In pace

Quando Martino uscì di casa, non aveva maturato alcun proposito chiaro, tantomeno quello di farsi travolgere da un treno in corsa, anche se la Freccia del Sud sarebbe passata di lì a poco con il suo impressionante frastuono metallico e la malinconica scia di polvere e cartacce.

Era uscito dalla porta posteriore accompagnandola con la mano perché non sbattesse. La casa era silenziosa e dalle persiane socchiuse la luce dorava il pulviscolo prima di disegnare un triangolo netto sul pavimento di mattoni, lasciando tutto il resto nella penombra. Un paio di mosche agonizzavano freneticamente sulla carta moschicida appesa al soffitto.

Senza vederli, lasciò scorrere lo sguardo sul disordinato panorama di attrezzi arrugginiti, sui cumuli di legna ancora da spaccare, sulla falciatrice meccanica da riparare, vicino al pozzo dismesso e al trattore a riposo poco sotto la massicciata, alta come un argine.

Si era incamminato lungo i binari senza una vera ragione, forse perché la strada carrozzabile era più distante da casa e più frequentata della via ferrata. In quel momento non aveva voglia d’incontrare qualche vicino che vedendolo a quell’ora in camicia bianca, con le mani sprofondate nelle tasche gli facesse qualche domanda o lo salutasse, semplicemente.

Fatte poche decine di passi verso il ponte, offuscato dal tremolio della calura, si voltò indietro a guardare casa sua ed il filare di pioppi della carreggiata ghiaiosa che la raccordava alla provinciale e, più in là, ma con la stessa indifferenza, si soffermò sul campanile muto, accostato alla pieve di mattoni, chiusa da anni e avviata alla rovina.

Padulle

Cercò di ricordarsi l’ultima volta che era stato svegliato dalle campane slegate dopo la Pasqua, ma non riuscì a ripescare dalla memoria niente di più di una sensazione sbiadita, un ricordo confuso di ramoscelli d’ulivo benedetto, bagnati nell’acqua santa, da appendere ad un chiodo perché ingiallissero sul muro di cucina. C’era poco da rimpiangere, del resto; erano stati anni duri, quelli, di polenta scondita e inverni freddi con poca legna da bruciare, una nebbia cattiva e il ghiaccio dentro i vetri di casa.

Ricominciò a camminare al centro dei binari. Faceva lunghi passi cercando di poggiare i piedi sulle traversine di castagno per evitare la ghiaia tagliente; camminava sempre più in fretta, quasi temesse di mancare un appuntamento. Giunto sul ponte, accaldato e ansimante, prese fiato, quasi fosse arrivato alla meta e si fermò a contemplare la curva placida del fiume, maestosa e immutabile. Una frasca di salice si abbandonava mollemente alla corrente silenziosa. Una pace perfetta, se non fosse stata turbata dal presentimento del rumore irriverente prodotto dal treno al suo passaggio sulle arcate: un frastuono sempre più forte, insopportabile, quasi fosse veramente alle sue spalle.

Dove s’attacca muore

CaulobacterUna squadra di biochimici della Brown University dell’Indiana ha pubblicato un articolo, sintetizzato anche nelle pagine scientifiche della BBC, sulle straordinarie capacità del Caulobacter crescentus di secernere un adesivo che gli permette di aderire sott’acqua alle superficie che colonizza, senza essere spazzato via dalle onde.

Con tecniche di micromanipolazione gli scienziati sono stati in grado di stabilire la forza adesiva di questo batterio che è risultata sorprendentemente alta. In termini volgarmente approssimativi, cinque volte più tenace della colla più forte che si conosca.

Da inveterato sostenitore delle colle (e in subordine dei più recenti nipotini: i nastri adesivi) mi sono molto rallegrato della notizia che conferma la mia “fede” sul futuro radioso di colle e collanti alla quale sono sempre stato devoto.

Ricordo con affetto i grumosi crogiuoli nei quali i falegnami scaldavano la colla “garavella”, prima dell’avvento delle lattiginose colle viniliche a freddo e delle portentose gelatine attaccatutto dal profumo conturbante, fino ai recentissimi mostri di appiccicosità istantanea che ammiro, ma senza alcun trasporto emotivo.

Nessun Attac al mondo potrà mai scacciare dai miei affetti la vecchia soluzione di para con cui continuo ad attaccare le pezze alle camere d’aria della bici, dopo le inesorabili e maledette forature, tuttavia resto in trepida attesa dei prodotti derivati dal Caulobacter che sono riusciti a “mungere” dal batterio e a far depositare su di una superficie, ma… poi non si stacca.

Nell’immagine un ritratto del Caulobacter crescentus.

Gita al faro di Goro

In un bel sabato di ottobre siamo andati a fare un giretto nel delta da Gorino fino al mare, lungo il Po di Goro e le valli circostanti popolate da germani, fischioni, alzavole, aironi cinerini e centinaia e centinaia di gabbiani. La motonave Pricipessa ci ha portato confortevolmente a spasso sul fiume e sui canali che solcano le terre umide più grandi e più belle d’Europa, con buona pace della tanto reclamizzata Camargue. Il segreto di tanta bellezza va cercato, forse, nella mancata pubblicità che ha salvato le vicine valli di Comacchio ed il delta da orde di turisti frettolosi.

Il faro si trova sull'”Isola dell’amore”, una lingua di terra selvatica, lunga diversi chilometri e stretta poche centinaia di metri, all’estremità del Po di Goro. La bianca torre che sostiene la lanterna è circondata sul lato occidentale da una bassa costruzione nello stile semplice di tutta “la bassa”. Al primo piano c’è un ristorante alla buona, aperto tutta estate, dove si mangia ottimo pesce fresco, cucinato nel modo tradizionale e servito come si deve, senza i disgustosi orpelli che a volte funestano le portate pretenziose dei ristoranti alla moda: cibo mediocre, prezzi salati. A “La lanterna” sotto il faro, invece, si mangia bene al giusto prezzo e dopo pranzo, se il caldo non è scoraggiante, si può fare una passeggiatina digestiva lungo la spiaggia selvatica cosparsa di relitti marini.

Durante la bassa stagione, invece, si può mangiare buon pesce in un ambiente confortevole sulla “Principessa”, attraccata all’isola, come abbiamo fatto noi nei giorni scorsi, e godersi ugualmente una passeggiata sui sentieri stretti fra i canneti e le lingue d’acqua, fino al faro e oltre.

Come sia d’inverno lo scopriremo.

Clicca sulla foto del faro oppure qui per vedere una sequenza d’immagini sul Po di Goro.

L’Uruguay ha rotto il ghiaccio

Centomila computer da 100 $ ordinati dall’Uruguay per i propri bambini.
Nicholas Negroponte, il celebre guru del MediaLab presso l’MIT, ha dichiarato che quello del paese sud-americano è il primo ordine effettivo di uno Stato per dotare i bambini in età scolare di computer a basso costo, ricaricabili con energia solare o con rustici e robusti sistemi a pedale o a manovella.
L’ambizioso progetto umanitario OLPC (One Laptop Per Child XO Computer) che si propone di arrivare a distribuire un computer a ciascun bambino, a partire dai paesi poveri e più svataggiati, continua ad incontrare prevedibili ostacoli di realizzazione.
Pare che passare da entusiastiche adesioni a parole di ministri e capi di Stato, alla successiva fase in cui si stacca l’assegno sia piuttosto arduo.
Senza ordini di massa, poi, risulta anche problematico far partire una produzione su larghissima scala, la sola che permmetterebbe di contenere il costo a 100$ (60€) al pezzo. Anche l’Italia pare che sia “in ritardo” nel realizzare la promessa di cinquantamila portatili XO destinata ai bambini etiopici.

Non resta che sperare che l’esempio dell’Uruguay, che per primo ha “rotto il ghiaccio”, sia virtuosamente contagioso e spiani la strada alla realizzazione in tempi brevi del progetto OLPC.

Quante tortillas al kilometro consuma il tuo fuoristrada?

Il cibo più poplare messicano è la tortilla: una focaccia sottile fatta di farina di mais impastata con l’acqua e cotta su di una piastra rovente. Il mais è la cultura più importante non solo del Messico, ma di una vasta area americana a cavallo dell’equatore, ma sfortuntamente, la produzione locale è inferiore al consumo e la resa delle tradizionali varietà di granturco va dalle 2 alle 5 tonnellate per ettaro contro le 9 o 10 di alcune varietà transgeniche.

In quest’area geografica, pertanto, il problema dell’introduzione di mais OGM è molto serio e dibattuto ancora più che altrove, se si pensa che da ottomila anni il granturco è il nutrimento principe delle popolazioni mesoamericane, al punto che nel Popol Vuh, il libro sacro della civiltà precolombiana Maya, si dice che gli dei plasmarono l’uomo usando polpa di mais. Ora questi uomini di mais si trovano fra l’incudine e il martello: da una parte l’aggressiva politica di espansione commerciale delle grandi compagnie nordamericane produtrici di varietà transgeniche ad alto rendimento; dall’altra il timore di veder sparire per sempre decine di varietà autoctone affinate attraverso secoli di selezioni per rispondere meglio alle esigenze alimentari e climatiche mesoamericane.

A complicare ulteriormente il puzzle si è aggiunta da poco la risoluzione dell’Europa d’incrementare significativamente e in tempi brevi il consumo di combustibili di origine vegetale al posto di quelli tradizionali di derivazione fossile, per contrastare l’inquinqmento da anidride carbonica.

Il mais, insieme alla canna da zucchero, all’olio di palma ed altre piante meno esotiche, è considerato, appunto, fra i vegetali più adatti “all’estrazione di benzina vegetale”. In altre parole, il carburante per le auto europee contenderà la materia prima che serve, da milleni, a preparare le tortillas di cui vivono i messicani, soprattutto i più poveri, che già hanno cominciato a manifestare contro i rincari madornali del loro cibo nazionale.

Se, come affermò il meteorologo Lorenz: “… è sufficente il battito d’ali di una farfalla in Brasile a provocare una tromba d’aria nel Texas” non ci vuole una grande immaginazione per predire uragani economici e sociali da mosse tanto destabilizzanti come la conversione di intere aree agricole del mondo da culture destinate all’alimentazione umana ed animale alla locomozione meccanica.

Quante tortillas al kilometro consuma il tuo foristrada, Gringo?

Modigliana

Modigliana RA
Vigneti fra Modigliana e Brisighella

Ieri, dopo parecchio tempo, siamo tornati a Modigliana, nelle amate colline faentine dal clima dolce, dagli splendidi frutteti e vigneti e dagli inattesi scorci leonardeschi di colline boscose che sfumano all’orizzonte stemperandosi nel cielo.

Il paese è attravesato dal torrente Marzeno, dall’aria docile e ben educata sul suo letto selciato ed è sormontato dalla Roccaccia; un rudere impressionante di una fortezza dei conti Guidi, un tempo signori del territorio. In ricordo degli antichi signori c’è La cantina dei conti dove torniamo sempre volentieri a pranzo, quando siamo in zona: buona accoglienza, buona cucina, giusto prezzo.

In passato vi incontrammo un celebre autore di dizionari che, ormai piuttosto avanti negli anni, lasciata la città, era tornato al paese di origine e pranzava abitualmente alla cantina. In quell’occasione, al termine di una lunga conversazione cordiale, ci suggerì una stretta strada di crinale che porta a Brisighella.

Da allora, non manchiamo mai di ripercorrerla al ritorno. Guardando verso Nord, oltre i colli più vicini, gli occhi si perdono sulla larga pianura romagnola. Gli scorci panoramici, anche nel versante Sud più aspro, sono numerosi e verrebbe voglia di fermarsi a fotografare ogni mezzo chilometro.

La sequenza di foto in formato di presentazione Flash che puoi attivare cliccando qui o sulla foto, è una selezione degli scatti di ieri: una giornata novembrina dolce, nuvolosa con cieli variabili e rare apparizioni del sole.

 

Latte crudo appena munto

latte crudo appena muntoIeri pomeriggio, tornando a casa dopo la solita scorpacciata di letture varie nella biblioteca Sala borsa, dove trascorro parte dei miei pomeriggi in città, ho attraversato piazza Maggiore aggirando “il crescentone”, occupato per intero da una struttura in allestimento di bianche cupolette di plastica, e imboccato via delle Pescherie vecchie. E’ un percorso simpatico fra piccoli negozi di frutta e verdura ricavati in cavità murarie che lasciano uno spazio minimo per l’esposizione della merce in vendita e una sacrificatissima postazione per il venditore.
All’inizio della strada, però, c’è una sontuosa bottega a due piani di formaggi; ha una grandezza quasi provocatoria, nei confronti degli altri piccoli fruttivendoli.
Passando, guardo sempre le vetrine attraenti, ma piuttosto ripetitive: è difficile stupire con forme e formelle di formaggio, seppure esotico o raro. Ieri però c’era un cartello stuzzicante per un accanito bevitore di latte come me: “Latte fresco crudo”.
Un recente servizio televisivo aveva magnificato questo nuovo tipo di distribuzione di latte “appena munto e non trattato” attraverso erogatori refrigerati a fontanella: infili le monetine, ficchi il contenitore (in questo caso una bottiglia da latte di plastica) sotto l’erogatore e attendi che il rcipiente sia pieno per bertelo subito o portartelo via.

Detto-fatto: entrato, raggiunto distributore al primo piano, infilati soldini, estratta bottiglia piena, bevuto latte a collo, senza tante cerimonie. Non vedevo l’ora di risentire il sapore del latte appena munto che da bambino andavo a prendere in bici, al tramonto, nel podere di famiglia. Lo ricordo bene quel sapore del latte tiepido, pieno, cremoso. Una giovanottina pimpante, intervistata nel corso del servizio televisivo, aveva appunto manifestato la sua soddisfazione per avere finalmente ritrovato il sapore vero del latte appena munto.

Io, invece, sono rimasto deluso.

Non assomiglia minimamente al vero latte appena munto che si beveva il secolo scorso, quando ancora le stalle delle nostre parti erano popolate di vacche autoctone (come la rimpianta bianca modenese) che producevano una quantità di latte minore delle frisone pezzate, ma incomparabilmente migliore. Il latte che ieri ho spillato dal distributore refrigerato era piuttosto acquoso, sicuramente non migliore del buon latte fresco di alta qualità che troviamo da tempo nei supermercati, anzi.
Pazienza: una piccola delusione in più da dimenticare al volo, scherzandoci sopra con un fotomontaggio ad hoc.
L’ultima volta che ho bevuto un latte superbo, con due dita di panna depositata sul collo della bottiglia di vetro fumè, è stato trent’anni fa in Danimarca. Chissà se gli amici danesi lo imbottigliano ancora? Varrebbe la pena di fare un salto nello Jutland, tanto per controllare.

Cari confratelli di latte, fatemi sapere cosa ne pensate del nuovo “latte crudo appena munto”. Io vi ho raccontato la mia esperienza deludente qui a Bologna, ma forse altrove…

Pieve del Pino

calanchi bolognesi

Dopo aver pranzato fuori porta, abbiamo deciso di rincasare passando dai colli: il sole era splendente, il vento non sembrava tanto forte in città e i colori della vegetazione collinare molto promettenti.
Dalla fondovalle del Savena abbiamo preso a salire per la strada tortuosa e ripida che porta o a Badolo o alla valle del Reno o, svoltando per Pieve del Pino, prima a Paderno poi a Monte Donato e, infine, direttamente a casa nostra in un paio di chilometri in discesa.
Il cielo era terso, i colori autunnali gradevoli, la visibilità ottima, la strada deserta… e il vento furibondo.Scattare le foto cercando l’immobilità si è rivelata un’impresa. A tratti, la raffiche mi travolgevano e respingevano come in una giornata di bora a Trieste o in un giornata qualsiasi in Islanda.

A dispetto della situazione molto insatabile ho scattato una ventina di foto dei calanchi dietro casa. Se vorrai, potrai vederne, gentile lettore, una selezione in formato flash che, come sempre, permette di scegliere fra l’avanzamento temporizzato automatico o quello manuale.
Clicca qui
o sulla foto rollover a sinistra per attivare la presentazione.

Pasolini, Callas e Medea

piazza Santo  Stefano a Bologna

Al pianterreno di una delle pittoresche case Bovi di piazza Santo Stefano a Bologna si trova, tra l’altro, la grande e lussuosa galleria d’arte Ta Matete che ospita fino al prossimo primo dicembre una interessante mostra ( ”Pasolini, Callas e Medea”) di settanta foto di scena, scattate da Mauro Tursi durante le riprese in Cappadocia della Medea di Pasolini.
Il principale soggetto delle foto è inevitabilmente Pasolini che dirige, intrattiene, conforta Maria Callas soffocata dai pesantissimi abiti di scena, mentre il resto della troupe è in calzoncini e camicia o addirittura in costume da bagno. Il caldo doveva essere micidiale e la povera Maria svenne addirittura, come mostra una delle tante belle foto in bianco e nero che testimoniano eloquentemente l’affettuoso rapporto fra Pasolini e la Callas, più volte riaffermato, in seguito, anche da Dacia Maraini, loro compagna di viaggio in Africa, insieme a Moravia.

In numero minore, ma non meno belle e interessanti sono anche le foto in cui appaiono le comparse in abiti di scena disposte sapientemente sullo sfondo di uno dei paesaggi più suggestivi al mondo: la Cappadocia, appunto. Per chi fosse interessato, le foto sono in vendita al modico prezzo di 1200 € (diconsi milleduecento) cadauna.

Sono contento di avere visto questa mostra e le bellissime sale affrescate della galleria dove non sarei mai entrato di mia iniziativa, ma “se guidato, si orienta”, come si diceva degli scolari più testoni. Oltretutto mi ha ricordato il bel viaggio in auto in Cappadocia che facemmo una trentina di anni fa, quando il ricordo di Pasolini fra la popolazione locale era vivissimo e molto positivo. Ora non mi resta che ripescare e rivedere il film che a suo tempo mi piacque moltissimo e fu la causa prima del viaggio.

Clicca qui o sulla foto rollover per attivare una presentazione di foto di piazza Santo Stefano e dintorni.Cappadocia

I transistor da calcio

nanochipI chip al silicio avrebbero gli anni contati, una decina, pare. Benché godano di ottima salute e siano in grado di ospitare milioni di transitor in una superficie pari ad un eurocent si stanno saturando e, fra non molto, non saranno più in grado di ospitare neppure un transistor in più.
Secondo gli esperti l’attuale ritmo di crescita, espresso efficacemente a spanne dalla legge di Moore ( le prestazioni dei processori, e il numero di transistor ad esso relativo, raddoppiano ogni 18 mesi), non potrà essere mantenuta a lungo, principalmente per le crescenti difficoltà di ulteriore miniaturizzazione dei transistor.
Da qui, la frenetica corsa dei centri di ricerca più dotati di cervelli e di dollari alla scoperta di nuovi materiali alternativi al silicio, oppure di nanostrutture di carbonio cinquantamila volte più sottili di un capello o, ancora, di nuovi componenti elettronici: i memristori. Minimi già ora e ulteriormente miniaturizzabili, sarebbero capaci di collaborare, se non addirittura di sostituire completamente i vecchi transistori. Staremo a vedere.

Nel frattempo, chissà che fine hanno fatto le migliaia di radioline giapponesi a pila, i cosiddetti “transistor”, appunto, che i maschi adulti italiani tenevano incollate all’orecchio per tutta la durata di “Tutto il calcio, minuto per minuto”, quando le partite di football si giocavano sempre la domenica pomeriggio e gli stadi erano luoghi chiassosi, ma frequentabili.
Preistoria!