Bici e tricicli dell’ottocento

Da piccolo, ricordo che mi divertiva moltissimo uno sketc di Carlo Dapporto sul meccanico della Bianchi che assisteva Fausto Coppi, il “campionissimo” in un’epoca in cui il ciclismo era altrettanto popolare del football oggi. “Mi sun Pinella, meccanico della Bianchi. La bicicletta, la parte più importante è il cambio: fili non fili son trentasei pessi…” questo era l’attacco in un piemontese strascicato quale mi pare di ricordare a cinquant’anni di distanza. La Bianchi verdina con cui Coppi, (assistito da Pinella e dal massaggiatore cieco Biagio Cavanna, anche lui piemontese) vinse il giro d’Italia nel 1953 è tuttora esposta nel museo della scienza di Milano e quel particolare colore è rimasto, da allora, il colore delle Bianchi. Anche in famiglia ne abbiamo avuta una; era della misura adatta ai miei figli quando avevano 9/10 anni.

Sull’argomento biciclette ritornerò. Per oggi chiudo con un album (in formato pdf) di rare bici storiche cominciando da quella realizzata partendo da uno schizzo di Leonardo (1490) contenuto nel Codice atlantico seguito da una serie di foto del museo americano Owls Head Transportation Museum. L’ultima foto dell’album raffigura una bici da donna che è quasi identica a quelle che si possono comperare oggi in un negozio. Ma l’evoluzione continua…

Jojo

Le sue prime foto erano autoritratti, ma senza occhi e senza bocca. Lui le foto le disegnava con i pennarelli su di un foglio di carta e al posto della faccia scriveva il suo nome: diceva di non sapere disegnare i suoi occhi e la sua bocca. Il linguaggio verbale non era pane per i suoi denti, così per esprimersi disegnava foto

Aveva dodici anni, due sorelline gemelle più piccole, una madre molto giovane che si era innamorata di suo marito quando lui si esibiva come musicista in locali notturni della banlieu parigina. Lo seguiva nei suoi concerti e lo fotografava durante le sue esibizioni. Centinaia di foto raccontavano il loro iddilio, interotto dalla nascita di Jojo che, con la sua presenza, aveva costretto il padre a cercarsi un lavoro stabile. Ma la madre, poco più che adolescente, aveva deciso di tenerselo, il suo bambino meticcio.
Il colore della pelle era uno degli aspetti più curati nelle foto di Jojo. Con sapienti sovrapposizioni di velature dei suoi pennarelli fotografava la pelle dei bambini, diversa da quella della bambine e degli adulti: i diciottenni.

Stava crescendo e attraversando una pubertà senza parole, o quasi. Non gli restava che fotografare, un foglio dopo l’altro, la sua realtà in tumultuoso cambiamento, sotto la spinta di pulsioni sessuali confuse, ma prorompenti, e farne una storia: il film della pubertà di un bambino autistico dalla pelle colorata.

Vecchie foto di Carpi

La grande casa della famiglia di mia madre in via San Francesco a Carpi (nella foto, la seconda a sinistra con i tre comignoli) era la meta dei miei primi giorni di vacanza. Venendo dalla città, “il paese” mi sembrava straordinariamente tranquillo; si poteva giocare a ping-pong nel grande cortile interno, ma anche uscirsene in bicicletta per le strade acciotolate o, addirittura andare fino al podere di Fossoli da cui tornare al tramonto, lungo l’argine del canale, con un fiasco di latte appena munto e con le albicocche, le ciliege, l’uva o i pomodori, ancora caldi di sole.
In tasca sempre la fionda, un temperino, qualche pezzo di spago e un po di fil di ferro per ogni emergenza. Lo scotch non era ancora stato inventato; la televisione non c’era ancora e la plastica non aveva ancora fatto il suo ingresso trionfale.

Nel piccolo album “Vecchie foto di Carpi” ho raccolto e rielaborato alcune immagini, già presenti sul WEB, di un’epoca ancora precedente, benché i carri dalle alte ruote appartengano anche alla mia infanzia, ma non certo il bastione delle mura. Il truciolo era ormai nella sua fase calante, in attesa di essere sostituito, a breve, dalla manifattura dispersa e dalle fabbriche di maglieria che arricchirono la città nei decenni successivi. Immutabile il Castello e i portici che lo fronteggiano nella immensa piazza: una dell più grandi del nostro Paese.

Sul truciolo vedi anche il racconto “In punto”

Pappa rapappa paaaaaaaaa

  • Hai sentito che è morto il papa?
  • Mi era sembrato. Ne hanno parlato in un giornale radio, ma di sfuggita.
  • Come è giusto, ti sembra? La morte è un fatto squisitamente privato, forse il più privato di tutti. Ci vuole delicatezza e rispetto.
  • Sono d’accordo con te. Ma cosa gli è successo? S’è saputo?
  • Vuoi dire se gli hanno sparato un’altra volta?
  • Be’, con i tempi che corrono… Ma mi sarebbe sembrato strano: era un uomo così discreto. Mai che si facesse vedere in televisione o si mostrasse in pubblico. Del resto doveva avere una certa età e da vecchi c’è poco da esibire: ci vuole compostezza, dignità, discrezione e, potendo, saggezza. Queste sono le qualità che ci si aspetta da chi ha vissuto a lungo e ha conosciuto il mondo.
  • Infatti, governava la sua chiesa, dicono, ma restando sempre in ombra, senza mai farsi riprendere e intervistare.
  • Ci mancherebbe. Un uomo nella sua posizione deve sapere stare al suo posto, poi c’è tutta una tradizione di regale distacco alle sue spalle. Ricordi il papa di quando eravamo bambini?
  • Altroché, bastava guardarlo per capire subito che era il papa. Del resto, guarda Ranieri di Monaco, che è il sovrano di uno staterello da niente: che compostezza.
  • Dignitosissimo! Non dico che la forma sia tutto, ma la spettacolrizzazione è sempre veramente sgradevole e sarebbe patetica se estesa alla morte di un vecchio.
  • Per fortuna misura e dignità sono stati l’atteggimento generale, in questa occasione. Sarebbe stato molto triste se avessimo dovuto assistere a sottolineature smodate.
  • Sono queste le situazioni in cui si vede se si è conservato il senso della misura; rallegriamoci che nessuno ne abbia approfittato per mettersi in mostra.
  • Del resto, “Morto un papa, fatto un altro”, si è sempre detto.
  • Certo, “…e la vita continua”

Pollicino

Cancellare ogni traccia del proprio passaggio terreno era diventata la sua ossessione. Sopravvissuto ad un’infanzia di stenti, la fortuna, il coraggio e l’intraprendenza gli avevano assicurato una posizione invidiabile, non solo per l’agio economico ed il prestigio sociale di cui godeva, ma anche per l’aura eroica di cui era circondato. Ormai lontano dai riflettori della notorità quotidiana, era riuscito con tenacia e senza colpi di scena a circondarsi di una confortevole sfera d’ombra, ma non gli bastava. Avrebbe voluto sparire, cancellare, da vivo, ogni traccia del proprio passato nella memoria dei suoi contemporanei.

Da eroe popolare, amatissimo da un paio di generazioni, avrebbe, invece, voluto godere della stessa damnatio memoriae riservata ai grandi, caduti in disgarazia in età bizantina. Quando l’opera sembrava ormai riuscita, improvvisamente accadeva un evento, a lui del tutto estraneo, che lo riportava in piena luce sulla stampa per una sua impresa, ormai lontana nel tempo, di cui si rimpiangeva, con nostalgia, l’irripetibilità.

In un’età in cui i più annaspavano pateticamente per apparire ad ogni costo in televisione, seppure in modo effimero, ridicolo, degradante, a lui non riusciva di sparire. Reporter intraprendenti, lo avevano scovato, filmato e ripresentato ad un telegiornale mentre leggeva un libro sotto il portico della sua casa in mezzo alla pampa argentina, a mille miglia dalla città più vicina. Perduta ogni speranza di svanire a Macondo, aveva tentato di mimetizzarsi nella grande promiscuità del Greenwich village, ma ben presto un reportages aveva documentato il suo nuovo rifugio, svelandone ogni particolare ed esaltando le sue anonime abitudini quotidiane.

Tornato in patria, nella valle boscosa della sua infanzia, lo avevano nominato senatore a vita e perseguitato con una decina di lauree honoris causa che lo avevano costretto ad apparire in cerimonie stucchevoli, in cui il suo passato gli veniva ripresentato dal rettore di turno come un fantasma immortale di cui gli era impossibile liberarsi.

Ormai privo di speranza, durante una notte insonne, gli capitò di rivedere Kaghemusha (Il sosia) e gli sovvenne di un suo doppio, emigrato in Argentina, che aveva conosciuto per caso e assunto nella sua finca. Era un brav’uomo, uno dei tanti sfortunati, originari della sua valle, che, da ragazzi, avevano cercato fortuna all’estero senza trovarla, prima che lui gli affidasse il governo della fattoria, alla sua partenza per New York.
Lo fece venire segretamente, lo vestì e istruì molto sommariamente e lo mandò a ricevere una laurea nella capitale.
I giornali, dando il giusto rilievo al’evento, riferirono che la recente malattia aveva segnato fisicamente il senatore, ma senza appannarne quello spirito che lo aveva reso un mito vivente: un unicum irripetibile a cui l’intero paese guardava come fulgido esempio di virtù civiche, modestia esemplare e cultura insondabile.

Il bugiardino

AlchimiaIl “bugiardino”, come lo chiamano gli addetti ai lavori, sarebbe quel foglietto ripiegato ad organetto che impedisce un comoda estrazione delle medicine dalla loro scatola. Da qualunque parte la si rigiri, per riuscire a raggiungere il blister con le pillole, bisogna, prima, estrarre il maledetto foglietto. Saggezza vorrebbe che lo si buttasse via immediatamente la prima volta, ma capita, invece che, in un momento di debolezza, ci si lasci andare a dispiegarlo e, giunti a quel punto, si tenti di leggerlo.

La parte iniziale, in caratteri microscopici e con linguaggio criptico, contiene la descrizione del farmaco. Non c’è mai scritto, intendiamoci, “Fa passare il mal di testa” o altre notizie utili che lo rendano chiaramente distinguibile, a colpo d’occhio, con le pillole che si occupano, invece, di combattere il mal di gola. Troppo facile, non meriterebbe l’ambito nome di bugiardino, sennò.

La seconda parte, di solito, indica in modo infido ed estremamente ambiguo la posologia, che, in italiano, vorrebbe dire quante-ne-devi-prendere e, magari, anche quando e quante volte al giorno. E’ chiaro che un bestione di 120 kg va trattato con dosi più massicce di uno scricciolo di 42, ma la faccenda non viene mai posta in questi chiari termini ponderali. Se si è fortunati, l’indicazione si sbilancia a dire: una o più pillole ogni sei/dodici ore, durante i pasti. Come dire: “Vedi un un po’ tu, gringo…”.
Naturalmente, non manca mai “… o secondo prescrizione medica” che suggerisce chiaramente che qualsiasi danno ti possa capitare, o è per colpa tua che non hai consultato il tuo dottore o sua che ti ha dato l’imbeccata sbagliata. Loro, i signori produttori di farmaci, te lo avevano detto a chiare lettere cosa dovevi fare.
Resterebbe da soddisfare anche una curiosità riguardo al numero di pasti al giorno che un cristiano, seppure afflitto da mal di testa, dovrebbe consumare, ma lasciamo perdere, perché il bello viene nella terza parte del foglietto: quella che indica i malanni che il farmaco combatte e, soprattutto, le controindicazioni.

Se uno sa di essere un tipo nervoso, propenso alle arrabbiature e a pericolosi scatti d’ira, come Alessandro Magno, desista immediatamente dalla lettura di questa ultima parte, rinunciando a gustarsi un capolavoro di malafede, ambiguità e sadismo mascherato dentro un vello d’agnello.

I più dotati di spirito, i buontemponi ipervaccinati, invece proseguano perché ne vale la pena. Nelle poche righe finali del bugiardino si concentra, infatti, tutta la sapienza comunicativa di uno stuolo di azzeccagarbugli di alto rango, strapagati per rendere minacciosamente oscure le ineludibili reticenze e le inconfessabili verità, scoperte dai medici durante le compiacenti sperimentazioni del farmaco.

In fondo FARMACON in greco non vuole dire altro che veleno, perché non alludere, allora, seppure enigmaticamente, alle potenzialità negative che sarebbe in grado di sviluppare?
Certo non si troveranno mai affermazioni esplicite del tipo: “Può provocare fantastiche emorragie allo stomaco”, ma più sottili accenni alla possibilità che “…in individui particolarmente sensibili possano verificarsi occasionalmente… ” non stonano, anzi.
Che speranze di guarigione potremmo mai riporre, del resto, in una medicina del tutto innocua o, addirittura, dal sapore gradevole? Fatalmente non si tratterebbe di nient’altro che di un banale placebo: mica panis, aqua fontis. E che ci casca? Siamo tutti furbissimi, noi.

Luky card

come un milordScambiava barattoli imbrattati di grumi di biacca con caramelle croccanti incartate in carta crespa, ma non ce la faceva ugualmente a sbarcare il lunario. Giunto ad un passo dal farsi monaco in una delle religioni maggiori, dovette desistere, quando si accorse che la soluzione dei suoi problemi avrebbe contrastato con il suo agnosticimo atavico. Tuttavia, sostenuto da una forte tempra e da sani principi, non si lasciò scoraggiare dal contrattempo.

Ormai deciso ad imprimere alla sua vita una svolta decisiva e definitiva, pensò che avrebbe trovato una soluzione migliore leggendo un manuale. “Come intraprendere una carriera sfolgorante e raggiungere un ineludibile successo” gli parve adeguato, ma il libraio ambulante non volle fargli credito, in attesa di esserne lautamente ripagato. La prospettiva dell’immancabile fortuna di cui, a breve, avrebbe goduto il suo debitore non distolse il bouquiniste dalle sue meschine pretese immediate. L’evento imprevisto appannò la sua fiducia nell’autentico valore del manuale, ma lo scampato pericolo di un acquisto incauto lo rese euforico.

Mentre svoltava l’angolo con aria giustamente pimpante, la fortuna gli si presentò nella forma di una fata bionda, adeguatamente attillata e minigonnosa, che, scorgendone una disponibilità insperata all’ascolto, lo convinse ad accettare una carta di credito golden e, per soprammercato, lo invitò a brindare al suo successo di venditrice: era il suo centesimo cliente e per lei valeva una promozione e, quasi certamente, rappresentava anche l’inizio di una carriera rampante.

La fortuna ormai era girata a suo favore. A dispetto della sua inesperienza, seppe trovare nella sua indole brillante e nell’euforia del momento la giusta ispirazione per l’impiego più proficuo della nuova carta. Fatti pochi passi, s’infilò in una sartoria maschile donde uscì, un’ora dopo, vestito come un milord, giusto in tempo per approfittare della cerimoniosa accoglienza che gli fu tributata nel ristorante accanto: un locale confortevolmente lussuoso dove si lasciò consigliare costose prelibatezze e vini adeguati.

Ne uscì satollo, soddisfatto e pronto ad imprese ben maggiori, sostenuto anche da un’ebrezza alcolica che gli permetteva di volare, quasi.

Una nuova vita lo attendeva radiosa, ne era certo e sarebbe stato sorpreso se, in quel momento, avesse potuto leggere le cronache locali del giorno dopo. Infatti, i giornali riferirono che un giovane e ricco signore aveva trovato la morte, investito sulla soglia del “Majestic” dall’auto del ministro della Salute, cliente abituale del celebre ristorante. L’identificazione dello straniero era tuttora in corso perchè, come di consueto fra i ricchi eccentrici, non aveva in tasca né denaro, né documenti, eccetto un’inutile carta di credito priva di validità.

Correggio

Ogni tanto ci capita di passare per Correggio. Qualche volta ci fermiamo anche a pranzo, come sempre, a caso. Una volta, durante la bella stagione, ci ha divertito molto la conversazione fra quattro donne sedute ad un tavolo accanto al nostro nella veranda all’aperto: in dialetto e ad alta voce, teneva banco una delle quattro che raccontava come avesse trasformato casa sua in una specie di ristorante per figli e nipoti, molto indaffarati, ai quali, a pagamento, preparava da mangiare ad orari diversi con un’attività quasi professionale. Le quattro pensionate, non certo baby, esprimevano un’energia e un’allegria straordinarie, quasi contagiosa.

Da piccolo durante lo scorcio di vacanze estive che trascorascorrevo a Carpi, Correggio era una meta di sgroppatine in bici, con il pretesto di andare a prendere un gelato. In un gruppetto di amici, facevamo i 18 kilometri assolutamente pianeggianti, ma assurdamente tortuosi, lungo una stradina con pochissimo traffico, quasi una ciclabile in aperta campagna. Oggi tutto il paesaggio è stravolto e quasi irriconoscilbile: il progresso che avanza.

Il corso centrale di Correggio, però, conserva ancora la vecchia pavimentazione con ciotoli di fiume interrotta dalle piste di pietra liscia: una benedizione per i ciclisti, tuttora numerosi. Alcuni interni delle vecchie case sono state restaurate con buon gusto, ricuperando al pubblico passaggio aree cortilive, corridoi e logge, un tempo private. In uno di questi cortiletti di passaggio si trova l’inquietante scultura in legno di cui riproduco la sommità, qui accanto.

La perla della cittadina, un po’ più esterna, resta il Palazzo dei Principi, sede della corte dei Da Correggio all’inizio del ‘500, restaurato con cura dopo un lungo abbandono ed il terremoto che ha colpito duramente l’intera zona nel1996 e nel 2000.

Vale una visita rilassata, sia il bel cortile quadriporticato con un bel leone funerario romano del primo secolo DC, sia il museo al primo piano dove si conservano alcuni arazzi preziosi, acquisiti all’epoca dello splendore della corte dei Da Correggio, e una rara madonna (con il bambino?) mutilata, in teracotta policroma.

Se si ha la fortuna, come è accaduto a noi, unici visitatori di un sabato pomeriggio, di conversare con il giovane custode, cortese, competente e discreto, si gusta ancora di più il materiale esposto. Purtroppo mancano le numerose opere del Correggio che dovevano ornare il palazzo durante il Rinascimento e che ora arricchisco i musei di mezzo mondo.

Alcune foto (correggio.pdf) a corredo di quanto ho scritto

Svelto come un pesce nello sciroppo

Anche nel 2005 sono stati assegnati i premi IGnobel, che non hanno nulla d’ignobile, ma sono ricerche curiose che prima fanno sorridere, poi pensare. Su “Kilpoldir?” ce ne siamo già occupati in passato (vedi:La regola dei 5 secondi ; Ignobel per la pace ) e ci ritorniamo anche quest’anno segnalando il premio per la chimica assegnato ad una ricerca dell’università del Minnesota e del Wisconsin per avere risolto un problema scientifico di lunga data: si nuota più velocemente nell’acqua o in una sbobba sciropposa?
Può sembrare una scemenza, ma la questione fu posta da Isacco Newton al tempo della stesura dei Principia Matematica e lasciata irrisolta, visto il disaccordo teorico inconciliabile fra lui e il suo amico Chistiaan Hyugens.
Insomma nuotare in un liquido più viscoso dell’acqua rallenta il nuotatore o gli permette migliori prestazioni? Finalmente, ora lo sappiamo: la ricerca, premiata con l’ignobel per la chimica, ci ha fornito una risposta incontrovertibile.

guaram

L’esperimento è stato condotto con il maggiore rigore scientifico, dispendio di mezzi e, soprattutto, una grande pazienza per ottenere il permesso di riempire (e poi svuotare nele fogne) una regolare piscina lunga 25 metri con una specie di sciroppo denso il doppio della acqua. Come addensante dell’acqua è stata usata della comune gomma di guar detta anche guaram che compare, ad esempio, fra gl’ingredienti delle salse industriali con la sigla E412 ed è ricavata da una leguminosa (Cyamopsis tetragonoloba).
Come cavie, si sono offerti 16 giovani nuotatori che hanno nuotato al massimo delle loro possibilità sia nell’acqua pura che in quella resa viscosa con il guaram.
E il risultato? Avevano torto sia Newton che il suo amico dissenziente. L’acqua densa non migliora né peggiora le prestazioni dei nuotatori, perché la maggiore viscosità rende più faticoso nuotare, ma contemporaneamente, rende proporzionalmente più efficaci le bracciate.
Chi l’avrebbe detto? Potenza del metodo sperimentale, verrebbe da dire, con quel residuo ottimismo che dobbiamo tenerci caro per poter campare anche noi agnostici, in questi tempi duri.
Mi resta un dubbio: meglio nuotare in mare o in piscina, per uno come me che se ne infischia delle prestazioni velocistiche e vuole solo sguazzare piacevolmente per stuzzicare l’appetito, prima di una grigliatina di pesce?
Sperimentalmente parlando, se le onde e il vento non sono eccessive, l’acqua è limpida, il vicino ristorante è silenzioso e fresco e pesce e vino bianco sono ancora più freschi, meglio il mare.

Belli, alti e ricchi

La dama con l'ermellinoNei vecchi film di Totò le segretarie erano, immancabilmente, delle biondone prosperose e sceme in omaggio al criterio incontestato che la virtù per eccellenza di questo tipo di personale dovesse essere la bellezza, la disponibilità era sottaciuta, ma implicita.

Un recente articolo apparso in rete su careerbuilder sintetizza alcuni studi americani ed inglesi che parrebbero dimostrare che un bell’aspetto, sia femminile sia maschile, si traduce anche in stipendi migliori. Secondo un’inchiesta inglese, condotta su 11.000 treantratreenni, i bruttini guadagnerebbero circa il 15% in meno del loro colleghi di bell’aspetto, a mezza strada i normali. Si badi che la differenza vale sia per le donne che per gli uomini con una maggiore accentuazione per questi ultimi.
Studi equivalenti italiani non ne conosco, ma tutti noi abbiamo sperimentato di persona come le belle e i belli fossero avvantaggiati a scuola con voti migliori durante l’anno e risultati, a volte clamorosi, durante gli esami di maturità, quando molto si gioca in appena mezz’ora e la presenza (anche di spirito) trova uno spazio molto maggiore che nella quotidianità delle normali ore di lezione.

Alla luce di questi studi si potrebbe guardare con un’ottica diversa anche al ricorso crescente alla chirurgia estetica: non solo un modo di sentirsi meglio al mattino in bagno, davanti allo specchio, e la notte in discoteca, ma un autentico investimento per la carriera.

Il signor Silvio Berlusconi, con i suoi lifting facciali e trapianti di capelli, pare crederci molto.

La simpatia continua a restare una qualità preziosa e forse altrettanto apprezzata, ma non aspettiamoci studi statistici che ne dimostrini il valore monetizzabile, né un bisturi che possa “raddrizzare” un antipatico.

Sulle solide qualità, che dovrebbero contare di più nella vita e sul lavoro, nulla ci dicono le statistiche e ciascuno di noi continua a poter pensare che pesino molto o poco secondo le inclinazioni personali e le esperienze vissute.

La fortuna domina, come sempre, prima e dopo che Machiavelli ce lo mostrasse con tanta efficacia.

Kiappatutto

Inspiegabilmente, si rifiutava di prendere la scatola per insaccarla nella sua capace sporta per la spesa. Aveva proprio l’aria di un rifiuto, non di una banale distrazione o di un ritardo nella risposta. Kiappatutto, glielo aveva affibbiato lei quel soprannome, le scodinzolava dintorno con l’aria più innocente, guardandola sorridente, come al solito, mentre la seguiva fra gli scaffali del supermercato, il solito supermercato dove andava a rifornirsi settimanalmente dopo la strigliatina rilassante dal “parrucchiere”.

Per tutto il tempo in cui i robot fitness l’avevano lavata, massaggiata, pettinata, ritoccato il colore dei capelli e dell’abbronzatura invernale se ne era rimasto tranquillo, nello stato “buono-buono” con le iridi lampeggianti di azzurro spento, ad indicare la sua condizione di stand-by e, al suo “andiamo, kiappatutto” aveva ripreso a seguirla con la solita aria scodinzolante: docile e contento come sempre.

Cosa gli saltava in mente, adesso? “Apri la sporta, ciccio”. OK, funzionava. Luisa guardò dentro la sporta per controllare se fosse già piena. Non lo era. “Prendi anche questo, allora” Per tutta risposta, Kiappatutto chiuse precipitosamente la sporta. “Per favore, metti questo nella sporta”, senza dire né a né ba, il robot si girò per voltarle le spalle, allontanando il suo decodificatore di codici dalla scatola che gli veniva porta.
“Ma che bel tipo che sei! Ha visto anche lei, fa i capricci” disse Luisa, rivolgendosi ad una signora che si era fermata a guardare la scena, seguita da un robot portatore primitivo, dall’aria un po’ stolida, fornito di ganci esterni a raggera per appendervi i sacchetti.

“Ci vuole pazienza, signora, con questi qui dell’ultima generazione. Il mio è un po’ tonto, poverino, ma ci sono affezionata e non mi ha mai piantato in asso. Non riesco a decidermi di cambiarlo.”

“La capisco; quando mi hanno regalato Kiappatutto per la mia festa e hanno portato via quello vecchio, mi piangeva il cuore. Mi hanno detto che lo portavano da una vecchia signora sola a cui era morto il suo e mi hanno garantito che lo avrebbe trattato bene. Se è vero, è andato a stare meglio che in casa nostra: abbiamo tre figli che mangiano come cavallette e farei meglio a farmi portare la roba a casa con il furgone del sevizio “Lasciami-fare”. Ma sono abituata così: mi piace scegliere personalmente e approfitto anche dell’occasione per farmi coccolare dai robot massaggiatori: sono così premurosi e delicati.”

“Ha ragione. Noi abbiamo provato per un mese a lasciare tutto in mano al dispensiere. Non le dico… ci toccava mangiare quello che piaceva a lui. Perché poi, diciamocelo, non è altro che un frigo automatico programmato da chissà chi. Il nostro è cinese, costa meno, ma cosa vuole che ne capisca di quello che serve in casa nostra. Ha il programma “Europa” naturalmente, ma cosa vuole, certe abitudini non gliele leva nessuno. Guai se rimaneva senza germogli di soia, per dirne una. Non dico che siano indigesti o altro, ma noi non siamo abituati a mangiarli così spesso. Adesso l’abbiamo messo in modo semiautomatico: gli abbiamo detto cosa vogliamo che conservi nel suo pancione e lui non fa altro che stamparmi tutto quello che sta per finire; sarà scontento di non poterci tenere a dieta a modo suo. Ecco, questa è la lista di oggi; c’è anche la cioccolata al latte e il nocino che lui non si sognava mai di ordinare.
Io mi tiro dietro questo bestiolino servizievole che mi porta la spesa fino in macchina e, arrivati a casa, la scarica e la stiva in frigo; io continuo a chiamarlo frigo; se mi sentisse, si offenderebbe.”Kiappatutto

“Va d’accordo con il suo dispensiere, il frigo insomma? Ho sentito certe storie…”

“Come dico, gli abbiamo un po’ abbassato la cresta. All’inzio si metteva in comunicazione diretta con il servizio consegne automatiche “Non ci pensare più” con il bel risultato che avevamo delle scorte di salsa di soia da annegare Sciangai e decine di barattoli di spezie dell’altro mondo: roba che non so neanche pronunciare. Adesso che la spesa la facciamo io e questo bestiolino affezionato le cose vanno meglio. Ogni tanto si sfoga con il ghiaccio: si mette a snocciolarne fuori dei chili nel cuore della notte; è capace di continuare per un’ora. Noi teniamo la porta chiusa, altrimenti ci sveglierebbe con il rumore. Abbiamo disattivato anche la voce, sennò si metteva a chiamare alle tre del mattino. Ma bisogna capirlo poveretto, forse è anche colpa nostra che gli abbiamo confuso le idee; dev’essere rimasto sul fuso orario di Pechino o ha degli incubi.”

“Eh… ci vuole proprio pazienza, come con quel bel tipino qui che non mi lascia prendere questa vassoietto di pesce… scusi signora, ho visto un commesso umano, in carne ed ossa: un miracolo… Scusi giovanotto, mi potrebbe aiutare? Kiappatutto, il mio robot portatore, non mi lascia prendere questa confezione di spigole, forse lei ne capisce più di me.”

“Faccia vedere… scadono domani, ma ha ragione lui, la confezione è danneggiata in un angolo, non è più perfettamente sottovuoto, o meglio, potrebbe non diventarlo se venisse schiacciata. Lasci a me, le ritiriamo dalla vendita per precauzione. Ci scusi.”

“Grazie. Ehi Kiappatutto, ma quante ne sai, con la tua arietta da bravo bambino? Non ti facevo così furbetto. Niente pesce, stasera, però. Pazienza; quando uno ha ragione, ha ragione.”

Principesse cercansi

Regina di SabaNelle favole i rospi erano dei simpaticoni parlanti, ma dall’aspetto un po’ repellente, che incoraggiavano le principesse a baciarli per divenire immancabilmente bellissimi principi. La vicende si concludeva con un sontuoso matrimonio e, in seguito, i due sposi “vissero felici e contenti”.

Quando una settantina di anni fa i coltivatori australiani di canna da zucchero introdussero nel Queensland dei poderosi rospi importati dall’America meridionale non si aspettavano forse matrimoni principeschi, ma almeno un sollievo dagli insetti infestanti le loro piantagioni. E così fu, in effetti.

Il Bufo marinus, così si chiama il muscoloso rospo capace di pesare fino a due chili, è in grado di avvelenare e uccidere in pochi minuti non solo insetti o piccole prede come lucertole, serpentelli e uccelli acquatici, ma perfino coccodrilli e dingo. Ma come già accadde per altre specie importate dall’uomo in Australia, ha trovato un habitat talmente favorevole e privo di antagonisti naturali da svilupparsi oltre ogni attesa e diffondersi senza controllo in aree sempre più vaste. Come i conigli in passato, è diventato un autentico incubo, insomma.

rospoI naturalisti che stanno tentando di correre ai ripari hanno scoperto che l’anfibio velenoso ha sviluppato zampe sempre più lunghe che gli permettono di spostarsi cinque volte più velocemente dei suoi antenati americani, importati nel 1935. Gli attuali rosponi da battaglia sono in grado di espandersi alla velocità di 55 chilometri all’anno, lasciando dietro di se una scia di morti avvelenati, peggio di una regina rinascimentale.

Gli scienziati non sanno che pesci pigliare; curiosamente nessuno di loro ha pensato d’ importare dall’Europa un congruo numero di principesse disposte a baciare i rospi e a trasformarli in principi. Forse temono una sovrapopolazione principesca fra un paio di secoli.

Per saperne di più, leggi l’articolo sulle BBC news.