In bicicletta con tabarro e cappello

ven. 19 settembre 2003

Quando il paese era ancora un piccolo centro agricolo e artigianale che nei giorni di mercato, nella vastissima piazza acciottolata, si popolava di contadini vestiti con un ampio tabarro e un cappello di feltro, apparentemente inamovibile, il mezzo di locomozione era la bicicletta, non ancora impoverita al diminutivo infantile di bici, né estraniata come mountain o city bike.

Il tabarro non era affatto scomodo, come si potrebbe pensare con la mentalità di un automobilista o passeggero di autobus. Per un popolo di pedoni e ciclisti era ideale, infatti copriva non solo le spalle e le braccia, ma anche le mani appoggiate sulle durevoli manopole d’osso sagomato del manubrio ed era discretamente impermeabile; quantomeno alla pioggia leggera ed alla nebbia bagnata, e sgrondava l’acqua esternamente alle ginocchia, se non addirittura ai piedi.
I tabarri più lussuosi, di lana leggera e morbidissima, erano doppi o, come si diceva, a “due dritti”, di colori scuri in cadenza cromatica, ma si trattava di oggetti molto costosi e quindi rari. Oggi li definiremmo mantelli a ruota double-face di alpaca o vigogna.

A quel tempo, dopo l’abbattimento delle mura, la campagna pareva infiltrarsi anche profondamente nella città. Ricordo che fra la torre di San Francesco ed il vicino cimitero “fuori le mura” si estendeva un ordinato vigneto di uva nera, oggi diremmo di lambrusco salamino, che in settembre era particolarmente apprezzata da noi bambini che dovevamo eludere la sorveglianza del contadino e soprattutto del suo cane, molto più temuto.
In realtà, non era altro che un lupo bonaccione molto chiassoso che non si sognò mai di sbranare nessuno, neppure un ladro d’uva alto due braccia e con appetitosi polpacci nudi, sgambettanti sotto i corti calzoni di velluto che portavamo tutti alla fine dell’estate. Qualcuno di noi, infastidito dai calzoni alla zuava, continuava a portarli anche d’inverno, quando i cumuli di neve erano più alti di un bambino e trasformavano le piazze e le strade in labirinti.

Oggi il vecchio vigneto è diventato una fangosa terra di nessuno in attesa di trasformarsi in un rutilante centro commerciale, possibilmente fornito d’indispensabili pagode malesi o frontoni dorici, dopo essere stato per venti anni un polveroso piazzale dove sostavano i TIR ed i loro spaventosi rimorchi.

Nel primo anno di pace

mar. 23 settembre 2003

Nel primo anno di pace, anche trovare un albergo sulle Alpi che potesse accogliere per una vacanza estiva la quarantina di soci del Club alpino Italiano, sezione di C. non era impresa banale. Di questa vicenda e delle difficoltà incontrate dagli organizzatori non so nulla di certo perché all’epoca avevo tre anni ed ero la mascotte del gruppo affiatato di amici che amavano la montagna e volevano gettarsi dietro le spalle gli orrori ed i dolori della guerra per ricominciare una vita civile normale e, possibilmente, piacevole.

Ricordo molto vagamente, per i successivi racconti più che per memoria diretta, il viaggio avventuroso per strade bianche in parte danneggiate da anni d’incuria e di miseria ancor più che da colpi di mortaio. I cartelli stradali sopravvissuti erano particolarmente rari e ogni bivio si presentava come un rompicapo. Lasciata la pianura, per imboccare la strada giusta bisognava conoscere il percorso per scienza propria o riuscire a stanare qualcuno fra i monti che sapesse fornire indicazioni utili e comprensibili.

L’italiano non era affatto una lingua universale in Italia e, anche chi lo parlava, molte volte non era in grado di spiegarsi chiaramente. Non di rado le indicazioni contenevano riferimenti a luoghi noti solo ai valligiani e, a volte scomparsi da anni, fuorché nella memoria dei sopravvisuti.

A rendere più complessa la spedizione c’era la disparità di efficienza arrampicatoria fra la corriera, una lumaca a carbonella stracarica di provviste, oltreché di passeggeri e dei loro bagagli e l’ancora più lenta moto Guzzi con sidecar che trasportava il cuoco, il suo aiutante e tutto il rumoroso, indispensabile pentolame di cui l’albergo si era dimostrato sprovvisto al momento di stipulare il contratto di affitto.

Così accadde che, quando la corriera si fermò in mezzo alla strada all’ennesimo bivio, sia per appurare il percorso da tenere, sia per aspettare cuoco, garzone e pentole, lasciati indietro e presumibilmente arrancanti su qualche ghiaioso tornante, la sosta si tinse di suspense.

I sedili erano scomodi, il viaggio lungo e scendere per sgranchirsi le gambe non dispiaceva a nessuno, ma dopo mezz’ora in cui erano state esaurite tutte le possibili lodi all’aria fina e fresca, ai boschi silenziosi di abeti colonnari, allo straordinario rigoglio delle felci e alla magnificenza di colori delle rare farfalle cominciò a serpeggiare il fastidio e poi l’ansia per le sorti del cuoco: il solo essere umano indispensabile di tutta la compagnia.

L’ipotesi che avesse imboccato il percorso sbagliato ad uno dei bivi precedenti era fin troppo ovvia, ma nessuno avrebbe potuto azzardare ragionevolmente dove fosse accaduto il fattaccio e, tantomeno, avrebbe potuto suggerire come inseguirlo e riportarlo sulla retta via, così prevalse la posizione attendista, più che per sincera fiducia in questa strategia perché appariva la più praticabile.

Quando però ci si rese conto che si avvicinava il tramonto, ma non il cuoco tutti consentirono che era inevitabile riprendere il cammino per evitare di viaggiare al buio e rischiare una notte all’addiaccio “con donne e bambini”. Giunti finalmente in albergo quando il lago rispecchiava gli ultimi riflessi rosati di un lungo crepuscolo, tutti si sistemaro meglio che poterono, rinunciando a qualsiasi pretesa di cena.

Del cuoco nessuna notizia finché, nel cuore della notte, comparve fragorosamente spignattando e, prima di spegnere l’ansimante monocilindrico, parcheggiò spavaldamente moto e sidecar nel centro del cortile dell’albergo come se avesse in testa un elmo chiodato.
Fra coloro che scesero ad accoglierlo con pacche festose ci fu chi annusò nell’aria un allegro profumo di grappa: la notte è fredda in alta montagna.

Quando ci risvegliammo dopo la prima notte movimentata nel nuovo albergo sconosciuto fummo guidati alla sala da pranzo dal profumo del pane. Miracolosamente, il cuoco dato per disperso, era riuscito a farsi perdonare completamente il suo madornale ritardo e l’apprensione che aveva provocato in tutti noi, sfornando il pane caldo in tempo per la colazione. Il latte era ottimo e anche questo “prodotto in casa” dalle mucche che pascolavano liberamente nei prati dintorno all’albergo che, alla luce piena del giorno, rivelò il sua presente degrado, sovrapposto ad un passato più che dignitoso.

Aveva perduto quell’aria linda e accuratina, quasi stucchevole, tipica del Tirolo, di qua e di là dai monti, ma rivelava ancora chiaramente la sua natura di luogo di villeggiatura per un pubblico competente e privilegiato.
Dalle finestre della sala, tappezzata con le solite doghe di abete, si vedeva un lago limpidissimo e calmo, uno specchio immoto per gli abeti e le montagne maestose che lo circondavano: una cartolina vera, fatta e sputata.

Sull’onda dell’euforia di ritrovarsi tutti sani, salvi, cuocodotati, benmangiati e circondati da una bellezza naturale perfino superiore alle attese fu presa la decisione d’immortalare la situazione con una foto storica di gruppo ad imperituro ricordo di quella ripresa dell’attività del Club, dopo la luttuosa parentesi.

Lo stretto imbarcadero che, sopravvissuto alla guerra, si spingeva una dozzina di passi dentro al lago per offrire, in epoche più felici, l’approdo alle barchette a remi dei villeggianti parve il luogo più panoramico e caratteristico per consentire alla gloriosa Agfa Isolette a soffietto di M., giovane veterinario e appassionato fotografo d’immortalare il gruppo intero sullo sfondo dei monti rispecchiati dal lago. Di meglio non si poteva sperare per passare degnamente alla storia.

Il manufatto su palafitte, risalente probabilmente agli anni trenta, appariva grigiastro e triste come accade al legno dopo lunga esposizione e mancanza di pitturazioni protettive, ma non scricchiolava più sinistramente di quanto fosse ragionevole aspettarsi, tuttavia la resistenza delle tavole era più compromessa di quanto non apparisse e si rivelò in modo tanto inatteso quanto improvviso.

Al momento del fatidico sorriso del gruppo, compattato per esigenze fotografiche in uno spazio troppo esiguo, senza preavviso alcuno né scricchiolii premonitori, l’mbarcadero cedette di botto, lasciando al lago poco profondo, ma gelido, il compito di attutire la caduta e risvegliare l’istinto di sopravvivenza di ciascuno dei prodi alpinisti d’acqua dolce.
Il solo rimasto all’asciutto, con la macchina fotografica ancora al collo, si tuffò senza esitare nell’acqua per ripescarmi istantaneamente, fedele al suo ruolo di amico, il più caro e affettuoso che una sorte benevola mi abbia regalato per addolcire una vita intera.

Così accadde che il solo ricordo di quel bagno istantaneo furono i grandi biglietti da mille, veri lenzuoli, che fluttuavano mollemente nell’acqua limpida, in libera uscita dalla borsetta di mia zia I., una seconda madre, una nonna, una sorella maggiore inviata dagli dei per il mio benessere e la mia felicità nei lunghi periodi di vacanza e non solo.

Una vigorosa strigliata con asciugamani asciutti e un massaggio con borotalco mi riportarono alla condizione normale di bambino inconsapevole del pericolo a cui era capitata un’avventura divertente da ricordare.

Null’altro, se non il fruscio delle calze di seta

mar. 30 settembre 2003

Aprì il piccolo portafoglio di raso nero con i ricami di strass della nonna che continuava a portare come un portafortuna, un ricordo affettuoso di un’infanzia serena. Ad un’occhiata sommaria il telefonino sembrava all’erta. Evidentemente non poteva neppure telefonarle per avvertirla del ritardo. Lo spettacolo era incominciato abbastanza puntualmente e finito all’ora prevista. Lui di solito arrivava con molto anticipo e riusciva a conquistarsi un posto bene in vista sul lato opposto della piccola piazza del teatro affollata e aspettava che lei uscisse senza spazientirsi. Era sempre puntuale e gentile. Un contrattempo, sicuramente era stato trattenuto da un contrattempo. Di solito, l’aspettava nella penombra dell’abitacolo senza ascoltare la radio, senza leggere, senza fare nulla, mai. Gli facevano compagnia i suoi pensieri, diceva.

A teatro, però, non veniva più. Gli spettacoli avevano smesso d’interessarlo da un pezzo e per dare libertà di volo ai suoi pensieri preferiva la penombra silenziosa dell’auto al rumore di fondo causato dalle voci sul palco o dal cicaleccio dei conoscenti durante gl’intervalli. A volte restava ad aspettarla per l’intera durata dello spettacolo, se era breve, senza neppure rincasare.

Per accompagnarla continuava a vestirsi come se dovesse sedersi in platea anche lui. Chiaramente non era per pigrizia o avarizia che aveva ceduto la sua poltrona in abbonamento ad amici. Sosteneva di essersi accorto del suo disinteresse per quanto accadeva sulla scena quando, per un intero atto, non aveva prestato attenzione a null’altro se non al fruscio delle calze di seta della signora seduta accanto, quando accavallava le gambe. Era una vecchia amica di famiglia: persona gradevole e anche attraente, ma non così magnetica da assorbire ogni attenzione con il più banale dei movimenti in una sala semibuia, oltretutto. Quando, rincasando, gliene aveva parlato, anche lei aveva convenuto che bisognava pensare ad una destinazione sensata della poltrona in abbonamento: un bene prezioso da non dilapidare con leggerezza.
I taxi ormai si erano tutti partiti e anche gli altri spettatori si erano allontanati in fretta, come se fosse suonato il coprifuoco. Improvvisamente la piazza le apparve completamente vuota, non un’auto parcheggiata o l’eco dei passi di qualche ritardatario; anche i latrati e i guaiti lontani di una rissa remota fra cani erano cessati

Controllò nuovamente il telefonino, ma inforcando gli occhiali, questa volta. In un angolo del display vide il simbolo dei messaggi: era una stupida pubblicità della compagnia telefonica che offriva agevolazioni per chiamate dall’estero.

Il telefono funzionava, dunque, ma era silenzioso. Le sovvenne soltanto in quel momento che, per non disturbare, aveva disattivato tutte le suonerie, come sempre prima di entrare a teatro.

Con gli occhiali sul naso, guadagnò lo spiraglio sottile di luce vivida che usciva dal portone del teatro, accostato durante pulizie prima della chiusura notturna definitiva. Lasciandosi trasportare dal solco mentale di automatismi mille volte ripetuti, le sue dita riuscirono a riattivare i suoni. Per maggiore sicurezza, decise di tenere il telefono in mano. Fu come riattaccare la spina con il mondo. La certezza di essere raggiungibile l’aiutò a riacquistare lucidità e a formulare un piano d’azione: che cosa poteva fare? Chiamarlo senza ulteriore indugio le parve la mossa più ovvia e, potenzialmente, la più risolutiva, mentre, attendere il ritorno di un improbabile taxi non era che una soluzione di ripiego. Da quanti anni non prendeva più un taxi nella sua città, oltretutto?

La sua leggera giacca da sera, morbidissima e brillante come mercurio, la gonna stretta e corta, le scarpe scollate con il tacco alto non rappresentavano certo l’attrezzatura migliore per restare ferma al freddo della tramontana che aveva cominciato ad infilarsi sotto il portico. Doveva allontanarsi da lì.

Mentre si girava, un cane randagio dall’aspetto feroce la sfiorò improvvisamente trattenendo fra i denti un oggetto indecifrabile. Procedeva di sghembo volgendo la testa indietro come se temesse d’essere inseguito. L’aspetto sgradevole la costrinse a distogliere subito lo sguardo dall’animale, ma non in tempo per evitare l’impressione di avergli visto penzolare dalla bocca una mano insanguinata, gonfia e livida, come in un vecchio film di Kurosawa. Un brivido le percorse la schiena.
Si sporse dal portico per dare un’ultima occhiata alla strada prima di telefonare. Un deserto silenzioso, salvo per il rumore lontano di una spazzatrice automatica con i fari e i lampeggianti gialli accesi: un robot solitario guidato nel suo procedere, apparentemente insensato, dalla sporcizia di cui si nutriva mestamente, brucando qua e là per le strade rigorosamente deserte. Non un’anima in giro.

Estrasse dalla borsetta gli occhiali e compose il numero con attenzione. Il tono familiare di “libero”, la tranquillizzò, ma non fu interrotto da alcuna risposta. Ricompose il numero e lo lasciò squillare finché la linea non si staccò spontaneamente. Senza più esitare, decise di allontanarsi da quel luogo divenuto spettrale. Le sue belle gambe, fonte d’inesauribili successi, seppure non sportivi, presero a spingerla con buon ritmo a dispetto dei tacchi. Si mosse istintivamente verso casa, come fanno i vecchi cavalli esperti, se il birrocciaio dorme.

Stava avvicinandosi all’angolo terminale della facciata, quando avvertì inequivocabile il suono di passi pesanti e strascicati in avvicinamento alle sue spalle che le volte del portico echeggiavano e ingigantivano. Si fermò senza voltarsi per ascoltare meglio, senza lasciar trasparire l’apprensione che pure cominciava a percepire, quando la raggiunse una voce flebile, non minacciosa. Sembrava una richiesta d’aiuto, piuttosto. Si girò: uno spettro d’uomo irriconoscibile, dilaniato e sanguinante si trascinava verso di lei.
“Luisa…”
“Luisa… una banda di cani randagi … sembravano lupi… avevano gli occhi rossi … mi sono riparato la gola con un braccio, ma me l’hanno dilaniato… ho dovuto parcheggiare lontano da questo deserto per colpa di quel robot”

“Quale robot? Cosa ti è successo?”

“Quella maledetta spazzatrice famelica che si muove solo nelle strade vuote e insegue e divora qualunque residuo organico trovi sul cammino. I cani la seguono e le contendono le prede… Erano cani, ma feroci come lupi … sembravano lupi, ma molto più grossi e aggressivi… cerca subito aiuto, muoio dissanguato… il capo branco aveva gli occhi rossi come braci accese, voleva ammazzarmi… non era un cane, mi ha strappato una mano… sono arrivati in città, sono lupi mutanti delle pianure orientali… bisogna prenderli prima che… cerca subito aiu…”

La bacchetta del teatro conta fino a ventiquattro

“La bacchetta del teatro conta fino a 24..”
Anche le filastrocche e le conte cambiano di città in città, com’è giusto e ragionevole, del resto. Forse la televisione riuscirà ad imporre una certa globalizzazione anche in questo settore, ma in passato la differenza fra un bambino modenese o bolognese ed uno romano erano notevoli, anche in questo importante dominio culturale.

Quando ci trasferimmo da Bologna a Roma io avevo nove anni, frequentavo la quarta e giocavo più che potevo. Siccome la scuola statale era un po’ distante ed il percorso casa-scuola obbligava all’attraversamento di alcune grandi strade di traffico, i miei m’iscrissero ad una scuola di suore tedesche che vantava un magnifico giardino a cinquanta metri da casa.

Questo fu il solo motivo per me di quella scelta, ma, frequentandola, mi resi conto che invece i miei nuovi compagni stavano percorrendo i primi gradini preparatori ad un cursus honorum che sarebbe continuato in cattolicissime scuole superiori e, presumo, nell’Università cattolica, anticamera confortevole per una carriera politica nel partito di governo o nei meandri imperscrutabili delle capaci strutture amministrative che prosperavano all’ombra del cupolone.

L’anno successivo, diventato più esperto del traffico, fui iscritto in quinta nella scuola pubblica: un orrendo edificio in puro stile fascista intitolato ai “Fratelli Bandiera”, sfortunati patrioti fucilati nel vallone di Rovito che, più tardi, offrirono, loro malgrado, lo spunto alle clamorose “Sorelle Bandiera” con il loro irriverente “Fatti più in là” de “L’altra domenica”: la trasmissione televisiva domenicale di Renzo Arbore negli anni ’70.

Che carriera abbiano fatto i miei compagni educati dalle suore tedesche non ho mai saputo perché rapidamente persi memoria dei loro cognomi oltre che delle loro facce; ricordo soltanto che per giocare con loro nel bel giardino romano mi toccò imparare a memoria nuove conte e aggiornare il mio dizionario dei giochi con nomi per me esotici, quali puzzico rampichino, che nel corso della vita successiva non ho poi avuto occasione di sfruttare a fondo, perfino meno del greco antico, oggetto di studio spassoso per ben cinque anni.
All’urdu non mi sono ancora avvicinato con adeguato entusiasmo.

La bacchetta del teatro conta fino a ventiquattro

mer. 01 ottobre 2003

“La bacchetta del teatro conta fino a 24..”
Anche le filastrocche e le conte cambiano di città in città, com’è giusto e ragionevole, del resto. Forse la televisione riuscirà ad imporre una certa globalizzazione anche in questo settore, ma in passato la differenza fra un bambino modenese o bolognese ed uno romano erano notevoli, anche in questo importante dominio culturale.

Quando ci trasferimmo da Bologna a Roma io avevo nove anni, frequentavo la quarta e giocavo più che potevo. Siccome la scuola statale era un po’ distante ed il percorso casa-scuola obbligava all’attraversamento di alcune grandi strade di traffico, i miei m’iscrissero ad una scuola di suore tedesche che vantava un magnifico giardino a cinquanta metri da casa.

Questo fu il solo motivo per me di quella scelta, ma, frequentandola, mi resi conto che invece i miei nuovi compagni stavano percorrendo i primi gradini preparatori ad un cursus honorum che sarebbe continuato in cattolicissime scuole superiori e, presumo, nell’Università cattolica, anticamera confortevole per una carriera politica nel partito di governo o nei meandri imperscrutabili delle capaci strutture amministrative che prosperavano all’ombra del cupolone.

L’anno successivo, diventato più esperto del traffico, fui iscritto in quinta nella scuola pubblica: un orrendo edificio in puro stile fascista intitolato ai “Fratelli Bandiera”, sfortunati patrioti fucilati nel vallone di Rovito che, più tardi, offrirono, loro malgrado, lo spunto alle clamorose “Sorelle Bandiera” con il loro irriverente “Fatti più in là” de “L’altra domenica”: la trasmissione televisiva domenicale di Renzo Arbore negli anni ’70.

Che carriera abbiano fatto i miei compagni educati dalle suore tedesche non ho mai saputo perché rapidamente persi memoria dei loro cognomi oltre che delle loro facce; ricordo soltanto che per giocare con loro nel bel giardino romano mi toccò imparare a memoria nuove conte e aggiornare il mio dizionario dei giochi con nomi per me esotici, quali puzzico rampichino, che nel corso della vita successiva non ho poi avuto occasione di sfruttare a fondo, perfino meno del greco antico, oggetto di studio spassoso per ben cinque anni.
All’urdu non mi sono ancora avvicinato con adeguato entusiasmo.

Ripose il papagallino nella tasca interna, ordinatamente

  • E’ un carpediem della miglior specie, ti dico.
  • Ma a sua insaputa o sua sponte? E’ diverso, mi concederai.
  • Lo è anche nel sonno profondo, lascio a te decidere.
  • Allora non ci sono dubbi, ma parce victis.
  • Certo, certo il caso è chiuso, per quanto mi riguarda. Te ne ho parlato perché la faccenda ha sorpreso anche me, in primis.
  • Non dubito, in questo caso l’abito non fa il monaco: sempre così lavato&stirato… chi poteva immaginarlo?
  • Eppure, a ben vedere, qualche indizio ce lo aveva fornito?
  • Veramente? In che occasione?
  • Quando lo accompagnammo alla tomba della madre. Lui commosso spolverò la scritta profondamente incisa sulla lapide: “Padre e moglie esemplare si spense nel più bello”. Lo ricordi?
  • Certo un motto indimenticabile, così enigmatico e struggente. Era vedova di un marito virtuale, vero, e quindi aveva provveduto da sola ad allevare ciascuno dei suoi figli unici?
  • Ovviamente, ma non è questo il punto. Ricordi di cosa si servì per spolverare delicatamente ciascuna lettera con delicatezza filiale?
  • Certo: un pappagallino verde, ancora molto acerbo, se mi consenti la battuta frusta.
  • E ti sembra poco? Voglio dire che se non ci fossimo lasciati coinvolgere dall’onda di commozione avremmo potuto raddrizzare le orecchie fin da allora.
  • Perché? Ricordo che si comportò in modo esemplare, sinceramente commosso, ma compos sui e il pappagallino lo ripose ordinatamente nella tasca interna della giacca, senza lasciare traccia della sua visita se non nel pio gesto di restaurare la leggibilità della lapide.
  • Forse hai ragione tu, meglio sospendere il giudizio, non vorrei lasciarmi trascinare da ingiustificati pregiudizi, anche se connotandolo come un carpediem non volevo minimamente sminuire la sua indiscussa statura di studioso di sociologia degli imenotteri. Vera, vita, varia.
  • Le conoscevi anche tu?
  • Chi?
  • Le tre sorelle Gardesan, in ordine d’età sarebbero Varia, Vera, Vita, ma non vorrei essere pignolo.
  • Impossibile, tu sei un battopari ambidestro senza ripensamenti, per fortuna.

Il sospiro del moro

lun. 06 ottobre 2003

  • Preferiresti essere considerato la manna dal cielo o la coda del diavolo?
  • Perché, posso scegliere?
  • Naturalmente, siamo nel dominio del possibile.
  • E avrei anche altre opzioni, o solo quelle due?
  • Fin che ne vuoi, approssimativamente.
  • Mi piacerebbe molto “il sospiro del moro”, allora.
  • Cosa sarebbe? Una praline di cioccolata con un alito di dolce malinconia?
  • Potrebbe essere, anche se, con quel nome, io conosco solo un passo montano andaluso dal quale si scorge Granada. Una veduta indimenticabile, di notte, quando tutto il rumore paesaggistico intorno tace e rimangono vive solo le luci della città lontana.
  • Bellissimo. Tu allora vorresti essere una galassia di luci terrene nella notte?
  • Mi piacerebbe, soprattutto d’estate, quando il caldo fa tremolare le luci.
  • E sia, allora, e che d’ora innanzi tutti gli animi gentili e sensibili si abbandonino con dolcezza alla contemplazione delle tue mille luci tremule nella notte, mio struggente sospiro del moro.

Canapa, pace, pece e pazienza

mer. 08 ottobre 2003

Io calafato, tu calafata, egli non ce la fa a calafatare ed è meglio che cambi mestiere.
Calafatare richiede canapa, pace, pece e pazienza.
Nel ramo calafatatura senza canapa non si campa.
Se la calafatatura è a regola d’arte la nave solca le onde, altrimenti ara il fondo.
Quando una nave mal calafatata tocca il fondo, vi si adagia con grazia e ci resta senza annaspare nell’inutile tentativo di risalire e in ciò si differenzia dall’homo sapiens sapiens che ottiene lo stesso risultato, ma agitandosi scompostamente.
Calafatare consiste nell’infilare con sapienti colpetti la canapa in una fessura molto stretta fra due doghe di legno, pertanto senza fessura non c’è calafatatura, ma non viceversa.
Se una galera di legno galleggia perché ben calafatata tutti i galeotti se ne rallegrano benché incatenati, in caso contrario perdono la loro allegria e sviluppano tendenze all’annegamento collettivo.
La calafatatura non attecchisce sulle barche di plastica perché prive delle indispensabili fessurazioni che apparivano spontaneamente nel fasciame delle ben costruite navi di legno, fin dai tempi di Omero.
Molti se ne rallegrano, ma non i calfatatori che vedono scemare la loro arte e sentono di essere ormai in via di estinzione; per questo usano la canapa in modi nuovi, stigmatizzati dai benpensanti.

La figura rappresenta una galera veneziana del XIV secolo


Ignobel per la pace

gio. 09 ottobre 2003

Fra i vari premi annuali Ig-Nobel 2003 assegnati lo scorso 4 ottobre mi sembra tristemente spassoso il premio per la pace vinto da Lal Bihari: un signore indiano dello stato di Uttar Pradesh, tristemente famoso per la grande povertà e la fiorente delinquenza a buon mercato, che ha impiegato diciotto anni di vita intensa, attiva e trasgressiva per farsi riconoscere dai solerti burocrati della sua città come vivo anziché deceduto.
Il suo non è neppure un caso isolato, al punto che ha potuto fondare, da morto, un’associazione dei morti cioè di suoi compatrioti vivi e vegeti che, come lui, risultano morti nei registri anagrafici dei loro paesi.
Andando all’osso, tutta la faccenda si riduce ad ordinari casi di corruzione a buon mercato di impiegati anagrafici che accettano di registrare come morto il possessore di un piccolo, ma ambitissimo poderetto. I parenti famelici vanno all’ufficio anagrafico, sganciano una modesta mazzetta (da 1 a 50 Euro) all’impiegato che ammazza all’istante sui suoi registri il disgraziato possessore di un fazzoletto di terra. Nessuno si sporca le mani di sangue, ma la morte burocratica è tale a tutti gli effetti, basti pensare che il signor Lal Bihari ha impiegato 18 anni, durante i quali ne ha fatte di tutti colori, per farsi resuscitare e tornare in possesso dei suoi miseri beni.I premi IGnobel vengono assegnati da 13 anni a ricerche inutili che “prima fanno sorridere, poi pensare”. Chi volesse vederne l’elenco, con le motivazioni (in inglese) e tutto il resto vada su: http://www.improbable.com/ig/ig-pastwinners.html
Fra gli altri, interessante l’ignobel per la chimica attribuito quest’anno ad un giapponese che ha indagato sulle ragioni per cui una statua di bronzo della sua città appariva meno bersagliata dai piccioni di altre della stessa nobile lega.

Base per altezza sarebbe una formula applicabile alla vita di tutti i giorni?

ven. 10 ottobre 2003

  • Base per altezza sarebbe una formula applicabile alla vita di tutti i giorni, secondo te?
  • Preferirei anche che tu completassi la formula con un equo “diviso due”, se non ti dispiace.
  • Certo, molto volentieri, il discorso diventa più acuto, più penetrante. Mi era sfuggito, scusa.
  • Per risponderti seriamente, però dovrei pensarci. La quotidianità è dura da geometrizzare, ti pare?
  • Infatti, mentre un singolo gesto eroico, se isolato, potrebbe sopportare anche un P greco R3, un sereno tran tran rappresenta sempre una meta ardua da raggiungere e, soprattutto, da mantenere.
  • Del resto l’eroismo come rifugio e fuga è un topos.
  • Non sapevo e da quanto tempo lo è diventatos?
  • Dopo la battaglia di Maratona, credo. Battuti i persiani, per i reduci era duro riprendere la solita vita fra casa, piazza e caffè, racconta Erodono.
  • Erodoto, forse.
  • Giusto, è stata una stupida correzione del check speller che, poverino, è ignorante come una capra. Bisogna pensare che allora non c’era neppure la televisione, non che sia una presenza senza ombre.
  • Tematica o generalista? Come la definiresti la televisione inesistente di quell’epoca?
  • Non saprei, per i greci di allora forse sarebbe bastata l’assenza di un solo canale generalista, anche se mi rendo conto che è un discorso pericoloso quello in cui mi sto infilando, che potrebbe scivolare verso subdole forme di razzismo retrospettivo.
  • Non scivolare e sfilati subito, allora. Tenere in casa una tigre da duecento chili, come fosse un gatto, solo perché è un felino mi sembra ancora più pericoloso, però.
  • Hai una tigre in casa?
  • No, neanche un gatto.
  • Neanche io, del resto sarebbe un ben misero risultato dividere a metà la base per l’altezza di un gatto, anche senza tener conto delle difficoltà di una misurazione dal vivo, non troppo invasiva .
  • E’ quello che penso anche io, la geometrizzazione del quotidiano non appaga. Non so bene il perché, però.


L’edificio così acutamente triangolare della figura si trova a Berlino

E se fossi un’ombra?

sab. 11 ottobre 2003

  • E se fossi un’ombra?
  • Chi? tu o io?
  • Chi vuoi tu, anche entrambi, se vuoi.
  • Meglio in due; altrimenti ho paura che mi sentirei solo.
  • Cosa potremmo fare da ombre?
  • Io vorrei sdraiarmi su di un prato e guardare i cani che se la spassano scorazzandomi intorno liberamente, come se non esistessi.
  • Bello, verrei anch’io. Poi potremmo lasciarci trasportare dal vento nel bosco…
  • … e infilarci in un albero cavo e sentirlo scricchiolare da dentro…
  • … e lasciarci cadere da un ramo come foglie d’autunno.
  • Stiamo diventando lirici; dev’essere la mancanza di peso.
  • Troppo? Pensi che dovremmo conservarci più pesanti, ombre zavorrate, insomma?
  • No, non più di una foglia secca. Lasciamoci arruffare da questa brezza insieme alle altre foglie.
  • Ho sempre desiderato muovermi così silenziosamente, senza sforzo e senza calpestare nulla. Ma dimmi, tu senti freddo, ora?
  • No, e neppure caldo, né fame, né sete, né stanchezza.
  • Come sei diventato lungo, però.
  • Anche tu. A domani, allora, quando l’aurora dalle rosee dita ci risveglierà a nuova vita.

A sinistra il celebre bronzetto etrusco “L’ombra della sera” – Volterra

Gelsomino d’autunno

lun. 13 ottobre 2003

In questi giorni, aprendo le doppie finestre, entra dal terrazzo il profumo intenso di un gelsomino a spalliera coperto di vigorosi grappoli di fiori bianchi. Nessuno di noi, in famiglia, sa interpretare questo gesto trasgressivo di una pianta che, in passato, si era adagiata sui ritmi conformistici di una lunga fioritura durante la tarda primavera e l’estate.
Fin da da quando ero bambino, il profumo del gelsomino bianco, come quelli simili del caprifoglio e delle tuberose, significava per me: estate, vacanze, giochi all’aperto e grilli notturni sotto le finestre aperte.
Ora che i tigli stanno ricoprendo di foglie gialle il vialetto e le finestre rimangono normalmente chiuse, il profumo del gelsomino sul terrazzo è un piccolo tuffo al cuore gradito, ma inatteso; l’annuncio ingannevole di un’ estate che invece è finita e tornerà solo dopo un lungo inverno freddo e senza altri profumi, se non quello prezioso del calicantus.

Foglie dei tigli di casa sotto la pioggia battente