Sine tempore

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Difficile dire se fosse troppo presto o troppo tardi quando la nave spaziale lo scodellò nel vasto atrio d’accoglienza del porto, ma ad aspettarlo non c’era nessuno. 
Alla partenza si era infilato in una capsula isotermica per abbandonarsi allo stato letargico, normale durante i lunghi trasferimenti nella galassia, fino a quando il computer di bordo non lo aveva risvegliato in prossimità della sua destinazione. 
Il livello d’ormeggio a cui avevano attraccato sembrava vuoto, o meglio non si vedeva nessuno in giro, anche se la voce sintetica onnidirezionale che lo aveva accolto, rivolgendosi a lui personalmente e nella sua lingua e animando una vasta parete con immagini olografiche estremamente realistiche, gli aveva fornito tutte le indicazioni che potevano servire ad un ospite a combustione interna d’ossigeno, . 
Assecondando i suggerimenti, si era liberato della scomoda tuta pressurizzata da sbarco per indossarne una molto più confortevole e adeguata alla situazione, che sembrava essere stata preparata per lui o, più semplicemente, era di tipo autocalzante. 
Quando, al termine del filmato informativo, la voce aveva cessato di parlare, forse in attesa di sue richieste, anche la parete animata era tornata ad uno stato opalescente, identico al resto della struttura. 
La luce sotto la cupola si era stabilizzata a valori di stand-by: un chiarore diffuso, senza ombre e senza variazioni, ad attinicità ottimale per garantire lo sviluppo della flora transgenica che abbelliva l’atrio, il centro delle rotatorie di svincolo dei tunnel a clima controllato e stipava gli orti a sviluppo verticale dei centri di approvvigionamento alimentare, come aveva potuto vedere e ascoltare durante la proiezione olografica. 
Anche la temperatura, la pressione, il grado di umidità e la percentuale dei gas che formavano l’atmosfera erano costanti e gli ricordavano vagamente il breve crepuscolo di alcune isole subtropicali del suo pianeta. 
Era sicuramente buona per le coltivazioni idroponiche e i microrganismi spazzini che presiedevano all’equilibrio dell’ambiente e forse anche per lui, ma priva di riferimenti ai vecchi parametri storici che lo tenevano sui binari da  quando era nato: ora, giorno-notte, stagioni. 
Da quando i periodi di rivoluzione e rotazione erano stati rettificati e sull’isola era stato adottato l’avanzamento lineare uniforme del tempo, espresso in TIC, la vita sull’isola aveva assunto ritmi più semplici e razionali, ammesso che lo stesso concetto di ritmo potesse trovare spazio in una struttura quasi priva di ciclicità. 
I sintetici che la governavano e presiedevano al funzionamento del sistema avevano da tempo relegato ai recessi profondi degli archivi storici il primitivo concetto di periodicità che era stato adottato per guidare il comportamento dei primi robot, costruiti ad immagine e somiglianza dei loro creatori. 
Da quando i Sint si erano emancipati e si autoprogrammavano, avevano abbandonato la rigidezza delle periodicità fisse, per quanto li riguardava, per affidarsi in toto a più semplici ed efficaci meccanismi di  retroazione, in grado di ricalcolare, istante per istante, la quantità di energie e di TIC che ogni compito richiedeva, tenendo conto dell’attrito globale variabile che incontravano nello svolgerlo. 
Bestfit era al corrente della situazione per averla studiata, ne condivideva l’eleganza concettuale  ed era curioso di vederla applicata, benché proprio la ragione della sua presenza lasciasse dubitare della sua perfezione. 
Ad indurlo ad accettare un viaggio lunghissimo e non privo d’incognite, non era stata la generosa offerta di denaro, né il legittimo orgoglio professionale per essere stato scelto come consulente dal governo di una delle isole spaziali più avanzate, faro di civiltà pacifica e stabile, ma la curiosità di conoscere un mondo di cui tutti favoleggiavano, benché nessuno lo conoscesse per esperienza diretta. 
Era stato invitato, con tutti gli onori, a compiere il viaggio: quello per il quale sarebbe stato disposto a spendere tutti i suoi averi ed anche a rischiare la vita, come Ulisse al cospetto dell’oceano. Ma all’isola non si  attraccava se non invitati e nessuno della comunità scientifica del suo pianeta lo era stato fino ad allora. Nessuno, mai.
Proprio per questo gli appariva molto strano che non ci fosse nessuno ad accoglierlo. 
Istintivamente consultò il suo primitivo strumento da polso: una periferica wireless costantemente collegata all’orologio atomico dell’istituto di ricerca sul tempo che dirigeva, per ricavarne un ovvio messaggio di out of range, utile per ricavarne l’ora quanto il frenetico display che mostrava il tempo in TIC od il pallore crepuscolare senza ombre che inondava uniformemente la cupola. 
L’atrio non mostrava varchi né aperture, ma quando avvicinò una mano ad una parete per saggiarne la  superficie, la voce riprese: “Quando vuole, dottor Bestfit. Il trasporto l’attende per portarla al suo alloggio dove i nostri maestri del tempo sono ansiosi di conoscerla. Se è pronto per continuare il viaggio, molto breve, vedrà, avanzi nella stessa direzione e si accomodi sul trasporto. 
E’ già in attesa e saturo della miscela dei gas che lei respira ora. “Aria fresca”, la chiamate, vero? Speriamo che sia di suo gusto. Altrimenti continui a riposare in quest’area di transito, interdetta ai Sint, fin quando non è pronto per proseguire”. 
Interdetta ai Sint, aveva detto; ecco la ragione dell’assenza di Mastime con il quale aveva preso gli accordi preliminari prima di partire e che si aspettava di trovare al porto al suo arrivo. 
Probabilmente era un’entità collettiva modulare, capace di pensare e lavorare in parallelo o per entità disgiunte, in relazione alle circostanze; la stessa che la voce aveva chiamato “maestri del tempo”. 
Il trasporto non aveva sedili: i Sint non si stancano e non riposano. 
Restando in piedi, però, la testa di Bestfit toccava il soffitto, in compenso l’aria era respirabile, con un eccesso di O3 forse, come accade dopo un temporale. La navetta, “il trasporto” l’aveva chiamata la voce, si muoveva nel buio più completo, senza sussulti. 
Ovviamente non c’era pilota, ma non sembrava muoversi su di una pista o su binari; se fluttuasse nell’aria aperta o si movesse come un hovercraft dentro un tunnel era impossibile da stabilire. 
Le pareti emettevano il solito pallore opalescente, molto attenuato, che sembrava causato da una proprietà del materiale più che dalla volontà d’illuminare l’interno. 
Ripeté l’esperienza di avvicinare una mano ad un punto a caso. Ancora una volta la superficie cambiò stato. Apparve una sorta di mappa con punti luminosi identificati da coppie di numeri arabi (le buone vecchie coordinate?) e, in costante aggiornamento, una traccia luminosa  (la posizione del trasporto?), ma nessuna voce si attivò. 
Gli sembrò che i segnali luminosi fossero replicati anche su di una frequenza diversa, (ultrasuoni?) che percepiva come fischi quasi impercettibili. Ne sapeva poco più di prima. 
Allontanò la mano e lo stato opalescente fu ripristinato. Probabilmente la mappa era attiva e permetteva al viaggiatore di determinare la rotta e la destinazione, arguì. 
La cosa lo confortò: non era rinchiuso in un furgone cellulare, ma viaggiava su di una specie di super-taxi programmabile sia dall’esterno che dall’interno, dotato di strumenti di comunicazione che gli avrebbero permesso di agire, una volta conosciuti. 
Con una decelerazione dolce e progressiva il trasporto si fermò e apparve un’apertura, completamente invisibile durante il viaggio: un varco verso il buio. 
Stava guardandosi attorno, quando l’ambiente circostante s’illuminò e una voce, leggermente diversa, lo accolse: “Venga dottor Bestfit, la cupola è piena di aria fresca. La ringraziamo molto di averci raggiunto nella nostra piccola isola. Siamo i maestri del tempo, o Mastime, se preferisce: un’entità sintetica collettiva. 
Si rivolga a noi nella sua lingua, al singolare o al plurale, come preferisce. Le risponderemo sempre con questa voce, se ci sente bene.” 
“Perfettamente, grazie”
“Abbiamo allestito, per lei solo, un alloggio sterile a gravità terrestre, con servizi e arredi del tipo che lei usa abitualmente. C’è aria fresca e dispensatori di acqua dolce nutritiva; per raggiungerlo cammini attraverso la parete che le sta di fronte. 
Beva quando ha fame o sete e chieda più luce o più buio, più caldo più freddo secondo le sue abitudini. 
Noi fluttuiamo all’esterno, non c’è aria adatta a lei qui da noi, eccetto che nel trasporto che ha già usato ed è a sua disposizione. Quando è stanco riposi. Noi siamo sempre attivi, inneschi il collegamento per mezzo della sua voce, ci chiami semplicemente, insomma. La lasciamo riposare ora?”
“Grazie, Mastime, ho riposato anche troppo durante il viaggio, mi piacerebbe conoscere meglio la ragione del vostro invito, che ho gradito molto.”
“Vorremmo che lei ci chiarisse alcuni aspetti della vita sul suo pianeta che non conosciamo bene e che potrebbero aiutarci a risolvere qualche problema con la piccola colonia di animali, di esseri animati, di organici…come definirli?”
“Persone?”
“Ecco, appunto, che creano qualche problema alle persone che noi ospitiamo qui sulla nostra isola. Non vorremmo si estinguessero completamente, ma il rischio ormai è grande. Si tratta di una piccola comunità di organici a combustione interna che ingeriscono solidi e liquidi ed usano ossigeno come comburente, simili a lei, da questo punto di vista.”
“Uomini?”
“Giudicherà lei. L’aspetto è considerevolmente diverso dal suo, ma hanno punti in comune con il modello a cui lei appartiene: sono entità singole non collegabili in parallelo, dotate di organi adatti alla sola riproduzione sessuata, ma a differenza vostra, non praticano la clonazione. 
Sono costituiti da un solo blocco completamente organico, composto di organi non sostituibili e a durata limitata, ad usura rapida e bassa efficienza termodinamica. 
Hanno bisogno di grandi quantità di combustibile che dissipano rapidamente, sia in forma di calore disperso sia in forma di scorie inutilizzabili. 
In assenza di ossigeno, ad esempio, cadono rapidamente in una forma di letargia simile a quella periodica in cui trascorrono un terzo del loro tempo. La cosa curiosa è che non ne escono più, neppure riportandoli in ambiente ossigenato.”
“Muoiono, insomma.”
“Può darsi che sia questa la definizione corretta di questo cambiamento di stato apparentemente irreversibile, che parrebbe collegabile a cause molteplici, non soltanto all’assenza di ossigeno. 
Il nostro problema è che, in assenza di un’analisi certa della causa del malfunzionamento che li conduce alla letargia, non siamo in grado d’innescare la procedura corretta per riattivarli. 
Sfortunatamente nei nostri archivi non è presente alcuna scheda descrittiva della struttura costruttiva delle persone, né, tantomeno, quella per la loro manutenzione ordinaria e straordinaria. 
Questa colpevole negligenza, che risale ai primordi lontani del tempo ciclico, ben prima della rettifica delle orbite, ci ha indotto a sperare nel suo aiuto esperto per consentirci di uscire dall’imbarazzo ed evitare l’estinzione degli ultimi esemplari di persone, come lei li ha definiti: soprattutto da cuccioli sono così buffi e giocosi, sarebbe un peccato.

Noi supponiamo che le informazioni che ci servirebbero siano conservate in dischi optomagnetici che, a suo tempo, venivano ritenuti affidabili e indistruttibili. In effetti sono inalterati a distanza di parecchi milioni di TIC, ma non esiste più alcun dispositivo in grado di leggerli. 
Tutto quello che non è stato convertito negli archivi neuronali è divenuto lettera morta.”
“Benché vi possa sembrare incredibile, non credo che trovereste le informazioni che vi servirebbero neppure nelle antiche memorie optomagnetiche.”
“Come mai?”
“Perché resuscitare un animale morto, per asfissia o per altre cause, non è mai riuscito a nessuno, se non nelle favole. 
Quando il cambiamento di stato di  un organico, come dite voi, si è completato è irreversibile e, tradizionalmente, è chiamato morte. Mi rendo conto che si tratta di un difetto di costruzione che appare incredibile ai vostri occhi, ma è sempre stato così. 
Ci sono procedure che possono allontanare nel tempo questo evento, ma vanno applicate prima del cambiamento di stato. Quest’arte da noi prende il nome di medicina.”
“Lei conosce quest’arte?”
“No, tuttavia qualche consiglio utile alla loro sopravvivenza, forse, potrei darvelo ugualmente, ma dovrei vederli e parlare loro, prima.”
“Li potrà vedere quando e quanto vuole, ma dubito che possa parlare con loro come sta facendo con noi ora.”
“Non conoscono la Koinè?”
“No, non parlano un linguaggio comprensibile. Sono molto docili, affettuosi e anche espressivi, a loro modo, ma non crediamo che siano in grado di parlarle. 
Probabilmente hanno subito un processo involutivo per sopravvivere a condizioni competitive insostenibili per loro. 
Se sono gli eredi dei primi organici che impiantarono e popolarono l’isola, come abbiamo pensato, e furono i padri delle prime serie di Sint da cui tutti noi discendiamo dovevano essere ben diversi, allora.”
“Ma da che pianeta provengono?”

“Al tempo della rettifica dell’orbita e del passaggio al sistema neuronale ci fu una vera e propria rivoluzione. Tutti i vecchi sistemi digitali binari fondati sulla cosiddetta intelligenza artificiale furono sostituiti…”
“…distrutti, intende dire?”
“Sì, riciclati senza eccezione, fu instaurato il sistema spazio-temporale lineare fondato sul TIC che misura sia il tempo trascorso che lo spazio coperto dall’isola, mentre procede in direzione di Orione seguendo una rotta lineare a velocità costante. 
Nessun dato è rimasto su quanto precedette il reset universale; eccetto una piccola colonia insignificante di organici, estranei al sistema neuronale che ci governa e di cui tutti siamo parte.” 
“Una lotta per la conquista del potere fra Sint binari e Sint neuronali, sfociata in un cataclisma artificiale che ha cancellato l’intera storia dell’isola, ma ha lasciato in vita un pugno di organici. Dovevano essere importanti.”
“Al contrario, sono sopravvissuti perché irrilevanti. Li ha salvati la loro involuzione verso forme primitive sempre più elementari.”
“Più probabile, in effetti. La mia natura mi porta a questo genere di errori. Però voi ci tenete molto ugualmente, a quanto pare. Come si spiega?” 
“Noi viviamo in un presente immutabile e perfetto, siamo uno e molti allo stesso tempo, e abbiamo una conoscenza completa e un controllo totale del nostro mondo; queste piccole persone sono una fonte perenne di sorprese. 
All’interno dell’ambiente che abbiamo creato e manteniamo per loro, li lasciamo completamente liberi di agire e loro vi si muovono come se ne fossero i padroni, ma in realtà sono incapaci di governarlo e di governarsi e questo genera infinite variazioni irrazionali e imprevedibili. 
Per noi sarebbero un autentico spasso, sennonché, lasciati a se stessi, stanno compromettendo l’equilibrio dell’ambiente che dovrebbero custodire e mentre si azzuffano fra di loro accelerano il processo di degrado naturale a cui sono soggetti. 
Abbandonano definitivamente, nascondendone sotto la superficie i resti inutilizzabili, coloro di cui hanno causato la letargia totale con atti crudeli e svantaggiosi per l’intera loro comunità. 
Non sono in grado di concordare una strategia di governo stabile e vantaggiosa per tutti e, pertanto, temiamo che in questo modo stiano avviandosi a scomparire completamente, per questo l’abbiamo chiamata: li aiuti a salvarsi.”
“E perché?”

Questo racconto è stato pubblicato nel 2009 nel mio libro cartaceo “Capo e coda”

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