortillas di cui vivono i messicani, soprattutto i più poveri, che già hanno cominciato a manifestare contro i rincari madornali del loro cibo nazionale.

Se, come affermò il meteorologo Lorenz: “… è sufficente il battito d’ali di una farfalla in Brasile a provocare una tromba d’aria nel Texas” non ci vuole una grande immaginazione per predire uragani economici e sociali da mosse tanto destabilizzanti come la conversione di intere aree agricole del mondo da culture destinate all’alimentazione umana ed animale alla locomozione meccanica.

Quante tortillas al kilometro consuma il tuo foristrada, Gringo?

Modigliana

Modigliana RA
Vigneti fra Modigliana e Brisighella

Ieri, dopo parecchio tempo, siamo tornati a Modigliana, nelle amate colline faentine dal clima dolce, dagli splendidi frutteti e vigneti e dagli inattesi scorci leonardeschi di colline boscose che sfumano all’orizzonte stemperandosi nel cielo.

Il paese è attravesato dal torrente Marzeno, dall’aria docile e ben educata sul suo letto selciato ed è sormontato dalla Roccaccia; un rudere impressionante di una fortezza dei conti Guidi, un tempo signori del territorio. In ricordo degli antichi signori c’è La cantina dei conti dove torniamo sempre volentieri a pranzo, quando siamo in zona: buona accoglienza, buona cucina, giusto prezzo.

In passato vi incontrammo un celebre autore di dizionari che, ormai piuttosto avanti negli anni, lasciata la città, era tornato al paese di origine e pranzava abitualmente alla cantina. In quell’occasione, al termine di una lunga conversazione cordiale, ci suggerì una stretta strada di crinale che porta a Brisighella.

Da allora, non manchiamo mai di ripercorrerla al ritorno. Guardando verso Nord, oltre i colli più vicini, gli occhi si perdono sulla larga pianura romagnola. Gli scorci panoramici, anche nel versante Sud più aspro, sono numerosi e verrebbe voglia di fermarsi a fotografare ogni mezzo chilometro.

La sequenza di foto in formato di presentazione Flash che puoi attivare cliccando qui o sulla foto, è una selezione degli scatti di ieri: una giornata novembrina dolce, nuvolosa con cieli variabili e rare apparizioni del sole.

Latte crudo appena munto

latte crudo appena muntoIeri pomeriggio, tornando a casa dopo la solita scorpacciata di letture varie nella biblioteca Sala borsa, dove trascorro parte dei miei pomeriggi in città, ho attraversato piazza Maggiore aggirando “il crescentone”, occupato per intero da una struttura in allestimento di bianche cupolette di plastica, e imboccato via delle Pescherie vecchie. E’ un percorso simpatico fra piccoli negozi di frutta e verdura ricavati in cavità murarie che lasciano uno spazio minimo per l’esposizione della merce in vendita e una sacrificatissima postazione per il venditore.
All’inizio della strada, però, c’è una sontuosa bottega a due piani di formaggi; ha una grandezza quasi provocatoria, nei confronti degli altri piccoli fruttivendoli.
Passando, guardo sempre le vetrine attraenti, ma piuttosto ripetitive: è difficile stupire con forme e formelle di formaggio, seppure esotico o raro. Ieri però c’era un cartello stuzzicante per un accanito bevitore di latte come me: “Latte fresco crudo”.
Un recente servizio televisivo aveva magnificato questo nuovo tipo di distribuzione di latte “appena munto e non trattato” attraverso erogatori refrigerati a fontanella: infili le monetine, ficchi il contenitore (in questo caso una bottiglia da latte di plastica) sotto l’erogatore e attendi che il rcipiente sia pieno per bertelo subito o portartelo via.

Detto-fatto: entrato, raggiunto distributore al primo piano, infilati soldini, estratta bottiglia piena, bevuto latte a collo, senza tante cerimonie. Non vedevo l’ora di risentire il sapore del latte appena munto che da bambino andavo a prendere in bici, al tramonto, nel podere di famiglia. Lo ricordo bene quel sapore del latte tiepido, pieno, cremoso. Una giovanottina pimpante, intervistata nel corso del servizio televisivo, aveva appunto manifestato la sua soddisfazione per avere finalmente ritrovato il sapore vero del latte appena munto.

Io, invece, sono rimasto deluso.

Non assomiglia minimamente al vero latte appena munto che si beveva il secolo scorso, quando ancora le stalle delle nostre parti erano popolate di vacche autoctone (come la rimpianta bianca modenese) che producevano una quantità di latte minore delle frisone pezzate, ma incomparabilmente migliore. Il latte che ieri ho spillato dal distributore refrigerato era piuttosto acquoso, sicuramente non migliore del buon latte fresco di alta qualità che troviamo da tempo nei supermercati, anzi.
Pazienza: una piccola delusione in più da dimenticare al volo, scherzandoci sopra con un fotomontaggio ad hoc.
L’ultima volta che ho bevuto un latte superbo, con due dita di panna depositata sul collo della bottiglia di vetro fumè, è stato trent’anni fa in Danimarca. Chissà se gli amici danesi lo imbottigliano ancora? Varrebbe la pena di fare un salto nello Jutland, tanto per controllare.

Cari confratelli di latte, fatemi sapere cosa ne pensate del nuovo “latte crudo appena munto”. Io vi ho raccontato la mia esperienza deludente qui a Bologna, ma forse altrove…

Pieve del Pino

calanchi bolognesi

Dopo aver pranzato fuori porta, abbiamo deciso di rincasare passando dai colli: il sole era splendente, il vento non sembrava tanto forte in città e i colori della vegetazione collinare molto promettenti.
Dalla fondovalle del Savena abbiamo preso a salire per la strada tortuosa e ripida che porta o a Badolo o alla valle del Reno o, svoltando per Pieve del Pino, prima a Paderno poi a Monte Donato e, infine, direttamente a casa nostra in un paio di chilometri in discesa.
Il cielo era terso, i colori autunnali gradevoli, la visibilità ottima, la strada deserta… e il vento furibondo.Scattare le foto cercando l’immobilità si è rivelata un’impresa. A tratti, la raffiche mi travolgevano e respingevano come in una giornata di bora a Trieste o in un giornata qualsiasi in Islanda.

A dispetto della situazione molto insatabile ho scattato una ventina di foto dei calanchi dietro casa. Se vorrai, potrai vederne, gentile lettore, una selezione in formato flash che, come sempre, permette di scegliere fra l’avanzamento temporizzato automatico o quello manuale.
Clicca qui
o sulla foto rollover a sinistra per attivare la presentazione.

Pasolini, Callas e Medea

piazza Santo  Stefano a Bologna

Al pianterreno di una delle pittoresche case Bovi di piazza Santo Stefano a Bologna si trova, tra l’altro, la grande e lussuosa galleria d’arte Ta Matete che ospita fino al prossimo primo dicembre una interessante mostra ( ”Pasolini, Callas e Medea”) di settanta foto di scena, scattate da Mauro Tursi durante le riprese in Cappadocia della Medea di Pasolini.
Il principale soggetto delle foto è inevitabilmente Pasolini che dirige, intrattiene, conforta Maria Callas soffocata dai pesantissimi abiti di scena, mentre il resto della troupe è in calzoncini e camicia o addirittura in costume da bagno. Il caldo doveva essere micidiale e la povera Maria svenne addirittura, come mostra una delle tante belle foto in bianco e nero che testimoniano eloquentemente l’affettuoso rapporto fra Pasolini e la Callas, più volte riaffermato, in seguito, anche da Dacia Maraini, loro compagna di viaggio in Africa, insieme a Moravia.

In numero minore, ma non meno belle e interessanti sono anche le foto in cui appaiono le comparse in abiti di scena disposte sapientemente sullo sfondo di uno dei paesaggi più suggestivi al mondo: la Cappadocia, appunto. Per chi fosse interessato, le foto sono in vendita al modico prezzo di 1200 € (diconsi milleduecento) cadauna.

Sono contento di avere visto questa mostra e le bellissime sale affrescate della galleria dove non sarei mai entrato di mia iniziativa, ma “se guidato, si orienta”, come si diceva degli scolari più testoni. Oltretutto mi ha ricordato il bel viaggio in auto in Cappadocia che facemmo una trentina di anni fa, quando il ricordo di Pasolini fra la popolazione locale era vivissimo e molto positivo. Ora non mi resta che ripescare e rivedere il film che a suo tempo mi piacque moltissimo e fu la causa prima del viaggio.

Clicca qui o sulla foto rollover per attivare una presentazione di foto di piazza Santo Stefano e dintorni.Cappadocia

I transistor da calcio

nanochipI chip al silicio avrebbero gli anni contati, una decina, pare. Benché godano di ottima salute e siano in grado di ospitare milioni di transitor in una superficie pari ad un eurocent si stanno saturando e, fra non molto, non saranno più in grado di ospitare neppure un transistor in più.
Secondo gli esperti l’attuale ritmo di crescita, espresso efficacemente a spanne dalla legge di Moore ( le prestazioni dei processori, e il numero di transistor ad esso relativo, raddoppiano ogni 18 mesi), non potrà essere mantenuta a lungo, principalmente per le crescenti difficoltà di ulteriore miniaturizzazione dei transistor.
Da qui, la frenetica corsa dei centri di ricerca più dotati di cervelli e di dollari alla scoperta di nuovi materiali alternativi al silicio, oppure di nanostrutture di carbonio cinquantamila volte più sottili di un capello o, ancora, di nuovi componenti elettronici: i memristori. Minimi già ora e ulteriormente miniaturizzabili, sarebbero capaci di collaborare, se non addirittura di sostituire completamente i vecchi transistori. Staremo a vedere.

Nel frattempo, chissà che fine hanno fatto le migliaia di radioline giapponesi a pila, i cosiddetti “transistor”, appunto, che i maschi adulti italiani tenevano incollate all’orecchio per tutta la durata di “Tutto il calcio, minuto per minuto”, quando le partite di football si giocavano sempre la domenica pomeriggio e gli stadi erano luoghi chiassosi, ma frequentabili.
Preistoria!

La piazzola a Bologna

La piazzola a Bologna

La piazzola è lo storico mercato all’aperto di Bologna che si tiene (dal 1219 ?) settimanalmente il venerdì e il sabato in piazza Otto Agosto. Dal Medio Evo in avanti ho il sospetto che abbia subito parecchi cambiamenti; dei più recenti e significativi sono testimone diretto. Quando ero al ginnasio era fondamentalmente un mercatino delle pulci: roba vecchia, rastrellata da soffitte e cantine da rigattieri locali. Qualche fortunato mattiniero con molto occhio poteva trovare al prezzo di una crosta anche quadri di discreto pregio, bei pezzi di ceramica faentina, residui di servizi principeschi andati a finire in fondo ai pozzi per le inarrestabili faide delle famiglie patrizie che imponevano la damnatio memoriae di precedenti alleanze e dei loro simboli araldici.

C’erano vecchie macchine fotografiche a soffietto, begli alari buttati via per l’avvento dei termo a carbone e la frettolosa chiusura dei camini, peltri e bronzi un po’ ammaccati, pipe di terra cotta rossa con la testa di Garibaldi o, più raramente, elganti pipe nere ottagonali di Chemnitz, dell’epoca di Cecco Beppe.

C’erano anche buffet e controbuffet, scartati per far posto alle cucine all’americana in formica; cassapanche e vecchi armadi in noce massiccio, alti e stretti, banditi da moderni armadi a muro di trucciolato impiallacciato e, naturalmente, camice, vestiti e cappotti un po’ lisi e molto vissuti.

Frequentati da un pubblico prevalentemente femminile, c’erano alcuni banchi di bigiotteria con pregevoli pezzi liberty mescolati a gioielli della nonna con ametiste e coralli, ochiali pence nez, ciondoli, teiere argentate senza più patria.

Meno interessante era la più vasta area del “nuovo”: una grande merceria all’aperto di biancheria a buon mercato con pochi personaggi caratteristici come “Marino poeta contadino” che vendeva ufficialmente lamette, come pretesto per poter recitare e smerciare in audio-cassette registrate le sue “zirudelle”, nella tradizione dei cantastorie e degli arruffapopolo che aveva visto eccellere durante il fascismo il grande Biavati, paladino dell’antifascismo di strada, ironico e corrosivo: popolarità immensa, poca galera, zero quattrini.
Ma lo spasso maggiore nell’aggirarsi fra i banchi erano le battute, i commenti e gli scherzi che si scambiavano fra loro i venditori ambulanti in bolognese o in dialetti forestieri parlati nelle vicine campagne modenesi o ferraresi. Romagnoli o emiliani del far west non ne ricordo: battevano altri mercati.

Da pochi, pochissimi anni la situazione è cambiata radicalmente: molti africani, magrebini, andini, cinesi e altri asiatici hanno rimpiazzato con le loro merci gli ambulanti locali e si rivolgono in un italiano stentato ad un pubblico altrettanto eterogeneo con una forte presenza di giovani donne musulmane con bambini e badanti “russe” di mezza età, a gruppetti di tre o quattro. Nella cacofonia delle lingue sono annegate per sempre le battute in dialetto e l’atmosfera scherzosa da cui nascevano. Le merci in vendita assomigliano più ad un mercatino estivo apolide d’Ibiza che al nostrano mercato delle pulci di tradizione europea.

Manco da tempo da Porta Portese, dal mercato delle pulci di Saint-Ouen a Porte de Clignancourt a Parigi o da Portobello a Londra e non so se abbiano fatto la stessa fine. Di certo la piazzola di oggi non è più il mercato provinciale dei bolognesi, rimpiazzati da un mondo di etnie variopinte e dalle nuove leve studentesche (centomila, fra ospiti e locali) che trovano anche abbigliamento punk, stivaloni alla moda e attrezzature di provenienza esotica per “fumare” erbe di loro gusto.

In una piccola serie di foto, nell’abituale formato flash, ho raccolto, non senza difficoltà, un campione delle merci in vedita; per vederla clicca qui o sulla foto. Fotografare in una pubblica piazza è diventato un problema: chi scatta diventa subito sospetto a clandestini e turbatelli di ogni specie, ma non bisogna farci troppo caso.

Il mercato di mezzo a Bologna

Il mercato di mezzo o quadrilatero romano è una raganatela di stradine che portano ancora i nomi delle compagnie di artigiani che le popolavano nel Medio Evo: via Drapperie, via degli Orefici, via Pescherie vecchie, via Caprarie (macellerie ovine), via Clavature (fabbri).
A EST di piazza Maggiore, il cuore di Bologna, ancora oggi sono pienamente dedicate ad un’attività mercantile, anche se i mutamenti recenti non sono stati di poco conto e, proprio in questi giorni, una disputa infiamma i rapporti fra Comune e ASL sulla destinazione di una parte cospicua di mercato coperto, da poco bonificata e restaurata.

Negli ultimi anni la strada che ha subito il maggior “degrado” storico è via Clavature che non conserva più alcun vestigio degli antichi maestri fabbricanti di serrature (clavature) e di altre opere in ferro battuto più ordinarie, ma, ormai, è stata colonizzata dagli stilisti internazionali con le loro vetrine abbacinanti, popolate di manichini anoressici e, dietro, il negozio sempre vuoto.
Oltre al ricchissimo magazzino di ceramiche, al sontuoso cestaio e all’antica cartoleria, i colonizzatori hanno ingoiato perfino Schiavio-Stoppani, celebre negozio di abbigliamento e merceria di proprietà di Angiolino Schiavio, classe 1905: una leggenda del Bologna football club ai tempi in cui “il Bologna” era “uno squadrone che tremare il mondo fa”.
Via Clavature è un esempio perfetto del decadimento commerciale del centro di Bologna: solo caffè invadenti strade e portici e, soprattutto, negozi di abbigliamento, scarpe e biancheria, gomito a gomito l’uno con l’altro a dozzine, in una vorticosa ridda di fallimenti e ristrutturazione perpetue. Uscendo dal mio ufficio nella centralissima via Ugo Bassi avrei potuto scegliere fra cinque corsetterie per signora nel raggio di cinquanta metri, ma guai se avessi avuto bisogno di un paio di comunissimi lacci per le scarpe.

Per fortuna, nel quadrilatero romano resitono ancora bottegucce e bei negozi di alimentari degni della nostra tradizione di mangiar bene. Non saranno la Boqueria di Barcellona o il suk nella medina di Marrakech, ma restano una simpaticissima meta per fare la spesa o anche per passeggiare semplicemente fra la folla di acquirenti e curiosi in vena di spassarsela in un fazzoletto di bengodi nostrano.

Ho raccolto nell’abituale formato di presentazione flash una selezione di scatti recentissimi sul mercato, privilegiando le merci al pubblico. Clicca qui o sulla foto per vederle.

Tappeto volante


-Buonasera.
-Buonasera signore, una sfoltitina ai capelli?
-Magari! Ma ormai sono quasi pelato, non vede?
-Dicevo solo un’aggiustatina alle tempie e al coppetto, quelli sono gli ultimi a sparire e non bisogna trascurarli finché ci sono.
-Ha ragione, ma mi sembrerebbe un po’ come portare uno scalzo dal lustrascarpe. Volevo chiederle solo un’informazione.
-Dica pure, se posso, ben volentieri.
-Sa dirmi come arrivare a via Mirasole?
-Certamente, ma mi cavi una curiosità, ci va per un tappeto?
-Perché, vendono bei tappeti a buon mercato?
-No, né a buon mercato, né cari arrabbiati. Niente tappeti in via Mirasole.
-E allora?
-Appunto, dicevo fra me, se questo signore distinto va a cercare un tappeto in via Mirasole fa un viaggio per niente, quando lo potrebbe trovare qui da me senza neanche fare un passo, che oggi fa anche freddo.
-Ma Lei non sarebbe un barbiere, proprio quel barbiere che un minuto fa voleva spuntarmi questi quattro peli?
-Proprio lui, e lei non sarebbe quel signore che ci ha ripensato? Ha fatto bene, sa; si accomodi qui in questa bella poltrona, che il tappeto non scappa.
-Non scappa? Sarebbe bella anche questa; cosa tiene un tappeto volante alla catena nel retrobottega?
-Lei ha voglia di scherzare, è solo un modo di dire; è un bel persiano antico, ma sembra nuovo … tanti di quei nodi che le bimbe che l’hanno fatto, là al suo paese, devono essere diventate matte, poverine, ma ormai saranno tutte andate in pace da un pezzo, et lux perpetua luceat eis, amen. Uno che se ne intende m’ha detto che è molto antico, del ‘700, forse.
-Addirittura, ma a me serve un carriolino, moderno o antico, basta che faccia il suo servizio.
-Di quelli da spingere a mano o da tirare con la bicicletta? Magari con due ruote a raggi e un piano di carico rettangolare con sponde basse…
-Bravo, preciso sputato come l’ha descritto. Ce ne ha uno così, nascosto da qualche parte, dove tiene i tappeti?
-Io? No, non ci penso nemmeno; faccio il barbiere, io. Cosa vuole che me ne faccia di un carriolino?
-Quando lo descriveva sembrava che l’avesse davanti agli occhi…
-E’ perché ne aveva uno così un vecchio carbonaio che, di giorno, lo lasciava sotto il portico davanti alla sua bottega. Prima di cambiar casa ci passavo davanti tutte le mattine. Chissà se…
-E dove sarebbe, allora?
-Proprio qui dietro in via Mirasole, come le avevano detto. Una spuntatina, intanto?
-Appena, appena che c’è già fresco e hanno detto che sta per arrivare un freddo da battere i denti.