La piazzola a Bologna

La piazzola a Bologna

La piazzola è lo storico mercato all’aperto di Bologna che si tiene (dal 1219 ?) settimanalmente il venerdì e il sabato in piazza Otto Agosto. Dal Medio Evo in avanti ho il sospetto che abbia subito parecchi cambiamenti; dei più recenti e significativi sono testimone diretto. Quando ero al ginnasio era fondamentalmente un mercatino delle pulci: roba vecchia, rastrellata da soffitte e cantine da rigattieri locali. Qualche fortunato mattiniero con molto occhio poteva trovare al prezzo di una crosta anche quadri di discreto pregio, bei pezzi di ceramica faentina, residui di servizi principeschi andati a finire in fondo ai pozzi per le inarrestabili faide delle famiglie patrizie che imponevano la damnatio memoriae di precedenti alleanze e dei loro simboli araldici.

C’erano vecchie macchine fotografiche a soffietto, begli alari buttati via per l’avvento dei termo a carbone e la frettolosa chiusura dei camini, peltri e bronzi un po’ ammaccati, pipe di terra cotta rossa con la testa di Garibaldi o, più raramente, elganti pipe nere ottagonali di Chemnitz, dell’epoca di Cecco Beppe.

C’erano anche buffet e controbuffet, scartati per far posto alle cucine all’americana in formica; cassapanche e vecchi armadi in noce massiccio, alti e stretti, banditi da moderni armadi a muro di trucciolato impiallacciato e, naturalmente, camice, vestiti e cappotti un po’ lisi e molto vissuti.

Frequentati da un pubblico prevalentemente femminile, c’erano alcuni banchi di bigiotteria con pregevoli pezzi liberty mescolati a gioielli della nonna con ametiste e coralli, ochiali pence nez, ciondoli, teiere argentate senza più patria.

Meno interessante era la più vasta area del “nuovo”: una grande merceria all’aperto di biancheria a buon mercato con pochi personaggi caratteristici come “Marino poeta contadino” che vendeva ufficialmente lamette, come pretesto per poter recitare e smerciare in audio-cassette registrate le sue “zirudelle”, nella tradizione dei cantastorie e degli arruffapopolo che aveva visto eccellere durante il fascismo il grande Biavati, paladino dell’antifascismo di strada, ironico e corrosivo: popolarità immensa, poca galera, zero quattrini.
Ma lo spasso maggiore nell’aggirarsi fra i banchi erano le battute, i commenti e gli scherzi che si scambiavano fra loro i venditori ambulanti in bolognese o in dialetti forestieri parlati nelle vicine campagne modenesi o ferraresi. Romagnoli o emiliani del far west non ne ricordo: battevano altri mercati.

Da pochi, pochissimi anni la situazione è cambiata radicalmente: molti africani, magrebini, andini, cinesi e altri asiatici hanno rimpiazzato con le loro merci gli ambulanti locali e si rivolgono in un italiano stentato ad un pubblico altrettanto eterogeneo con una forte presenza di giovani donne musulmane con bambini e badanti “russe” di mezza età, a gruppetti di tre o quattro. Nella cacofonia delle lingue sono annegate per sempre le battute in dialetto e l’atmosfera scherzosa da cui nascevano. Le merci in vendita assomigliano più ad un mercatino estivo apolide d’Ibiza che al nostrano mercato delle pulci di tradizione europea.

Manco da tempo da Porta Portese, dal mercato delle pulci di Saint-Ouen a Porte de Clignancourt a Parigi o da Portobello a Londra e non so se abbiano fatto la stessa fine. Di certo la piazzola di oggi non è più il mercato provinciale dei bolognesi, rimpiazzati da un mondo di etnie variopinte e dalle nuove leve studentesche (centomila, fra ospiti e locali) che trovano anche abbigliamento punk, stivaloni alla moda e attrezzature di provenienza esotica per “fumare” erbe di loro gusto.

In una piccola serie di foto, nell’abituale formato flash, ho raccolto, non senza difficoltà, un campione delle merci in vedita; per vederla clicca qui o sulla foto. Fotografare in una pubblica piazza è diventato un problema: chi scatta diventa subito sospetto a clandestini e turbatelli di ogni specie, ma non bisogna farci troppo caso.

Il mercato di mezzo a Bologna

Il mercato di mezzo o quadrilatero romano è una raganatela di stradine che portano ancora i nomi delle compagnie di artigiani che le popolavano nel Medio Evo: via Drapperie, via degli Orefici, via Pescherie vecchie, via Caprarie (macellerie ovine), via Clavature (fabbri).
A EST di piazza Maggiore, il cuore di Bologna, ancora oggi sono pienamente dedicate ad un’attività mercantile, anche se i mutamenti recenti non sono stati di poco conto e, proprio in questi giorni, una disputa infiamma i rapporti fra Comune e ASL sulla destinazione di una parte cospicua di mercato coperto, da poco bonificata e restaurata.

Negli ultimi anni la strada che ha subito il maggior “degrado” storico è via Clavature che non conserva più alcun vestigio degli antichi maestri fabbricanti di serrature (clavature) e di altre opere in ferro battuto più ordinarie, ma, ormai, è stata colonizzata dagli stilisti internazionali con le loro vetrine abbacinanti, popolate di manichini anoressici e, dietro, il negozio sempre vuoto.
Oltre al ricchissimo magazzino di ceramiche, al sontuoso cestaio e all’antica cartoleria, i colonizzatori hanno ingoiato perfino Schiavio-Stoppani, celebre negozio di abbigliamento e merceria di proprietà di Angiolino Schiavio, classe 1905: una leggenda del Bologna football club ai tempi in cui “il Bologna” era “uno squadrone che tremare il mondo fa”.
Via Clavature è un esempio perfetto del decadimento commerciale del centro di Bologna: solo caffè invadenti strade e portici e, soprattutto, negozi di abbigliamento, scarpe e biancheria, gomito a gomito l’uno con l’altro a dozzine, in una vorticosa ridda di fallimenti e ristrutturazione perpetue. Uscendo dal mio ufficio nella centralissima via Ugo Bassi avrei potuto scegliere fra cinque corsetterie per signora nel raggio di cinquanta metri, ma guai se avessi avuto bisogno di un paio di comunissimi lacci per le scarpe.

Per fortuna, nel quadrilatero romano resitono ancora bottegucce e bei negozi di alimentari degni della nostra tradizione di mangiar bene. Non saranno la Boqueria di Barcellona o il suk nella medina di Marrakech, ma restano una simpaticissima meta per fare la spesa o anche per passeggiare semplicemente fra la folla di acquirenti e curiosi in vena di spassarsela in un fazzoletto di bengodi nostrano.

Ho raccolto nell’abituale formato di presentazione flash una selezione di scatti recentissimi sul mercato, privilegiando le merci al pubblico. Clicca qui o sulla foto per vederle.

Tappeto volante


-Buonasera.
-Buonasera signore, una sfoltitina ai capelli?
-Magari! Ma ormai sono quasi pelato, non vede?
-Dicevo solo un’aggiustatina alle tempie e al coppetto, quelli sono gli ultimi a sparire e non bisogna trascurarli finché ci sono.
-Ha ragione, ma mi sembrerebbe un po’ come portare uno scalzo dal lustrascarpe. Volevo chiederle solo un’informazione.
-Dica pure, se posso, ben volentieri.
-Sa dirmi come arrivare a via Mirasole?
-Certamente, ma mi cavi una curiosità, ci va per un tappeto?
-Perché, vendono bei tappeti a buon mercato?
-No, né a buon mercato, né cari arrabbiati. Niente tappeti in via Mirasole.
-E allora?
-Appunto, dicevo fra me, se questo signore distinto va a cercare un tappeto in via Mirasole fa un viaggio per niente, quando lo potrebbe trovare qui da me senza neanche fare un passo, che oggi fa anche freddo.
-Ma Lei non sarebbe un barbiere, proprio quel barbiere che un minuto fa voleva spuntarmi questi quattro peli?
-Proprio lui, e lei non sarebbe quel signore che ci ha ripensato? Ha fatto bene, sa; si accomodi qui in questa bella poltrona, che il tappeto non scappa.
-Non scappa? Sarebbe bella anche questa; cosa tiene un tappeto volante alla catena nel retrobottega?
-Lei ha voglia di scherzare, è solo un modo di dire; è un bel persiano antico, ma sembra nuovo … tanti di quei nodi che le bimbe che l’hanno fatto, là al suo paese, devono essere diventate matte, poverine, ma ormai saranno tutte andate in pace da un pezzo, et lux perpetua luceat eis, amen. Uno che se ne intende m’ha detto che è molto antico, del ‘700, forse.
-Addirittura, ma a me serve un carriolino, moderno o antico, basta che faccia il suo servizio.
-Di quelli da spingere a mano o da tirare con la bicicletta? Magari con due ruote a raggi e un piano di carico rettangolare con sponde basse…
-Bravo, preciso sputato come l’ha descritto. Ce ne ha uno così, nascosto da qualche parte, dove tiene i tappeti?
-Io? No, non ci penso nemmeno; faccio il barbiere, io. Cosa vuole che me ne faccia di un carriolino?
-Quando lo descriveva sembrava che l’avesse davanti agli occhi…
-E’ perché ne aveva uno così un vecchio carbonaio che, di giorno, lo lasciava sotto il portico davanti alla sua bottega. Prima di cambiar casa ci passavo davanti tutte le mattine. Chissà se…
-E dove sarebbe, allora?
-Proprio qui dietro in via Mirasole, come le avevano detto. Una spuntatina, intanto?
-Appena, appena che c’è già fresco e hanno detto che sta per arrivare un freddo da battere i denti.

Piazza pulita

dopo l'eruzione

Da quando con uno sbuffo poderoso aveva buttato via il cappello, ricominciando a fumare dopo trent’anni di composta e tranquilla astinenza, la preoccupazione dei vicini era aumentata a dismisura: non smettevano di tenerlo d’occhio con apprensione, interrogandosi su quale sarebbe stata la sua prossima mossa.

Fior di studiosi erano all’opera nell’intento vano di prevedere il cosa, il come e, soprattutto, il quando. Tutti gli altri, i comuni, superstiziosi mortali si limitavano, invece, a tenerlo d’occhio e a fare scongiuri: la sola prassi in cui erano maestri, affinata in secoli d’ignoranza, credulità e fatalismo.
Che fosse pericoloso, molto pericoloso, lo sapevano anche i bambini, ma uomini e donne erano incapaci di tradurre i loro timori in atti concreti e virtuosi. I più determinati e avventurosi avevano rimpolpato il tradizionale flusso migratorio imprimendo una tale accelerazione al fenomeno, tradizionale e consolidato da secoli, da trasformarlo in una vera fuga in massa: non spingete, scappo anch’io.

La città, spopolata, degradata e immiserita, era preda di scorribande sempre più sfrontate di grassi ratti che contendevano a bande di cani randagi macilenti il controllo del territorio: un’indifferenziata plaga di immondizia stratificata e puzzolente fra la quale i pochi umani residenti, quasi tutti vecchi senza risorse e senza speranza, si muovevano come ombre nell’Ade razzolando nei rifiuti, in attesa del solo evento che riuscivano a prefigurarsi con certezza: una morte miserabile e solitaria.
Oltre alle migliaia di gabbiani che volteggiavano initerrotamente sulle montagne di rifiuti, si favoleggiava anche della presenza di cinghiali, volpi e lupi, nel cuore di quella che era stata una popolosa città dal clima invidiabile, affacciata sul vasto, bellissimo golfo che ne portava il nome, ricordato in cento canzoni e mille poesie, per secoli.

Quando il torpore notturno fu interrotto da un frastuono assordante, accompagnato da una serie di scosse telluriche sempre più forti e dall’ululato di cani e lupi terrorizzati, fu chiaro che il quando, atteso e temuto, era arrivato e anche il come si svelò poco dopo. Una immensa colonna di fumo nero accompagnata da terrificanti deflagrazioni si sostitui al consueto pallore notturno, oscurata, a sua volta, da una nube di cenere infuocata che soffocò e sepellì ogni forma di vita e le sue tracce immonde, lasciate sul territorio in secoli d’incuria e degrado crescenti.
In capo a tre giorni, un vasto incontaminato deserto di cenere si spingeva dal vulcano fino alle rive del mare, come era accaduto duemila anni prima, ma molto più esteso, sotto la spinta di una forza vendicativa devastante.

Veh victis!

dopo l'eruzione

Avanti Bombo alla riscossa!

bombus lapidarius

Per il BOMBUS LAPIDARIUS, Bombo per gli amici, sembra che stia per schiudersi una nuova stagione di prosperità dovuta alla diminuzione della popolazione delle cugine api che stanno affrontando una crisi demografica drammatica: meno 50 % in Italia e peggio ancora negli Stati Uniti.
La diminuzione delle api non riguarda soltanto i circa 50 mila apicoltori italiani con più di un milione di alveari e una produzione di oltre 10 mila tonnellate di miele, ma anche gli agricoltori e, in particolare, i frutticultori e quindi tutti noi mangiatori di miele, pomodori, mele, pere, fragole ciligie, lamponi ecc.
Sono le api, infatti che nel loro girovagare di fiore in fiore per succhiarne il polline provvedono, appunto, all’impollinazione delle piante che così fruttificheranno, altrimenti… ciccia.
E il bombo, cosa c’entra? Be’ è un impollinatore instancabile, dall’alba al tramonto non fa nient’altro durante la buona stagione, cioè quando è utile, poi si rintana in letargo in un buchetto, in attesa che passi l’inverno e ricomincino le fioriture primaverili.
Il bombo che tutti noi ci siamo fermati ad ammirare da bambini, mentre galleggiava nell’aria, ciccioso, nero e peloso, sopra un fiore, il bombo, dunque, potrebbe sostituire le api, non per la produzione del miele, ma, almeno, per impollinare le piante e non è poco, in attesa che le nostre care api, che dai tempi di Virgilio consideriamo amici di famiglia, tornino al loro splendore.

Nel frattempo, avanti bombo, scatenati!

Il solo che ride

il solo che ride
Ho ricostruito da zero, con un mio collage di qualità piuttosto modesta, una battuta che mi ha fatto molto ridere. Era affissa all’interno della vetrina posteriore dell’edicola che si trova sotto il “portico della morte” a Bologna. Era disegnata con matite colorate su di un foglio A4 insieme ad altre vignette più o meno divertenti tracciate su fogli della stessa misura ed eseguite, apparentemente, dalla stessa mano .
Purtroppo non c’è più. Normale turn-over? Me lo auguro.

Rampolli presidenziali

Veltroni e figlie
Berlusconi e figliLeggo sulle BBC news che un reporter di una tv americana è finito nei guai per aver sostenuto che la signora Clinton avrebbe incoraggiato la figlia Chelsea a partecipare alla campagna elettorale in corso, per catturare voti giovanili. Nello stesso lungo e documentato articolo vengono citate le apparizioni di figlie e figli di altri candidati alla Casa bianca, anche del passato, e gli scandaletti che alcuni rampolli presidenziali hanno provocato (uso di alcoolici in età giovanile, esibizioni in vestiti trasparenti o nudi fotografici per Playboy).
Normalmente però, i figli dei candidati appaiono, belli sorridenti e plasticati, accanto ai genitori, in rassicuranti foto di famglia: quei falsi quadretti di armonia domestica con tanto di camino acceso e animali acciambellati ai piedi che rappresentano la più zuccherosa iconografia della famiglia bianca americana, patriottica, salda nei valori morali ereditati dai Padri Pellegrini e ben provvista di dollari, per ogni evenienza.

Inevitabilmente, mi veniva da pensare ai fatti di casa nostra e alla nostra campagna elettorale in corso. Per fortuna i 2+3 figli del padrone della televisione e le due figlie del suo antagonista, sindaco della città eterna, sono restati fuori dalla mischia, che io sappia.
Nessun cronista televisivo nostrano, in uno slancio di servilismo rampante, si è ancora cimentato in uno “speciale” sui figli dei candidati, per raccattare qualche voto giovanile in più al suo patron.

La domanda è: quanto tempo manca alla discesa in campo dei rampolli presidenziali nostrani?

Cuba libre

Avana - Cuba

Mentre a Cuba un Castro succede all’altro e poco sembra cambiare, solo questa foto ANSA di un tramonto suggestivo all’Avana

Purtroppo io mi sono limitato a rielaborarla un po’ da casa, mentre mi piacerebbe averla scattata sul posto

Come ti gira la coda oggi?

Secondo uno studio di un gruppo di ricerca italiano è possibile capire meglio gli umori di un cane guardando con una maggiore attenzione analitica il suo scodinzolare.
Da quanto ho capito, ad esempio, la prevalenza di uno scodizolamento verso destra indica emozioni positive, mentre il prevalere di movimenti verso sinistra indica una condizione di apprensione, di all’erta, insomma.
Le implicazioni sottintese a queste affermazioni, se veritiere, costituirebbero un altro esempio di come la metà destra e quella sinistra del cervello controllino emozioni differenti anche nei cani, ed evidenzierebbero anche un’atteggiamento di empatia e un intento comunicativo nei confronti degli altri animali, umani, canini o felini che siano.
Su quest’ultimo aspetto, chiunque abbia un cane può concordare toto corde: i cani ci e si parlano con il linguaggio corporeo oltreché con la voce. Sulla connessione di stati emotivi diversi con i diversi movimenti della coda, invece, mi piacerebbe leggere qualcosa di più approfondito e convincente del bell’articolo di “La stampa” a cui rimando.

Ad ogni buon conto, la prossima volta che verrà a trovarci il cane di mio figlio, un cucciolone di una bontà angelica, l’osserverò meglio, anche se la sua bella codona arriciolata mi darà delle gatte da pelare, temo

La Jaguar alla Tata

La Jaguar alla TataPer noi vecchi possessori di una Jaguar classica Made in England, l’annuncio dell’ acquisizione da parte dell’indiana Tata del glorioso marchio inglese è stato un colpo al cuore. Nel futuro della marca indiana, dunque, non c’è solo la Tata “Nano” che ha suscitato tanto scalpore come soluzione per motorizzare gl’indiani nei prossimi anni, ma adirittura la “Jag”, come la si chiamava nelle storielle inglesi a sfondo motoristico.

La globalizzazione non risparmia nessuno, si dirà, ma se qualcuno avesse nutrito qualche dubbio, ora lo può accantonare del tutto.
Gandhi, il Padre della Patria indiana e artefice dell’indipendenza del suo popolo dagli inglesi, aveva tracciato per la sua gente un percorso di affrancamento economico attraverso l’artigianato; ora si è andati ben oltre le sue attese più ottimistiche se l’industria indiana si può permettere di acquisire un marchio il cui valore simbolico è ben superiore a quello economico attuale.
Avanti c’è posto!
Nel mio fotomontaggio il principe Carlo presenta la (mia) Jaguar XJ al Mahatma Gandhi che ne sembra piuttosto soddisfatto

Labirinto di carta

Labirinto
Trovo sull’agenzia ANSA questa bella foto di arte cinese moderna esposta a Pechino in questi giorni.. Il materiale usato per questo “Labirinto” è comune cartone, evidentemente l’autore non si propone di sfidare i millenni.

Inevitabile, ai miei occhi, è il richiamo all’esercito cinese di terracotta “composto da oltre 8.000 guerrieri di terracotta, vestiti con corazze in pietra e dotati di armi. Queste statue erano di guardia alla tomba del primo imperatore cinese Qin Shi Huangdi (di questi sono stati riportati alla luce solo 500 guerrieri 18 carri in legno e 100 cavalli in terracotta).

Il paragone è stridente, tuttavia bisogna considerare che ci hanno lavorato per un decennio700.000 prigionieri , i quali si sono certo divertiti di meno dell’autore del labirinto di cartone e dei suoi occasionali collaboratori che, magari, erano amici suoi.

A me capitò di dare una mano decenni addietro alla realizzazione di una “scultura”. Si trattava di appallottolare foglietti di carta rossa per un’opera di un amico “artista” che esponeva sue creazioni in una galleria di Bologna. Al lavoro eravamo un gruppo di amici e ci divertimmo parecchio, scherzando e ridendo mentre facevamo centinaia di palline di carta, molto approssimative, ma di sicuro effetto, nel loro insieme finale.

Neppure quella scultura sarà oggetto di trepidanti scavi archeologici fra mille anni, temo.

esercito di terracotta