Spionen

C’era una volta come in una favola 
Una vecchia spia seduta a tavola 
Mentre stava per raccontare storie antiche 
Segrete e destinate solo ad orecchie amiche 
La morte lo punì togliendogli la parola

A spillo

Una domanda mi assilla in queste meste giornate 
Che fine faranno le scarpe eleganti mai portate 
Quando alla fine di questa lunga pandemia 
Le signore potranno tuffarsi in calzoleria 
Alla ricerca di scarpine nuove più ricercate

Tampere

L’aprire il cassetto fu un gesto meccanico, quasi involontario. Superata la solita riottosità della porta esterna, la camera appariva ordinata, austera, perfino elegante nella sua sobrietà. 
Anche il bagno, senza finestre, ma non angusto, gli era parso ordinato e confortevole, secondo lo standard nordico. Cosa si aspettasse di trovare nel cassetto del comodino non è dato sapere, sempreché il gesto nascesse da una effettiva curiosità d’ispezionarne il contenuto. Nulla, probabilmente, o la solita bibbia dei paesi protestanti. Certo una bibbia in finlandese non sarebbe stata una lettura ideale per prendere sonno. 
Ad un primo sguardo il cassetto semiaperto sembrava vuoto, ma nel richiuderlo frettolosamente, sentì un leggero tonfo, come se un oggetto morbido si fosse arrestato contro una parete, strisciando o rotolando sul fondo. 
Il fruscio, inatteso e inesplicabile, lo sorprese. Con delicatezza, afferrò nuovamente la maniglia per riaprire il cassetto, ma si trattenne, in attesa di ulteriori segnali. 
Per esperienza sapeva che nelle camere d’albergo si trova di tutto: sveglie, radioline, caricabatteria, tappi per le orecchie, occhiali inservibili, scatole di medicinali misteriosi. Più di una volta aveva contribuito lui stesso ad alimentare la caccia al tesoro con oggetti, perduti per sempre, che cameriere frettolose avrebbero lasciato dove li aveva dimenticati.

Dal cassetto vuoto non usciva più alcun rumore, se mai ne era uscito uno. Istintivamente fiutò l’aria: il solito odore impersonale, impercettibilmente profumato di finta aria fresca, delle camere d’albergo ben tenute. Raggiunse il centro della stanza e si guardò attorno nuovamente, ma con maggiore attenzione. 
Sul tavolo l’abituale attrezzatura per scrivere ed un ventaglio d’istruzioni e depliant turistici e pubblicitari. Sul televisore acceso e silenzioso uno stupido messaggio di benvenuto: avevano sbagliato il suo cognome, ma di una sola lettera. 
L’armadio ad ante scorrevoli era aperto e vuoto. La porta era chiusa, ma le due finestre luminosissime, che occupavano una parete quasi per intero, avevano le tende aperte e lasciavano vedere chiaramente un rado andirivieni di persone nelle stanze del palazzo di fronte: un ufficio sicuramente. Erano le cinque e mezzo, di lì a poco l’ufficio si sarebbe vuotato e le luci sarebbero rimaste spente. Ad ogni modo decise di tirare le tende leggere che avrebbero dovuto proteggerlo dagli sguardi esterni. 
Ristabilita la privacy, si tolse la giacca, guardò l’orologio: mancavano ancora un paio d’ore prima della cena. Caricò la pipa e l’accese; la poltroncina era comoda. Riaccese meglio; ora il fumo saliva a boccate dense. Si fermò a guardare l’infinita varietà delle volute di fumo e, come sempre accadeva, fu penetrato da una senso di pace.

Cosa poteva esserci, in definitiva, nel cassetto? Non un fazzoletto sporco: troppo leggero per produrre quel rumore; non una scatoletta di aspirina: sarebbe rimbalzata elasticamente; non una sveglia o una radiolina: il colpo sarebbe stato più secco,

Decise di farsi una doccia. I due semigusci di plastica e alluminio del box che, in posizione di riposo, quasi non occupavano spazio calpestabile, una volta aperti, s’incastravano nel modo più semplice e naturale, racchiudendo un’area di un quarto di cerchio, più che sufficiente per muoversi confortevolmente sotto l’acqua, scrosciante direttamente sul pavimento, leggermente concavo e provvisto di una griglia di scarico. Semplicità geniale, ne fu ammirato. Soddisfatto, si lasciò sciogliere sotto il getto dell’acqua bollente, vagando in catene di pensieri senza capo né coda.

Ristorato, decise di cambiarsi: una tenuta più formale lo avrebbe aiutato a trovare un pretesto per scendere a cena. Quando era così stanco, la tentazione di ficcarsi direttamente e definitivamente a letto era grande, ma avrebbe rischiato di trovarsi poi nel cuore della notte vispo come un grillo, in un albergo addormentato. 
Semivestito si stese sul letto per ascoltare dal satellite un notiziario in una lingua qualunque, purché più comprensibile di quella locale. Mentre saltava i canali in finlandese e le commemorazioni lacrimose di lady Diana in inglese, s’imbatté in una partita di tennis: una lingua che conosceva bene e non richiedeva alcuno sforzo. Spense l’audio e si assestò più comodamente con l’aiuto di due cuscini.

Kuerten, in forma smagliante, aveva un’aria diversa dal solito. Non capì subito che cosa non quadrava nel brasiliano, finché una zoomata sulla faccia non chiarì il mistero: si era tinto i capelli, il ragazzo. Nonostante l’insolita zazzeretta bionda e l’abituale aria preagonica, si stava sgranocchiando, palla dopo palla, Safin, poderoso e invincibile, all’apparenza. 
Entrambi picchiavano dal fondo come demoni, concedendosi occasionali finezze sotto rete e rarissimi errori. A metà del terzo set si accorse che era ora di scendere a cena, peccato. Non aveva affatto appetito: si sarebbe accontentato del solito salmone tagliato sottile come prosciutto, pane bianco imburrato, una birra e, magari, una melina locale. 
Aveva scoperto con gioia che nei giardini delle case o nei lungofiume c’erano meli carichi di piccoli frutti coloratissimi. Ne aveva raccolti da terra e li aveva trovati gustosissimi. Assomigliavano alle meline della sua infanzia. Il problema era trovarle al ristorante. La globalizzazione aveva colpito duramente anche la terra dei laghi e delle betulle: era quasi impossibile evitare le solite delicious, ipertrofiche e senza sapore.

Dopo una passeggiata breve nell’aria rinfrescata tornò in camera ormai completamente ristabilito e dimentico del mistero del cassetto. Cominciò a spogliarsi e, uscito dal bagno, si diresse meccanicamente verso il letto con il libro in mano. Gli occhiali. Tornò indietro per ricuperarli dal taschino della giacca dove trovò anche il telefonino che occhieggiava in attesa della ricarica serale. Si apprestò alla procedura standard che seguiva ovunque si trovasse: caricare telefonino, leggere libro, spegnere luce, dormire.

Fu la luce verde del telefonino, lampeggiante al buio sul comodino, che gli riportò alla mente il cassetto. Nel silenzio si mise in ascolto: solo offuscati rumori dalla strada. Un leggero pallore entrava dai bordi delle pesanti tende tirate. Come al solito, niente imposte né bidet. Si girò sull’altro fianco: cosa diavolo avrebbe poi dovuto sentire? Cercò di pensare ad altro. 
Mise in fila le incombenze dell’indomani: niente in tutto, salvo il fastidio di raggiungere l’aeroporto e riconsegnare l’auto noleggiata. Non si capiva mai chiaramente dove la si dovesse parcheggiare. Nei paesi scandinavi non c’era mai anima viva nei garage a cui riconsegnare le chiavi: bisognava semplicemente abbandonare coscienziosamente l’auto in un box vuoto nell’area giusta e restituire le chiavi all’ufficio in aeroporto. Ma? Paese che vai…

Al risveglio scese a fare colazione riposato e di buon umore: gli piaceva il pasto del mattino quando era in giro, meglio se servito all’aria aperta, dove poter fumare la pipa senza fretta e senza timore di disturbare qualche vecchia stizzosa. A casa non andava mai oltre un caffè amaro, in piedi, con un paio di biscotti e, se era in vena di orge, qualche cucchiaio di yogurt.

Al ritorno in camera impiegò pochi minuti per richiudere la borsa. Niente valige. Comunque e dovunque, viaggiava solo con bagaglio a mano: una fida borsa floscia di cuoio grasso che teneva sempre pronta con la sobria attrezzatura di base. Detestava quei rumorosi trabiccoli con permalosi manici telescopici e ruote inadeguate che si vedevano in giro: il segreto stava nel viaggiare leggeri, non nella speranza vana di appioppare il peso alle ruote. Solo l’essenziale. 
Non c’è bagaglio, con le ruote o senza, che, prima o poi, non reclami di essere sollevato da terra inarcando la schiena. Fu proprio nel momento di volgere lo sguardo intorno per ripescare, un istante prima di uscire, gli eventuali oggetti sfuggiti al controllo durante la chiusura del bagaglio, che l’occhio ritornò al comodino e al cassetto chiuso.

Appoggiò la borsa sul letto e, senza esitare, lo aprì completamente con un gesto rapido e deciso. Dal fondo rotolò in modo sbilenco, fino a rimbalzare sulla parete frontale, un grosso dito medio mozzato, gonfio, completamente livido e con un vistoso brillante.

Appagato, richiuse con cura il cassetto, afferrò la borsa e lasciò definitivamente la stanza. Che inutile pacchianeria, un brillante grosso come una nocciola.

Lockdown

Bologna deserta durante il mese di marzo 2020
Nella strada deserta un sospetto insistente
Gli era entrato dall’orecchio nella mente 
Alle sue spalle sentiva passi ovattati 
Come se non volessero essere ascoltati 
Una filippina a distanza rincasava lentamente

Bollettino

Bollettino quotidiano della Protezione civile sul Coronavirus
  • Hanno detto che se non mantengo il distanziamento sociale un droplet mi può compromettere il lockdown e chi s’è visto s’è visto.
  • Io avevo capito il contrario, che il lockdown è fatto di droplet belli grossi che si sfidano a distanza sociale, ma senza pericolo.
  • Come quando si boccia invece di andare a punto, praticamente.
  • Su per giù, però oggi il divario su base stabile si è differenziato in meglio da ieri, hanno detto.
  • L’hai capito da quel personaggino in piedi che parla con l’alfabeto muto?
  • Si capisce, io ascolto solo quella. Per gli altri ci vorrebbe la traduzione.
  • Perché sono troppo intelligenti. Se parlassero chiaro gli si smaglierbbe la sapienza.
  • Però a forza di dai e dai vedrai che una qualche volta gli scappa detto qualcosa che lo capiamo anche noi.
  • Anche senza ascoltare, come facciamo adesso?
  • Per quello ci vuole più tempo, o almeno dovrebbero chiamare un virologo.
  • Anche per me sono i più belli. Se Panini facesse le figurine ne venderebbe un mucchio, adesso che il campionato è fermo e i bar sono chiusi.
  • Dici di fare un album di tutti i virologhi… Come si dice virologhi o virologi?
  • Secondo me sta meglio col GHI. Ma, secondo te, chi lo decide come farsi chiamare? Loro?
  • No, no il nome di categoria lo decide la Federazione.
  • Ma sono proprio divisi in squadre da 11 come i professionisti?
  • Be’ fanno bene. Un bel gioco di squadra è più professionale, poi si sorteggia a chi tocca difendere una teoria e l’altra squadra deve attaccarli così anche noi possiamo fare il tifo per uno o per l’altro.
  • E chi vince alla fine? Non conteranno mica i morti?
  • Per forza. Però, non so se vinca chi ne fa di più o di meno.
  • Bisognerà chiedere alla muta.

Gli uccelli

Immagine dal film GLI UCCELLI di Alfred Hitchcock
La radio disse che di sicuro erano molti milioni 
Gli uccelli che atterrarono su case e capannoni 
Avevano ricoperto ogni angolo remoto della contrada 
Lasciando libera misteriosamente soltanto la strada
Per una volta gli ornitologi ci risparmiarono dotte spiegazioni