Oggi nevica sul serio

A sinistra, vecchi alberi stremati lungo il viale che lambisce il vecchio campo da polo nei giardini regina Margerita di Bologna
A destra, il viale che conduce a porta Castiglione.

Qui sotto il lagetto dei giardini, semi ghiacciato

Nemmeno i russi, abituali frequentatori dello Chalet durante i freddi week-end invernali hanno
osato avventurarsi oggi, durante la più notevole nevicata degli ultimi anni. (foto sotto)

… ma le anitre non demordono

Capate, scarciofoli freschi

Quando ero bambino e abitavamo in una strada privata più larga che lunga, ai margini della zona universitaria di Roma, mi capitava spesso, nell’andare a scuola, di vedere una giovane donna, già molto opulenta, seduta al margine del largo marciapiedi che conduceva verso un mercato coperto rionale. Se ne stava seduta su di una robusta cesta ribaltata a mondare i suoi carciofi. Si muoveva con gesti flemmatici, ma con grande perizia, ai miei occhi. Con uno spelucchino affilato recideva gran parte delle foglie più esterne, riducendo il considerevole, pomposo volume delle mammole, che pescava da un capiente cesto al suo fianco, in torsoli quasi bianchi che prontamente sfregava con un mezzo limone, perché non si ossidassero, prima di appoggiarli su di un’altra cesta ribaltata sulla quale rimanevano esposti ai passanti per invogliarli all’acquisto. A volte, li offriva, appena pronti, alle massaie che percorrevano la strada per andare al mercato. Teneva in mano l’ultimo, appena mondato dalle sue mani esperte, come fosse una rosa. Erano dei fiori squisiti, già pronti per essere mangiati così crudi, volendo, o per essere cucinati nei modi più tradizionali con olio, aglio e prezzemolo, o squartati e fritti o in uno dei tanti altri modi che la cucina locale aveva elaborato in secoli di esperienza. Intercalava questi sui gesti lenti e dignitosi con un distratto ritornello: “Capate, capate donne. Scarciofoli freschi de Ladispoli” Curioso il latinismo, (da capere cioè prendere, scegliere) conservato nella parlata dialettale, ma perduto nell’italiano e nel romanesco urbano.
Se fossero carciofi di Ladispoli e lei stesse venisse proprio dalla Maremma meridionale con una cesta di carciofi in testa, raccolti all’alba nel suo orto, è difficile da dire, ma è certo che si trattava di squisitezze già mondate che si potevano comprare con poche lire e potevano costituire, da sole, una cena gustosa, accompagnate soltanto dal pane e dall’acqua.
La squisitezza dell’acqua, bevuta dopo aver mangiato i carciofi, è un’esperienza indimenticabile per chiunque l’abbia provata e rimane immutata anche oggi, quando le maestose ortolanedi Ladispoli sono rimaste soltanto una cara immagine nella memoria.

Il bel disegno originale “su misura” è di Emilia

Carciofi romani

Philosopher walk

  • Hai pensato alle conseguenze?
  • Di che cosa?
  • In generale.
  • Avrei detto che non si poteva neppure. Occorre un’azione particolare, per tentare di valutarne in anticipo le conseguenze, ti pare?
  • In generale, hai ragione. Ma io mi riferivo ad un atteggiamento universale.
  • Capisco, ma se uno abbraccia questa filosofia universale, senza poi applicarla al caso particolare…
  • Questo è vero, ma se si acquisisce l’habitus di pensare sempre alle conseguenze, in generale, è più probabile che poi capiti di applicarlo anche all’evento particolare.
  • Mi sembra di capire che tu disapprovi che agisce distrattamente, alla carlona, senza preoccuparsi minimamente di valutare i possibili effetti che le sue azioni possono causare.
  • E’ così, infatti.
  • Ma di quante mosse previste ti accontenti?Prendiamo ad esempio gli scacchi. Quante possibili mosse e risposte deve pensare un giocatore perché tu non lo giudichi “uno che non pensa alle conseguenze”?
  • Tre? Forse cinque? Non ne ho idea.
  • Sembrerebbe, allora, che tu non avessi pensato alle conseguenze della tua domanda iniziale. Perché ti volti? Non ti convince quello che dico?
  • Altroché, hai proprio ragione, ma guarda quella bella giovanotta che passa. Sai cosa ti dico alla fine del giro? che a me, tutto sommato, piacciono le sorprese.

Significativa veduta della celebre Philosopher walk di Nonsodove

Carpe diem

Era una giornata di quelle in cui il gatto, stirandosi sulle zampe per fare la U rovesciata e sbadigliare con più gusto, guarda fuori dalla finestra e si rimette a dormire acciambellandosi sul cuscino sulla sua impronta già calda. Niente di grandioso come un tornado o anche solo un banale acquazzone nostrano, ma una pioggerella nebbiosa, persistente come il ricordo di un cattivo odore o una maledizione con i controfiocchi. Non faceva neppure rumore, ma bagnava come dio comanda. Le aiuole, oltre i vetri, erano inzuppate e anche i fiori sembravano averne abbastanza: già innaffiati, grazie, basta così.
Guardò le scarpe, in pole position davanti alla porta, per interrogarle con lo sguardo e capire se, almeno loro, avessero voglia di uscire. Non tradivano alcuna emozione. Guardò l’orologio: c’era tempo prima che l’edicola chiudesse per la pausa del pranzo. In definitiva, cosa ci sarebbe mai stato da leggere sul giornale? Aveva sentito tutti i telegiornali della sera prima, uno dopo l’altro: tutti uguali. Ormai le sorprese erano rare e anche la carta stampata sembrava destinata ad una noiosa ripetizione delle stesse veline invisibili.
C’era la settimana in cui crollavano gli ascensori, quella in cui i cani mordevano all’impazzata, le mucche pazze, i polli influenti… fece un piccolo sforzo per ricordare l’argomento in voga in quel momento: la voragine di miliardi derubati da una pia famiglia, molto per bene, di confezionatori di latte. Un soprassalto di tenerezza lo colse alle spalle ricordando il primo tetrapak della sua carriera di forte bevitore di latte. Rivide la piazzetta assolata all’isola d’Elba dove erano andati a rifornirsi di cibi e bevande da caricare sul gommoncino che si trascinavano legato in vita con una lunga fune, mentre, a nuoto con maschera e pinne, percorrevano la costa frastagliata, scogliosa e deserta. Stavano in acqua finché il freddo non li co stringeva a trovare uno scoglio dove riprendere calore come lucertole. Allora era il momento di gloria del piccolo Pirelli arancione che li aveva seguiti come un tender galleggiante: c’erano gli asciugamani asciutti, qualche panino e il latte, diventato tiepido.

Ricordava come era vestita quando erano usciti dalla scura penombra del negozio nella luce abbacinante della piazzetta con tre confezioni di latte a lunga conservazione, mai visti prima. Sopra il costume indossava un vestito corto, prevalentemente azzurro, con una scollatura a taglio percorsa da un cordoncino bianco, intrecciato come i lacci da scarpe. Erano felici, di quella beatitudine solare che tocca in sorte agl’innamorati e si apprestavano alla loro odissea privata nelle acque fresche e limpide, senza altra meta o scopo che quello di godere della compagnia reciproca in un’atmosfera serena, mentre Nettuno appariva placato e privo d’intenzioni ostili.
Decise di commemorare il ricordo preparandosi un te, ma in cucina trovò la caffettiera espresso ancora accesa. Aveva dimentica to di spegnerla, dopo la colazione. Non si trattava di una gran sorpresa, ma decise di approfittarne ugualmente: poteva non capitargli niente altro di meglio in tutta la giornata. Carpe diem: un buon caffè bello caldo era proprio quel che ci voleva in una mattina così buia ed umida.
E così fu.

Trentadue pezzi

– Lo sai che sei solo?
– Solo cosa? Sei in vena d’insulti, recriminazioni e roba del genere, ancor prima di aver cominciato a giocare?
– No, solo e basta. Solo al mondo, insomma.
– E tu?
– Oh, anch’io, naturalmente.
– Ma se siamo in due, come facciamo ad essere soli?
– Si può essere soli anche in mille.
– Un esercito di soli, allora. Musicalmente c’è una bella differenza fra coro e solista.
– Lo so e il solista è tenuto im maggior considerazione di un corista, ma io parlo d’altro.
– Avevo capito, ma tentavo di deragliarti dalle tue paturnie. Secondo te cosa ci guadagniamo a sapere che siamo tutti soli al mondo?
– Be’ è meglio sapere come stanno le cose senza illudersi.
– E chi l’ha detto? Tutti sappiamo di essere condannati a morire, presto o tardi, ma coltiviamo tenacemente l’illusione di avere ancora molti anni da campare davanti a noi, anche da vecchi, a volte.
– Insomma sostieni che un’illusione menzognera è meglio della verità nuda e cruda?
– Intanto smettila di parlare come un fotoromanzo; dico solo che non bisogna crogiolarsi in pensieri malinconici, anche se non privi di qualche fondamento. Metti a posto i tuoi pezzi, nel frattempo.

Evolution o devolution?

Per chi non lo sapesse, io fumo la pipa e la fumo da sempre, salvo un breve vuoto iniziale, quando portavo i calzoni corti e mi limitavo a tenere in bocca le piccole pipe figurate in legno di pero scolpite a forma di curiose faccette, magari con la barba e gli occhi brillanti di corallini incastonati al punto giusto. Al ginnasio fumavo la camomilla, poi passando al liceo, ebbi il permesso di caricare il fornello con il tabacco. Allora le tabaccherie avevano la gloriosa insegna ovale di ferro smaltato che ne testimoniava la funzione di appalto per la vendita di sali e tabacchi del monopolio di Stato e, in effetti, vendevano poco d’altro. Le sigarette Alfa e le Nazionali si vendevano anche sfuse in piccoli sacchetti di carta che ne potevano contenere fino cinque.Anche se comprarle una alla volta non rendeva l’acquirente particolarmente popolare agli occhi del tabaccaio, ricordo che miei compagni di scuola lo facevano per conciliare la voglia di fumare con i pochi soldi in tasca di cui disponevano.

All’epoca i tabacchi da pipa disponibili erano pochi e proporzionati alle tasche semivuote dei fumatori: imperavano i trinciati nazionali – forte, medio e leggero- confezionati malamente con la stagnola in pacchetti rettangolari, scomodissimi, simili ad un pezzo di sapone sottile. Il trinciato forte, in particolare, era micidiale. Circolava la battuta che fosse il più potente insetticida contro le pulci, se mescolato a polvere di marmo. I famigliari insettini, annusandolo, non avrebbero potuto evitare di starnutire clamorosamente e sbattere così la testa contro il marmo con una zuccata fatale.

Chi poteva permetterselo, aveva a disposizione due soli tabacchi esteri: Il Revelation americano e il Price Albert, inglese, venduto in una elegante scatola di ferro spessa un dito che si apriva in alto, nel modo più scomodo possibile, con un coperchietto ricavato nello spessore della scatola. Era una di quelle scatole robustissime che hanno salvato la vita al soldato più fortunato del West, sbarcato in Nomandia il D-day. Il protagonista della miracolosa deviazione di un proiettile sparatogli al petto è ancora vivo e ha raccontato la sua avventura durante la ricostruzione dello sbarco, apparsa la scorsa settimana su “Ulisse” di Piero e Alberto Angela. Ultraottantenne arzillo, ha mostrato alle telecamere la scatola salvavita bucata : poi dicono che fumare la pipa fa male.

A partire dagli anni ’60 anche noi derelitti fumatori di pipa italiani abbiamo vissuto la nostra età dell’oro: sugli scaffali dei tabaccai, finalmente, è comparsa una fioritura di decine di scatole e, soprattutto, di economiche e comodissime buste di tabacchi olandesi, danesi oltrché inglesi e americani. Uno spasso. Anche il monopolio di Stato fece un exploit mettendo in commercio “mixture” nostrane del tutto onorevoli e perfino confezioni di tabacchi puri (Virginia, Burley, Kentucky, Latakia…) da mescolare a proprio piacimento per ricavarne la propria mistura personale come, da sempre, hanno potuto fare gl’inglesi. Ricordo che da ragazzo, durante le vacanze londinesi, non mancavo mai di farmi preparare una piccola scorta di scatole tonde con il coperchio a vite confezionate espressamente per me, secondo i miei gusti e in mia presenza, dal tabaccaio di Charing Cross Road.

Ma la bella stagione è finita da un pezzo: ormai i tabaccai sono una specie in via di estizione. Al loro posto, si aggirano dietro i banchi degli spacciatori di sigarette in pacchetto: giovanotti e ragazze che di sigari e tabacchi non sanno nulla. “Le vuole morbide o dure?” cinguettano, esibendo la loro alta competenza professionale. Nelle prestigiose vetrine di storici tabaccai del centro hanno rimpiazzato bellissime pipe ed eleganti accendisigari con pupazzetti ed altre cianfrusaglie inguardabili e per procurarmi lo Sweet Dublin, che fumo da vent’anni -un popolarissimo tabacco danese veduto in tutto il mondo civile- devo scarpinare per mezza Bologna. Colmo dei colmi: il tabaccaio di Palazzo Re Enzo, il cuore della mia città, è sprovvisto di scovolini. “Non li tengo più, mi dispiace”, ha avuto il coraggio di confidarmi.

Evolution o devolution?

Bologna: sullo sfondo di palazzo Re Enzo il Nettuno.

La vida es sueño

  • La vida es sueño
  • “¿Qué es la vida? Una ilusión…
  • … una sombra, una ficción,
    y el mayor bien es pequeño:
    que toda la vida es sueño,
    y los sueños, sueños son.
  • Ehi, Caldoron, versi alati, stamattina. Cosa ti prende?
  • Niente, mi son svegliato così. Mi si devono essere appiccicati durante il sonno. In sogno, forse.
  • Sogni in ispagnolo, adesso?
  • Magari, mi piace moltissimo lo spagnolo: esotico e famigliare nello stesso tempo, per non parlare delle spagnole che lo parlano a mitraglia, come niente fosse.
  • A me piacerebbe sognare in una lingua che non capisco neanche io, ma che padroneggio come un poeta, durante il sogno. Magari una lingua perduta, antichissima.
  • Bellissimo! Potresti sognare in sanscrito: la madre di tutte le lingue indoeuropee.
  • Anche le figure dovrebbero essere all’altezza, però.
  • Naturalmente. Ci vorresti anche gli elefanti e le tigri, o animali ancora più esotici, magari scomparsi?
  • Sì, tutto e anche maliose indiane e fiumi maestosi e montagne innevate inattingibili, sullo sfondo di risaie verdeggianti
  • E che avventure ti capiterebbero? Ti piacerebbe fare il profeta, ascoltato e riverito? Sarebbe un’occasione unica, ti pare?
  • Il profeta dici? E mi ascolterebbero, assorti e rispettosi, quando predicessi loro un mondo migliore di giustizia e benessere per tutti.
  • A patto che tu non lo preveda in tempi troppo vicini, altrimenti scoprirebbero che sogni
  • Ma non stavo, appunto, sognando?
  • Sì, ma questo lo sapevamo solo noi due.
  • Fortuna che non ho capito una parola delle mie profezie
  • Ma il suono della tue parole era bellissimo, lasciatelo dire da un vecchio amico sincero; sembravi un libro stampato.
  • In devanagari, l’alfabeto divino, immagino.
  • …toda la vida es sueño, y los sueños, sueños son..

In alto,” Las visiones de Quijote” di Octavio Ocampo
In basso: “Il pensatore di Escher osservato dal terapista di Magritte” di Jos de Mey

Addio bella principessa

2 novembre 2004

“Dopo il matrimonio di V., la vendiamo. E’ inutile lasciarla intristire al sole e alla pioggia, coperta di foglie e aghi di pino”. Questo era stato il fiero proposito, ma in realtà è passato un altro anno e mezzo, prima che l’evento malinconico avvenisse. Venerdì scorso, però, abbiamo venduto la Jaguar con lo spirito di chi compie un dovere sgradito che non può essere ultreriormente rimandato. E’ dispiaciuto a tutti, perfino ad AM che, per misteriose ragioni, non hai mai voluto guidarla, benché fosse un autentico spasso.
Era bellissima, confortevole, silenziosa, veramente principesca, ma ormai la usavamo pochissimo. Da un paio d’anni, io ho smesso di girare per l’Italia come una trottola e, qui in città vado esclusivamente a piedi o in moto o in bici. Per i nostri giri&giretti, in coppia o in formazione completa, usiamo la monovolume diesel che funziona benissimo e non consuma un accidente, quindi… addio bella principessa, sei rimasta nel nostro cuore.

Malinconia

Non ci pensare, cosa vuoi che sia
Hai passato gli …anta
e il tempo scappa via?
Se li metti in fila
e li stai a contare
ogni giorno che passa
ti fa tribolare.
Sei in salute e bella che fai voglia
e quando parli ti stanno ad ascoltare.
Hai figli e nipoti che ti vogliono bene
una casa grande e un marito affezionato
da dove sbucano tutte le tue pene?
Dormi la notte e digerisci sassi
e il dottore? non sai neanche chi sia
In casa fai tutto quello che ti pare
e quando passi per strada si fermano a guardare
Quando ti salta addosso ‘sta malinconia,
non te la prendere, lascia che ti passi
fa una piroetta, mangia una torta,
bevi un bicchiere e ridi in allegria
Ma bada bene, questa non è una baggianata mia
è una ricetta di grido a cinque stelle
l’ho letta sul libro di psicologia
fra la torta di riso e le ciambelle
L’immagine è di Fernando Botero, com’è facile riconoscere.