Barbie, tesoro, ora ti squarto

Barbie“Barbie, tesoro mio, adesso che sono cresciuta ti stacco prima i capelli e poi la testa, ti faccio a pezzi e, alla fine, ti ficco nel microonde”
Secondo uno studio condotto dall’Università di Bath, nel Regno Unito, le accertate e diffuse torture e mutilazioni inflitte dalle bambine cresciutelle alle loro Barbie è tutt’altro che allarmante, anzi piuttosto comune e normale. Si tratterebbe di una sorta di rito di passaggio: ad una certa età, la bambolina viene percepita come un oggetto appartenuto all’infanzia che si vuole abbandonare, e, pertanto, la si butta via come gli adulti fanno con le lattine vuote. Diventa un oggetto senza più alcun valore.
Che ci sia qualche cosa nell’aspetto della bambolina che suscita tanta violenza al momento del distacco, non viene detto nell’articolo dell’Associated Press . Io, invece, un pensierino del genere lo farei: a me è sempre sembrata odiosetta. Resta il fatto che l’inchiesta non menziona orsacchiotti e cagnolini finiti nel forno, dopo un rituale di squartamento degno un filmaccio horror. Come mai?

Diverso è l’atteggiamento dei maschietti nei confronti dei giocattoli equivalenti della loro infanzia: niente odio e violenza, a quanto risulta. Una spiegazione feroce di questo diverso comportamento potrebbe essere questa: il maschio non cresce mai, è un puer aeternus.

Nonostante la strage in atto, la portavoce della Mattel, produttrice di Barbie, ha risposto in modo molto sereno all’intervistatore che chiedeva di commentare lo studio della Bath University e non dubito affatto che fosse una tranquillità autentica: ne vendono tre al secondo, in giro per il mondo.

Serendipity

TutankamonAvevo già letto (e dimenticato) il termine serendipity su di un manifesto di lancio di un film, ma pensavo fosse una di quelle invenzioni holywoodiane che sperano di creare un successo con un termine inconsueto, insomma niente di particolarmente interessante, se non addirittura fastidioso. Mi deve avere deragliato in questa direzione, a suo tempo, il titolo italiano del film che è stato tradotto affiancando all’originale “Serendipity” anche “- Quando l’amore è magia”. Vade retro!Solo ora ho scoperto che cos’è la serendipità, naturalmente in modo serendipitoso, leggendo sulle BBC news che, approfondendo gli studi, un sito nella Valle dei re è stato “degradato” da tomba di un faraone o di un alto dignitario, a laboratorio per l’imbalsamazione. Parlando delle ricerche archeologiche, in generale, l’archeologo intervistato affermava, per giustificare lo smacco: “Despite the advance of science, discoveries like this are often a variable combination of luck and serendipity

Messo in bocca ad uno scienziato, il termine mi ha incuriosito.Che le scoperte in tutti i campi siano una coktail di sapienza e fortuna, lo sappiamo fin dalle elementari, ma che in questa complicata alchimia entrasse anche la serendipità, non lo avevo mai sentito. Stuzzicato, sono andato a spulciare i dizionari con Babylon (sia benedetta la mano che lo creò) e ho scoperto che, curiosamente(?), la s. è definita in modo diverso nei dizionari inglesi e italiani.

L’Oxford concise la definisce “the faculty of making happy and unexpected discoveries by accident” mentre l’Hazon Garzanti traduce il termine inglese come: “serendipità, fortuna strepitosa (nel trovare cose di valore senza cercarle)
Come si vede, nella versione italiana si è persa totalmente la facoltà o capacità di… (“Lost in traslation“, direbbe Sofia Coppola).

Non è una differenza da poco, direi. Nella versione nostrana è puro e semplice “culo”, mentre in quella inglese il fortunato deve anche metterci del suo, avere una capacità o facoltà che non tutti possiedono: insomma è una sorta di Paganini della fortuna e io ne conosco uno di questi fenomeni: è mio figlio Marco che, nel corso della sua giovane vita ha trovato tanti di quegli oggetti preziosi che a me non basterebbe una vita da Matusalemme per arrivare “piazzato” alle sue spalle.
Ho sempre pensato che avesse una dote particolare, ora so che si chiama serendipità.
Buffo che per trovare la definizione giusta del suo dono sia dovuto passare per gli scavi di una pseudo-tomba di faraone nella Valle dei RE.

Senza parole

manifestazione per la pace

Oggi soltanto questa foto AP scattata durante la marcia per la pace a Londra, una delle tante, affollatissime, che si sono tenute ieri in tutto il mondo.

La propongo senza alcun commento perché gradirei molto leggere le interpretazioni dell’ immagine da parte dei lettori di questo blogspot.

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W le sportine

Possibile che le sportine di plastica per fare la spesa siano così maledettamente nocive? A quanto pare se lo sono chiesti in molti e, finalmente un’analisi seria condotta sull’argomento ridimensiona, se non azzera i timori che campagne frettolose e superficiali hanno generato.

Se qualcuno parte da casa a piedi per comprare pane, verdura e latte freschi nel negozio all’angolo provvisto della simpatica sporta di paglia della nonna, fa bene e risparmierà qualche centesimo, ma non dovrà certo arrossire, sentendosi un inquinatore incallito, neppure quando caricherà nel bagaglio dell’auto cinque sportine di plastica stracolme, al ritorno del raid settimanale al supermercato, soprattutto se le riutilizzerà saggiamente per trasportare il pattume, coscienziosamente selezionato e suddiviso, nei bidoni di raccolta differenziata dell’immondizia.

I paesi come l’Irlanda che hanno surtassato le sportine hanno visto i problemi di smaltimento aumentare, anziché diminuire al confronto con il vicino Regno Unito che non l’ha fatto. Ad esempio, i saccchettoni neri costruiti proprio per foderare i bidoni della spazzatura sono molto più spessi e ingombranti delle sportine che avrebbero dovuto sostituire vantaggiosamente.

Anche nei paesi, come il Bangladesh, dove le sportine sono state bandite perché ostruiscono tombini e scarichi durante le stagionali piogge torrenziali, il problema vero risiede nell’assenza di una raccolta organizzata del pattume, non nella presenza dei sacchetti di plastica.

I tempi cambiano, ma il vizio di cercare “gli untori”, invece delle cause vere dei problemi non passa di moda.

Podcasting

30 marzo 2006

Clicca qui per ascoltare il testo che puoi leggere qui sotto: esempio di podcast

Chirone educa Achille

Podcast (da iPod broadcast) è un termine gergale che indica un modo (una moda?) di procurarsi brani d’informazione parlata, musica, videoclip o intere trasmissioni TV “scaricandole” gratuitamente o a pagamento dalla rete per mezzo di un computer collegato in banda larga ai siti che offrono quello che si sta cercando. Lo strumento principe per svolgere quest’attività è iTunes distribuito gratuitamente dalla Apple. Lo scopo commerciale iniziale del podcast: vendere musica a prezzi ragionevoli per combattere la pirateria (che permette di collezionare gratuitamente canzoni e film attraverso le reti peer2peer come “Emule” o “Kaza”, sopravvissute alla chiusura di Napster), ha consentito un fiorire parallelo di una vasta offerta gratuita e legale di materiale d’intrattenimento o anche educativo.
Accanto alla simpatica intervista “Luttazzi contro tutti” trasmessa da SKY il 27-02-05 (39 minuti video/audio MPEG4, 181 MB) si può trovare, ad esempio, una chiarissima lezione di una ventina di minuti, in californiano rilassato, sulla stesura del corpo e della conclusione di un saggio “tipo” per superare i test in lingua inglese TOEFL o IELTS.

Nella decima riga della pagina introduttiva del sito www.toeflpod.com si legge esplicitamente:”No more “textbook English”!” a chiarimento dello scopo che il materiale audio offerto si propone. Infatti, “We discuss how to write the body and conclusion of an essay for the TOEFL or similar English examination” si può considerare una buona lezione di scrittura strutturata -quella richiesta nel mondo anglosassone per i saggi scolastici- in tutto conforme ai principi ed agli esempi che si trovano nei testi scritti in lingua inglese di analogo argomento, ma… è parlata ed in un formato audio, (MP3 di 8,2 MB) che può essere trasferito sull’iPod o sulle dozzine di suoi emuli o, ancor meglio, sui telefonini evoluti che se ne stanno acquattati in pianta stabile in una delle nostre tasche e, forniti di auricolari, ci accompagnano con la loro voce anche in tram.
E’ evidente che la prospettiva di potere inseguire i loro scolari avidi di sapere perfino per la strada o durante i lunghi e infruttuosi trasferimenti casa-scuola-casa non può che ingolosire gl’insegnanti più solerti e aperti “al nuovo che avanza” e che dio li benedica, aggiungo io, ma…

Fermo restando che ogni opportunità educativa va acchiappata al volo e sfruttata al meglio prima che l’effetto sorpresa svanisca ed il nuovo mezzo si trasformi in una scontata abitudine, mi restano alcuni dubbi e qualche perplessità che vorrei esprimere e che mi fanno decisamente dissentire dall’affermazione: “no more textbook”.
La lezione audio ascoltata sul telefonino, non può essere chiosata e sottolineata come dovrebbe accadere per qualsiasi libro scolastico oggetto di studio serio. La memoria coinvolta nel processo di apprendimento “in cuffia” è solo quella auditiva, mentre quella visiva resta disattivata, o peggio, si fissa involontariamente sugli eventi che assediano inevitabilmente lo studente-ascoltatore mentre cammina o condivide uno scompartimento di un treno di pendolari. Non è forse una banalità largamente condivisa fra i docenti che “… gli studenti d’oggi hanno perso la capacità di concentrazione”?.
L’ingombro di una lezioncina di venti minuti è di ben 8,2 MB e richiede, per essere sfruttata, uno strumento sofisticato, costosetto, intrinsecamente fragile e, a monte, la disponibilità di un computer e di un collegamento alla rete in banda larga. Niente di eccezionale, intendiamoci, né, tanto meno, proibitivo, tuttavia la maggioranza degli insegnanti di oggi non saprebbe trovare con ITunes quello di cui avrebbe bisogno per trasferirlo successivamente sullo strumentino d’ascolto. Lo stesso discorso vale anche per moltissimi giovani studenti, non illudiamoci.

Infine, mi lascia qualche perplessità anche il modo con cui verrebbe percepita la lezione dallo studente-ascoltatore. Non mi sembra che si possa escludere, per l’impossibilità di dialogo, il rischio di fraintendimenti, o peggio, l’effetto “oracolo” tipico dell’ascolto passivo delle trasmissioni radiotelevisive.
Detto questo, ritengo che il podcasting dovrebbe essere sfruttato di corsa, offrendo materiale di buon livello scientifico, e affiancato a tutte le altre tecnologie già in uso, a partire dai testi scritti, introdotti e commentati da bravi insegnanti.


Nell’immagine una pittura vascolare che rappresenta il centauro Chirone che educa Achille (anfora di Panthaios)


Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) gio. 30 marzo 2006 Invia un commento all’autore
“Hac re videre nostra mala non possumus; // alii simul delinquunt, censores sumus.(*)

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I pollici più veloci dell’EST

smsI pollici più veloci dell’EST, pare si debbano cercare nelle Filippine dove un terzo della popolazione possiede un telefonino, a dispetto delle condizioni economiche non proprio floride, e lo usa per “messaggiare” a tutto spiano, giorno e notte, senza pietà.

Infatti la particolarità della situazione dell’arcipelago non risiede tanto nel numero di cellulari, giustificato anche dalla estrema difficoltà di ottenere un telefono fisso, ma nell’uso smodato d’inviare SMS, i messaggini di testo, insomma. Costano pochissimo e possono essere del tutto anonimi perché, nelle Filippine, si possono comprare schede prepagate senza fornire il proprio nome.

Questa combinazione ha scatenato una specie di sport nazionale che consiste nel diffondere notizie assolutamente incontrollate che annunciano disastri naturali, congiure politiche, casi di corruzione, rivolte militari… qualunque cosa. Poiché in una piccola minoranza di queste dicerie propagate con gli SMS c’è un briciolo di verità, non è facile per nessuno distinguere, almeno inizialmente, le balle allo stato cristallino dalle mezze verità, come racconta in un gustoso reportage l’inviata della BBC che ci perde il sonno, non potendo trascurare nessun messaggino, neppure alle tre di notte, per paura che sia quello buono che annuncia un evento che si avvererà sul serio.

Questa storia mi ha fatto ricordare il celebre espediente del giornalista di un quotidiano accreditato in Vaticano, che, per essere sicuro d’inviare per primo al suo giornale la notizia della morte del papa, da tempo gravemente ammalato e circondato dalla massima discrezione, andava tutte le mattine all’ufficio telegrafico vaticano per spedire un sintetico telegramma:”Il papa è morto”. Puntualmente, il telegramma veniva respinto dall’addetto postale perché la notizia era falsa… finché un bel mattino il tegramma fu accolto e spedito. Era arrivato primo.

Altri tempi; oggi i papi si può dire che muoiano in diretta TV, con l’ultimo respiro esalato in mondovisione. Se preferisci perderti la ghiotta diretta e cambiare canale, fallo con discrezione giustificando la tua debolezza e, soprattutto sta attento che non ti scappi mai di dire che l’eutanasia, in certi casi, è la miglior forma di rispetto della dignità di un malato terminale, i paladini della vita sarebbero capaci di bruciarti in piazza, potendo.

La vita è sacra e guai a chi la tocca, salvo, naturalmente, le guerre ed altre trascurabili situazioni in cui ammazzare ufficialmente, possibilmente in divisa e in nome del dio locale, è sempre stato sacrosanto, oltreché doverosamente rischioso.

Vuoto e pieno

dimostrazioni in Nepal

Scarpe spaiate sulla strada vuota di Chahabahil a Kathmandu, abbandonate dai dimostranti sfuggiti precipitosamente alle raffiche della polizia nepalese che hanno causato un morto, durante le dimostrazioni contro il potere assoluto del re.

La foto è stata scattata nel giorno di pasquetta del 2006 mentre da noi la telvisione mostrava le nostre strade ingombre di auto in coda durante il lento ritorno dalla scampagnata obbligatoria.

Non sempre le strade sgombre sono da preferire a quelle soffocate dal traffico, come sostiene Sarchiapone nel suo trattato “De humana laetitia”.

In pace

Quando Martino uscì di casa, non aveva maturato alcun proposito chiaro, tantomeno quello di farsi travolgere da un treno in corsa, anche se la Freccia del Sud sarebbe passata di lì a poco con il suo impressionante frastuono metallico e la malinconica scia di polvere e cartacce.

Era uscito dalla porta posteriore accompagnandola con la mano perché non sbattesse. La casa era silenziosa e dalle persiane socchiuse la luce dorava il pulviscolo prima di disegnare un triangolo netto sul pavimento di mattoni, lasciando tutto il resto nella penombra. Un paio di mosche agonizzavano freneticamente sulla carta moschicida appesa al soffitto.

Senza vederli, lasciò scorrere lo sguardo sul disordinato panorama di attrezzi arrugginiti, sui cumuli di legna ancora da spaccare, sulla falciatrice meccanica da riparare, vicino al pozzo dismesso e al trattore a riposo poco sotto la massicciata, alta come un argine.

Si era incamminato lungo i binari senza una vera ragione, forse perché la strada carrozzabile era più distante da casa e più frequentata della via ferrata. In quel momento non aveva voglia d’incontrare qualche vicino che vedendolo a quell’ora in camicia bianca, con le mani sprofondate nelle tasche gli facesse qualche domanda o lo salutasse, semplicemente.

Fatte poche decine di passi verso il ponte, offuscato dal tremolio della calura, si voltò indietro a guardare casa sua ed il filare di pioppi della carreggiata ghiaiosa che la raccordava alla provinciale e, più in là, ma con la stessa indifferenza, si soffermò sul campanile muto, accostato alla pieve di mattoni, chiusa da anni e avviata alla rovina.

Padulle

Cercò di ricordarsi l’ultima volta che era stato svegliato dalle campane slegate dopo la Pasqua, ma non riuscì a ripescare dalla memoria niente di più di una sensazione sbiadita, un ricordo confuso di ramoscelli d’ulivo benedetto, bagnati nell’acqua santa, da appendere ad un chiodo perché ingiallissero sul muro di cucina. C’era poco da rimpiangere, del resto; erano stati anni duri, quelli, di polenta scondita e inverni freddi con poca legna da bruciare, una nebbia cattiva e il ghiaccio dentro i vetri di casa.

Ricominciò a camminare al centro dei binari. Faceva lunghi passi cercando di poggiare i piedi sulle traversine di castagno per evitare la ghiaia tagliente; camminava sempre più in fretta, quasi temesse di mancare un appuntamento. Giunto sul ponte, accaldato e ansimante, prese fiato, quasi fosse arrivato alla meta e si fermò a contemplare la curva placida del fiume, maestosa e immutabile. Una frasca di salice si abbandonava mollemente alla corrente silenziosa. Una pace perfetta, se non fosse stata turbata dal presentimento del rumore irriverente prodotto dal treno al suo passaggio sulle arcate: un frastuono sempre più forte, insopportabile, quasi fosse veramente alle sue spalle.

Dove s’attacca muore

CaulobacterUna squadra di biochimici della Brown University dell’Indiana ha pubblicato un articolo, sintetizzato anche nelle pagine scientifiche della BBC, sulle straordinarie capacità del Caulobacter crescentus di secernere un adesivo che gli permette di aderire sott’acqua alle superficie che colonizza, senza essere spazzato via dalle onde.

Con tecniche di micromanipolazione gli scienziati sono stati in grado di stabilire la forza adesiva di questo batterio che è risultata sorprendentemente alta. In termini volgarmente approssimativi, cinque volte più tenace della colla più forte che si conosca.

Da inveterato sostenitore delle colle (e in subordine dei più recenti nipotini: i nastri adesivi) mi sono molto rallegrato della notizia che conferma la mia “fede” sul futuro radioso di colle e collanti alla quale sono sempre stato devoto.

Ricordo con affetto i grumosi crogiuoli nei quali i falegnami scaldavano la colla “garavella”, prima dell’avvento delle lattiginose colle viniliche a freddo e delle portentose gelatine attaccatutto dal profumo conturbante, fino ai recentissimi mostri di appiccicosità istantanea che ammiro, ma senza alcun trasporto emotivo.

Nessun Attac al mondo potrà mai scacciare dai miei affetti la vecchia soluzione di para con cui continuo ad attaccare le pezze alle camere d’aria della bici, dopo le inesorabili e maledette forature, tuttavia resto in trepida attesa dei prodotti derivati dal Caulobacter che sono riusciti a “mungere” dal batterio e a far depositare su di una superficie, ma… poi non si stacca.

Gita al faro di Goro

In un bel sabato di ottobre siamo andati a fare un giretto nel delta da Gorino fino al mare, lungo il Po di Goro e le valli circostanti popolate da germani, fischioni, alzavole, aironi cinerini e centinaia e centinaia di gabbiani. La motonave Pricipessa ci ha portato confortevolmente a spasso sul fiume e sui canali che solcano le terre umide più grandi e più belle d’Europa, con buona pace della tanto reclamizzata Camargue. Il segreto di tanta bellezza va cercato, forse, nella mancata pubblicità che ha salvato le vicine valli di Comacchio ed il delta da orde di turisti frettolosi.

Il faro si trova sull'”Isola dell’amore”, una lingua di terra selvatica, lunga diversi chilometri e stretta poche centinaia di metri, all’estremità del Po di Goro. La bianca torre che sostiene la lanterna è circondata sul lato occidentale da una bassa costruzione nello stile semplice di tutta “la bassa”. Al primo piano c’è un ristorante alla buona, aperto tutta estate, dove si mangia ottimo pesce fresco, cucinato nel modo tradizionale e servito come si deve, senza i disgustosi orpelli che a volte funestano le portate pretenziose dei ristoranti alla moda: cibo mediocre, prezzi salati. A “La lanterna” sotto il faro, invece, si mangia bene al giusto prezzo e dopo pranzo, se il caldo non è scoraggiante, si può fare una passeggiatina digestiva lungo la spiaggia selvatica cosparsa di relitti marini.

Durante la bassa stagione, invece, si può mangiare buon pesce in un ambiente confortevole sulla “Principessa”, attraccata all’isola, come abbiamo fatto noi nei giorni scorsi, e godersi ugualmente una passeggiata sui sentieri stretti fra i canneti e le lingue d’acqua, fino al faro e oltre.

Come sia d’inverno lo scopriremo.

Clicca sulla foto del faro oppure qui per vedere una sequenza d’immagini sul Po di Goro.

L’Uruguay ha rotto il ghiaccio

Centomila computer da 100 $ ordinati dall’Uruguay per i propri bambini.
Nicholas Negroponte, il celebre guru del MediaLab presso l’MIT, ha dichiarato che quello del paese sud-americano è il primo ordine effettivo di uno Stato per dotare i bambini in età scolare di computer a basso costo, ricaricabili con energia solare o con rustici e robusti sistemi a pedale o a manovella.
L’ambizioso progetto umanitario OLPC (One Laptop Per Child XO Computer) che si propone di arrivare a distribuire un computer a ciascun bambino, a partire dai paesi poveri e più svataggiati, continua ad incontrare prevedibili ostacoli di realizzazione.
Pare che passare da entusiastiche adesioni a parole di ministri e capi di Stato, alla successiva fase in cui si stacca l’assegno sia piuttosto arduo.
Senza ordini di massa, poi, risulta anche problematico far partire una produzione su larghissima scala, la sola che permmetterebbe di contenere il costo a 100$ (60€) al pezzo. Anche l’Italia pare che sia “in ritardo” nel realizzare la promessa di cinquantamila portatili XO destinata ai bambini etiopici.

Non resta che sperare che l’esempio dell’Uruguay, che per primo ha “rotto il ghiaccio”, sia virtuosamente contagioso e spiani la strada alla realizzazione in tempi brevi del progetto OLPC.