Il grande fratellino

segugio da telefoninoLa notizia è rimbalzata dalla Reuter ai periodici informatici, alle pagine in rete della BBC fino ai quotidiani italiani. In poche parole si tratta di questo: per pochi soldi ci si può abbonare ad un servizio che permette, legalmente, di rintracciare in tempo reale la posizione di un telefonino e vederla comadamente sul proprio computer, rappresentata come un puntino luminoso su di una normale mappa stradale.
Non occorre più ingaggiare segugi vecchio stile, tipo Tom Ponzi o i più poetici “lampionai” della saga degli Smiley’s People di John Le Carré, per sapere in ogni momento dove si trova una persona. Basta che l’ignaro spiato tenga normalmente in tasca o nella borsetta il suo telefonino acceso e che lo spione si abboni al servizio ( ad esempio di http://www.followus.co.uk/ oppure http://www.world-tracker.com/) e vi registri il numero del telefono da spiare.
Appena attivato il servizio, la compagnia, per tutelare la correttezza della faccenda, manda subito un SMS al telefonino controllato in cui avverte il possessore che il suo apparecchio è “tracciato” da quel momento in poi. In seguito, ripete la procedura di avviso, in modo casuale, 28 volte all’anno, cioè ogni 12 o 15 giorni. In pratica, quindi, basta impossessarsi di un telefonino per il tempo necessario per intercettare e cancellare il primo avvertimento per potere iniziare, da subito, un comodo ed economico pedinamento di un dozzina di giorni, mal che vada. Tutti quelli che usano il telefonino solo per telefonare, e sono tanti, ignoreranno sistematicamente gli SMS e non si accorgeranno mai di nulla.
Le compagnie che offrono il servizio legalmente nel Regno Unito ne sostengono i benefici economici e anche di sicurezza, portando ad esempio i vantaggi che potrebbe trarne una compagnia con personale viaggiante afflitto dagli ingorghi di traffico o genitori apprensivi, preoccupati della sorte dei figli minori in giro per un mondo “brutto e cattivo”. E’ indubbio che queste affermazioni hanno un loro fondamento, tuttavia la facilità con cui si può impiegare questo servizio per fini meno nobili appare preoccupante, né consola molto l’affermazione che ogni tecnologia è neutra, mentre solo l’uso che se ne fa può essere buono o cattivo.

Quando George Orwell nel 1948 inventò il suo Grande Fratello, pensandolo come un sinistro strumento vessatorio e onnipresente di uno stato poliziesco da incubo, non poteva certo immaginare che potesse cammuffarsi tranquillamente in un simpatico gingillo colorato che tutti noi ci portiamo in tasca gelosamente e guai se si scarica e si spegne un minuto.

Per ora, non risulta che siano ancora comparse compagnie italiane che offrano un servizio pubblico e a basso costo, analogo a quelle britanniche citate, ma nessuno può pensare che chi dispone da tempo degli strumenti adatti e li usa già per intercettare le telefoninate non stia anche esercitandosi nel banale sport accessorio di tracciare gli spostamenti dei “sorvegliati”, ovviamente a fin di bene e per i più nobili scopi, come abbiamo potuto constatare anche di recente.

Ma non rattistriamoci, per fortuna ci sono anche le telecamere ad ogni angolo delle nostre città che forniscono la nostra immagine dal vivo, altrimenti rischieremmo di essere noti solo per le nostre conversazioni ed i nostri spostamenti: sarebbe un peccato.

RIferimenti:

http://news.zdnet.com/2100-1035_22-6035317.html

http://news.bbc.co.uk/2/hi/programmes/click_online/4747142.stm

http://www.repubblica.it/2006/b/sezioni/scienza_e_tecnologia/accepc/accepc/accepc.html

http://www.followus.co.uk/

http://www.world-tracker.com/

Un carnevale da sballo

carnevaleIeri, martedì grasso, alle tre del pomeriggio ho attraversato piazza maggiore, senza nessuna buona intenzione carnevalizia. Era semplicemente la strada più breve e la più abituale per andare, a piedi, da casa all’istituto di ricerca dove ho lavorato per anni e dove ero stato chiamato per un intervento di pronto soccorso sul server della rete interna, il “mio” server.

Da un palco posticcio, allestito sul sagrato di San Petronio, un vocione caldo e pastoso, ad un volume superiore a quello di dio in persona sul Sinai, rincuorava i bambini, promettendo che sarebbe presto arrivato e che il tecnico accanto a lui stava mettendo tutto a posto. Non ho capito chi o cosa dovesse arrivare o essere ripristinato, ma ho avuto l’impressione che il cordialone al microfono fosse il solo consapevole del disguido, o ritardo. I pochi bambini, con il corredo di un genitore a carico, si aggiravano per la piazza quasi vuota, distrattamente, in attesa di un pretesto per liberarsi dei coriandoli o per svuotare le anemiche bombolette filogenetiche.

Qualcuno aveva il costumino obbligatorio e la faccetta un po’ pitturata con il rouge della mamma; poche le mascherine di cartone; un tigrottino di cinque o sei anni, già stanco, si allontanava dai divertimenti sfrenati acciambellato sul collo del babbo, come gli agnellini delle statuette da presepio.

Chiaramente il clou della festa doveva ancora arrivare, mi sono detto; infatti, attaversando l’incrocio centrale, ho visto in lontananza il poetico trattore, capofila dei carri mascherati, che stava risalendo via Indipendenza.

Un’ora dopo, risolti i problemi della rete che mi avevano richiamato nel mio vecchio santuffizio, sono ripassato dalla piazza. Tutto finito. Il carnevale era già passato, lasciando la sua malinconica bava, stratificata di coriandoli comunali e stelle filanti, che le spazzatrici meccaniche comunali, come avvoltoi, avevano già adocchiato e, volteggiando in giri e rigiri, si accingevano a ghermire e ingurgitare per mezzo di larghe fauci, baffute di spazzole rotanti.

Ai margini, sulle poche bancarelle, i venditori riponevano le pile di cappelli di cartone e le spade d’oro di Zorro invendute e, con qualche indecisione, i sacchettoni trasparenti di coriandoli inesplosi. Dalla faccia, si capiva che erano tentati dalla voglia di buttarli direttamente per terra.

Quella mezz’ora di fuoco deve essere stata uno sballo colossale, però.

Capolavoro sfregiato con… un chewing gum

The BayDurante una visita della sua classe al Detroit Institute of Arts, un dodicenne ha appiccicato il suo chewing gum al dipinto The Bay di Helen Frankenthaler, considerato uno dei più preziosi pezzi in esposizione. La gomma è stata subito scoperta e rimossa dal personale del museo e pare non lascierà danni permanenti, solo una macchietta temporanea.
La cosa interessante è che il ragazzino, opportunamente sgridato, non pare avesse nessuna particolare intenzione di sfregiare un’opera d’arte. Insomma: “Che c’è di male? Aveva già perso il gusto di menta”
I suoi insegnanti giurano che, prima della visita, avevano dato le loro brave dritte agli scolari sul comportamento da tenere dentro al museo ma, “… ha solo dodici anni” , così hanno detto, per giustificarne la condotta.

Personalmente, ritengo che masticare un chewing gum visitando un museo sia già di per sé inaccettabile, e meriterebbe uno scappelloto old style, ma io, come tutti i bolognesi non ruminanti, riconosco di avere un nervo scoperto sull’argomento, perché le macchie nere che deturpano i pavimenti dei nostri bei portici, quelle più resistenti e schifose, altro non sono che gomme da masticare bellamente sputate per terra, ndo’ cojo cojo.
E non si creda che sia un danno economico minore di quello del restauro del dipinto macchiato. Non c’è spazzola meccanica lava-asciuga fornita delle più velenose schiume detergenti, né nostalgica ramazza manuale dalle setole più abrasive che li rimuova; ci vuole una spatola da stucco e molta, molta pazienza per schiodarle dalle marmore superfici a cui hanno aderito.

Bici bomba nel campus

bici bombaUn adesivo con la scritta “questa bici è una bomba” (This byke is a pipe bomb) appiccicato al telaio di una comune bicicletta, legata vicino ad un ristorantino nei pressi del campus dell’Università dell’Ohio (USA) ha scatenato la paura di un attentato ed il conseguente sgombero di quattro isolati nei dintorni.

Dopo cautelose e agguerritissime manovre degli artificieri, giunti in forze con attrezzature esagerate per rimuovere la bicicletta e farla successivamente a pezzi, si è scoperto che era la normale bici di uno sfortunato studente, appassionato del complessino punk-rock “This byke is a pipe bomb” che, nel suo candore, aveva appiccicato lo sticker pubblicitario dell’ignoto gruppetto di musicisti, dimenticando di essere nel paese con i nervi più scoperti del WEST (è il caso di dirlo) sull’argomento terrorismo, specie quello finto e plateale. Come sappiamo l'”intelligence” vacilla, mentre la “stupidity” imperversa, nunc et semper.

Questa storiella vera, successa lo scorso giovedì e riportata dalla CNN, mi ha fatto ricordare le raccomandazioni degli amici in occasione del primo viaggio negli Stati Uniti: “Quando ti daranno un questionario con domande assurde a cui rispondere per ottenere lo sbarco, non fare lo spiritoso. Fa finta che sia una cosa seria e alla domanda se sei un malintenzionato in vena di bombardare gli USA, rispondi rigorosamente NO, altrimenti corri il rischio che ti arrestino.”, ed è vero.

Ancora oggi, dopo che abbiamo tutti visto che, all’occasione, militari americani, maschi e femmine, si lasciano andare con gusto alla loro brave torture di prigionieri irakeni (con foto ricordo) per estorcerne la verità, conservano la tendenza a prendere per vere le affermazioni “sospette” più ingenue e scoperte che, da noi nessuno “fumerebbe”.

British Museum LibraryDev’essere un gene anglosassone esportato oltre Atalantico in forma degradata, perché ricordo un episodio simile capitatomi a Londra durante un periodo caldo di attentati dell’ I.R.A, all’inizio degli anni ’70, quando un guardiano in livrea chiese a mia moglie se aveva una bomba nella borsetta, mentre ci accingevamo ad entrare al British Museum. Lei mi guardò interrogativa, dubitando di non aver capito. Io che ero “più inglese” di lei, per aver trascorso parecchio tempo studiando nella British Museum Library, ai bei tempi in cui le splendide postazioni in cuoio blu sotto la cupola erano aperte a studenti accreditati, le dissi: “Digli di NO”, così potemmo entrare senza ulteriori ostacoli.

Arrivati al centro dell’atrio, dovetti spiegarle che quella del gallonato guardiano non era stato una battuta umoristica vera e propria: “per sicurezza” chiedevano a tutti i visitatori che avevano una borsa grandina se conteneva una bomba e, normalmente, si accontentavano di un no per lasciarli entrare, con quella compiaciuta propensione alla bizzaria, candida e contemporaneamente autoironica, di cui fu maestro Laurence Sterne nel “Tristram Shandy“.

Altri tempi.


Riferimenti:
http://cnn.netscape.cnn.com/news/story.jsp?idq=/ff/story/0001/20060302/2217496630.htm&sc=1120
British Museum Library
http://www.gifu-u.ac.jp/~masaru/Sterne_on_the_Net.html
http://www.gutenberg.org/etext/1079


SCAM: le truffe via email

“Sono erede di un considerevole patrimonio in Nigeria e ho bisogno dell’aiuto di un gentiluomo, quale Lei è, che mi aiuti a tornarne in legittimo possesso, dietro cospicuo compenso…” Questo, in estrema sintesi, il succo di messaggi circostanziati, ben scritti in lingua inglese e lunghi trenta o quaranta righe che non variavano nella sostanza della richiesta, ma si coloravano di particolari diversi riguardo ai luoghi, alle circostanze, alle persone.

In quelli che arrivavano nella mia mailbox, una volta la preghiera proveniva dalla vedova di un alto dignitario africano, altre volte da un parente che tutelava un’orfana ricchissima nigeriana sfuggita alle persecuzioni in patria o altro ancora, ma quello che non cambiava mai era la strabiliante entità della somma promessa come compenso.
Dopo le prime e-mail del 1997 o 98 che lessi ai colleghi di allora per condividere l’ingegnosità e la novità della truffa, me ne sono arrivate tante altre di cui mi basta leggere l’intestazione per decidere di buttarle, insiema con quelle dei veditori di Viagra, di ville in California o di software a prezzi stracciati.
Proprio per questa natura trasparente di truffa, mi ha sorpreso leggere oggi sulle news di ZDnet britannica che i figli di un celeberrimo psichiatra americano, ora ottantanovenne, ma tuttora attivo all’Università di California, gli hanno intentato una causa d’interdizione per avere sperperato più di un milione di dollari in questo tipo di truffa postale, chiamata in America email scam.

Conosco molto bene, ahimè, lo spam: la pubblicità indesiderata via email che affligge tutti noi, ma non conoscevo il neologismo “scam”, assente anche sui dizionari inglesi più aggiornati, così, Google alla mano, ho cercato d’informarmi e ho scoperto che, a dispetto della mia ignoranza, descrive un fenomeno ormai diffuso e documentato che si è diffuso anche in altre forme.

scammersEsistono gruppi di discussione sullo scam e, con il medesimo scopo di difesa, c’è un intero sito dedicato all’argomento, ben fatto ed aggiornato ( http://www.stop-scammers.com/ ). Inizizialmente, mi ha sorpreso il leggere che la variante di scam più diffusa oggi è opera di giovani donne di bell’aspetto -sempre che la foto che esibiscono sia autentica- che cercano e offrono compagnia via email. Il sito scheda le scammer che vengono scoperte ed elenca gli scenari su cui si muovono con maggiore o minore abilità, finezza e perseveranza.

Queste truffatrici postali, una volta preso il pesce all’amo, lo allettano e blandiscono con email sempre più frequenti, personali e coinvolgenti con lo scopo finale di farsi mandare del denaro; ottenutolo spariscono nel nulla.

Stabilita una sufficiente confidenza e intimità, le scammer chiedono il denaro, ad esempio, inventandosi una malattia, personale o di un figlio o di un anziano genitore, che richiede un’operazione chirurgica o costose medicine, introvabili nel loro paese.

Un’altenativa alla malattia è il viaggio per incontrare il loro caro corrispondente postale, ormai ansioso di conoscere di persona la bella interlocutrice lontana: una bella giovanottina bionda russa o ucraina o, perfino una tipica nigeriana (pelle chiara, capelli lisci, occhi leggermente a mandorla).

In questo caso, il denaro viene richiesto per i biglietti e le pratiche burocratiche di espatrio, l’ottenimento del visto ecc.

La terza variante più diffusa è la richiesta di rimborsi per le spese di noleggio del computer in un cyber cafe o simili, per la traduzione delle email dall’inglese al russo e viceversa ecc.

Anche in questi casi di truffa erotico-sentimentale lo scenario varia, come abbiamo visto, ma c’è una costante: appena ricevuto il denaro, la bella affettuosina svanisce nel nulla.

A ben vedere, la faccenda non stupisce più di tanto: l’avidità di denaro nel primo caso, il rincoglionimento erotico-sentimentale nel secondo, rappresentano le due debolezze principali, il terreno su cui i truffatori hanno costruito le loro trappole, da che mondo e mondo. Di nuovo, c’è soltanto lo strumento: l’email

La credulità truffabile ha un giro d’affari molto maggiore di quanto si possa pensare; secondo stime ritenute attendibili, in Italia verrebbero “devolute volontariamente” alle fattucchiere, maghe, negromanti, chiromanti, suggeritrici di numeri al lotto e simili attorno ai sei miliardi di euro all’anno, circa quanto alla chiesa cattolica con l’otto per mille dell’IRPEF.

Niente di strano, dunque, che il mercato truffaldino, un tempo florido nello spaccio di reliquie, come ci racconta Boccaccio (chi non ricorda la penna miracolosa dell’agnolo Gabriello), abbia in tempi più recenti affiancato agli amuleti, sempre vivi e intramontabili, fin dai tempi dei più antichi sciamani, la truffa televisiva ed infine, la posta elettronica.

Sarebbe stato triste vedere l’email disdegnata e discriminata dal popolo degli imbroglioni, da sempre numeroso, intraprendente, ricco d’inventiva e aperto al nuovo che avanza.

Stupisce di più che si sia fatto spillare un milione di dollari un celeberrimo psichiatra, seppure attempato, che delle debolezze dell’umana psiche dovrebbe essere esperto.

All’assalto, dunque, scammer del cyberspazio, siete arrivate ultime a contendere l’osso a orde agguerrite che, in cambio di oro, hanno spacciato per secoli sterco di toro, indici destri di santi venerabili mai vissuti, pozioni miracolose dal sapore emetico, sacre statuette piangenti sangue, combinazioni di numeri vincenti ed altro ancora.

Non temete: d’ingenui da mungere ce n’è abbastanza per tutti a questo mondo e la loro stirpe non si estinguerà mai, fatevi sotto sanza tema veruna e che i lari del WEB vi proteggano.

Barbie, tesoro, ora ti squarto

Barbie“Barbie, tesoro mio, adesso che sono cresciuta ti stacco prima i capelli e poi la testa, ti faccio a pezzi e, alla fine, ti ficco nel microonde”
Secondo uno studio condotto dall’Università di Bath, nel Regno Unito, le accertate e diffuse torture e mutilazioni inflitte dalle bambine cresciutelle alle loro Barbie è tutt’altro che allarmante, anzi piuttosto comune e normale. Si tratterebbe di una sorta di rito di passaggio: ad una certa età, la bambolina viene percepita come un oggetto appartenuto all’infanzia che si vuole abbandonare, e, pertanto, la si butta via come gli adulti fanno con le lattine vuote. Diventa un oggetto senza più alcun valore.
Che ci sia qualche cosa nell’aspetto della bambolina che suscita tanta violenza al momento del distacco, non viene detto nell’articolo dell’Associated Press . Io, invece, un pensierino del genere lo farei: a me è sempre sembrata odiosetta. Resta il fatto che l’inchiesta non menziona orsacchiotti e cagnolini finiti nel forno, dopo un rituale di squartamento degno un filmaccio horror. Come mai?

Diverso è l’atteggiamento dei maschietti nei confronti dei giocattoli equivalenti della loro infanzia: niente odio e violenza, a quanto risulta. Una spiegazione feroce di questo diverso comportamento potrebbe essere questa: il maschio non cresce mai, è un puer aeternus.

Nonostante la strage in atto, la portavoce della Mattel, produttrice di Barbie, ha risposto in modo molto sereno all’intervistatore che chiedeva di commentare lo studio della Bath University e non dubito affatto che fosse una tranquillità autentica: ne vendono tre al secondo, in giro per il mondo.

Serendipity

TutankamonAvevo già letto (e dimenticato) il termine serendipity su di un manifesto di lancio di un film, ma pensavo fosse una di quelle invenzioni holywoodiane che sperano di creare un successo con un termine inconsueto, insomma niente di particolarmente interessante, se non addirittura fastidioso. Mi deve avere deragliato in questa direzione, a suo tempo, il titolo italiano del film che è stato tradotto affiancando all’originale “Serendipity” anche “- Quando l’amore è magia”. Vade retro!Solo ora ho scoperto che cos’è la serendipità, naturalmente in modo serendipitoso, leggendo sulle BBC news che, approfondendo gli studi, un sito nella Valle dei re è stato “degradato” da tomba di un faraone o di un alto dignitario, a laboratorio per l’imbalsamazione. Parlando delle ricerche archeologiche, in generale, l’archeologo intervistato affermava, per giustificare lo smacco: “Despite the advance of science, discoveries like this are often a variable combination of luck and serendipity

Messo in bocca ad uno scienziato, il termine mi ha incuriosito.Che le scoperte in tutti i campi siano una coktail di sapienza e fortuna, lo sappiamo fin dalle elementari, ma che in questa complicata alchimia entrasse anche la serendipità, non lo avevo mai sentito. Stuzzicato, sono andato a spulciare i dizionari con Babylon (sia benedetta la mano che lo creò) e ho scoperto che, curiosamente(?), la s. è definita in modo diverso nei dizionari inglesi e italiani.

L’Oxford concise la definisce “the faculty of making happy and unexpected discoveries by accident” mentre l’Hazon Garzanti traduce il termine inglese come: “serendipità, fortuna strepitosa (nel trovare cose di valore senza cercarle)
Come si vede, nella versione italiana si è persa totalmente la facoltà o capacità di… (“Lost in traslation“, direbbe Sofia Coppola).

Non è una differenza da poco, direi. Nella versione nostrana è puro e semplice “culo”, mentre in quella inglese il fortunato deve anche metterci del suo, avere una capacità o facoltà che non tutti possiedono: insomma è una sorta di Paganini della fortuna e io ne conosco uno di questi fenomeni: è mio figlio Marco che, nel corso della sua giovane vita ha trovato tanti di quegli oggetti preziosi che a me non basterebbe una vita da Matusalemme per arrivare “piazzato” alle sue spalle.
Ho sempre pensato che avesse una dote particolare, ora so che si chiama serendipità.
Buffo che per trovare la definizione giusta del suo dono sia dovuto passare per gli scavi di una pseudo-tomba di faraone nella Valle dei RE.

Senza parole

manifestazione per la pace

Oggi soltanto questa foto AP scattata durante la marcia per la pace a Londra, una delle tante, affollatissime, che si sono tenute ieri in tutto il mondo.

La propongo senza alcun commento perché gradirei molto leggere le interpretazioni dell’ immagine da parte dei lettori di questo blogspot.

Il bottone per inviare un commento via email è qui sotto. Grazie.

W le sportine

Possibile che le sportine di plastica per fare la spesa siano così maledettamente nocive? A quanto pare se lo sono chiesti in molti e, finalmente un’analisi seria condotta sull’argomento ridimensiona, se non azzera i timori che campagne frettolose e superficiali hanno generato.

Se qualcuno parte da casa a piedi per comprare pane, verdura e latte freschi nel negozio all’angolo provvisto della simpatica sporta di paglia della nonna, fa bene e risparmierà qualche centesimo, ma non dovrà certo arrossire, sentendosi un inquinatore incallito, neppure quando caricherà nel bagaglio dell’auto cinque sportine di plastica stracolme, al ritorno del raid settimanale al supermercato, soprattutto se le riutilizzerà saggiamente per trasportare il pattume, coscienziosamente selezionato e suddiviso, nei bidoni di raccolta differenziata dell’immondizia.

I paesi come l’Irlanda che hanno surtassato le sportine hanno visto i problemi di smaltimento aumentare, anziché diminuire al confronto con il vicino Regno Unito che non l’ha fatto. Ad esempio, i saccchettoni neri costruiti proprio per foderare i bidoni della spazzatura sono molto più spessi e ingombranti delle sportine che avrebbero dovuto sostituire vantaggiosamente.

Anche nei paesi, come il Bangladesh, dove le sportine sono state bandite perché ostruiscono tombini e scarichi durante le stagionali piogge torrenziali, il problema vero risiede nell’assenza di una raccolta organizzata del pattume, non nella presenza dei sacchetti di plastica.

I tempi cambiano, ma il vizio di cercare “gli untori”, invece delle cause vere dei problemi non passa di moda.

Podcasting

30 marzo 2006

Clicca qui per ascoltare il testo che puoi leggere qui sotto: esempio di podcast

Chirone educa Achille

Podcast (da iPod broadcast) è un termine gergale che indica un modo (una moda?) di procurarsi brani d’informazione parlata, musica, videoclip o intere trasmissioni TV “scaricandole” gratuitamente o a pagamento dalla rete per mezzo di un computer collegato in banda larga ai siti che offrono quello che si sta cercando. Lo strumento principe per svolgere quest’attività è iTunes distribuito gratuitamente dalla Apple. Lo scopo commerciale iniziale del podcast: vendere musica a prezzi ragionevoli per combattere la pirateria (che permette di collezionare gratuitamente canzoni e film attraverso le reti peer2peer come “Emule” o “Kaza”, sopravvissute alla chiusura di Napster), ha consentito un fiorire parallelo di una vasta offerta gratuita e legale di materiale d’intrattenimento o anche educativo.
Accanto alla simpatica intervista “Luttazzi contro tutti” trasmessa da SKY il 27-02-05 (39 minuti video/audio MPEG4, 181 MB) si può trovare, ad esempio, una chiarissima lezione di una ventina di minuti, in californiano rilassato, sulla stesura del corpo e della conclusione di un saggio “tipo” per superare i test in lingua inglese TOEFL o IELTS.

Nella decima riga della pagina introduttiva del sito www.toeflpod.com si legge esplicitamente:”No more “textbook English”!” a chiarimento dello scopo che il materiale audio offerto si propone. Infatti, “We discuss how to write the body and conclusion of an essay for the TOEFL or similar English examination” si può considerare una buona lezione di scrittura strutturata -quella richiesta nel mondo anglosassone per i saggi scolastici- in tutto conforme ai principi ed agli esempi che si trovano nei testi scritti in lingua inglese di analogo argomento, ma… è parlata ed in un formato audio, (MP3 di 8,2 MB) che può essere trasferito sull’iPod o sulle dozzine di suoi emuli o, ancor meglio, sui telefonini evoluti che se ne stanno acquattati in pianta stabile in una delle nostre tasche e, forniti di auricolari, ci accompagnano con la loro voce anche in tram.
E’ evidente che la prospettiva di potere inseguire i loro scolari avidi di sapere perfino per la strada o durante i lunghi e infruttuosi trasferimenti casa-scuola-casa non può che ingolosire gl’insegnanti più solerti e aperti “al nuovo che avanza” e che dio li benedica, aggiungo io, ma…

Fermo restando che ogni opportunità educativa va acchiappata al volo e sfruttata al meglio prima che l’effetto sorpresa svanisca ed il nuovo mezzo si trasformi in una scontata abitudine, mi restano alcuni dubbi e qualche perplessità che vorrei esprimere e che mi fanno decisamente dissentire dall’affermazione: “no more textbook”.
La lezione audio ascoltata sul telefonino, non può essere chiosata e sottolineata come dovrebbe accadere per qualsiasi libro scolastico oggetto di studio serio. La memoria coinvolta nel processo di apprendimento “in cuffia” è solo quella auditiva, mentre quella visiva resta disattivata, o peggio, si fissa involontariamente sugli eventi che assediano inevitabilmente lo studente-ascoltatore mentre cammina o condivide uno scompartimento di un treno di pendolari. Non è forse una banalità largamente condivisa fra i docenti che “… gli studenti d’oggi hanno perso la capacità di concentrazione”?.
L’ingombro di una lezioncina di venti minuti è di ben 8,2 MB e richiede, per essere sfruttata, uno strumento sofisticato, costosetto, intrinsecamente fragile e, a monte, la disponibilità di un computer e di un collegamento alla rete in banda larga. Niente di eccezionale, intendiamoci, né, tanto meno, proibitivo, tuttavia la maggioranza degli insegnanti di oggi non saprebbe trovare con ITunes quello di cui avrebbe bisogno per trasferirlo successivamente sullo strumentino d’ascolto. Lo stesso discorso vale anche per moltissimi giovani studenti, non illudiamoci.

Infine, mi lascia qualche perplessità anche il modo con cui verrebbe percepita la lezione dallo studente-ascoltatore. Non mi sembra che si possa escludere, per l’impossibilità di dialogo, il rischio di fraintendimenti, o peggio, l’effetto “oracolo” tipico dell’ascolto passivo delle trasmissioni radiotelevisive.
Detto questo, ritengo che il podcasting dovrebbe essere sfruttato di corsa, offrendo materiale di buon livello scientifico, e affiancato a tutte le altre tecnologie già in uso, a partire dai testi scritti, introdotti e commentati da bravi insegnanti.


Nell’immagine una pittura vascolare che rappresenta il centauro Chirone che educa Achille (anfora di Panthaios)


Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) gio. 30 marzo 2006 Invia un commento all’autore
“Hac re videre nostra mala non possumus; // alii simul delinquunt, censores sumus.(*)

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I pollici più veloci dell’EST

smsI pollici più veloci dell’EST, pare si debbano cercare nelle Filippine dove un terzo della popolazione possiede un telefonino, a dispetto delle condizioni economiche non proprio floride, e lo usa per “messaggiare” a tutto spiano, giorno e notte, senza pietà.

Infatti la particolarità della situazione dell’arcipelago non risiede tanto nel numero di cellulari, giustificato anche dalla estrema difficoltà di ottenere un telefono fisso, ma nell’uso smodato d’inviare SMS, i messaggini di testo, insomma. Costano pochissimo e possono essere del tutto anonimi perché, nelle Filippine, si possono comprare schede prepagate senza fornire il proprio nome.

Questa combinazione ha scatenato una specie di sport nazionale che consiste nel diffondere notizie assolutamente incontrollate che annunciano disastri naturali, congiure politiche, casi di corruzione, rivolte militari… qualunque cosa. Poiché in una piccola minoranza di queste dicerie propagate con gli SMS c’è un briciolo di verità, non è facile per nessuno distinguere, almeno inizialmente, le balle allo stato cristallino dalle mezze verità, come racconta in un gustoso reportage l’inviata della BBC che ci perde il sonno, non potendo trascurare nessun messaggino, neppure alle tre di notte, per paura che sia quello buono che annuncia un evento che si avvererà sul serio.

Questa storia mi ha fatto ricordare il celebre espediente del giornalista di un quotidiano accreditato in Vaticano, che, per essere sicuro d’inviare per primo al suo giornale la notizia della morte del papa, da tempo gravemente ammalato e circondato dalla massima discrezione, andava tutte le mattine all’ufficio telegrafico vaticano per spedire un sintetico telegramma:”Il papa è morto”. Puntualmente, il telegramma veniva respinto dall’addetto postale perché la notizia era falsa… finché un bel mattino il tegramma fu accolto e spedito. Era arrivato primo.

Altri tempi; oggi i papi si può dire che muoiano in diretta TV, con l’ultimo respiro esalato in mondovisione. Se preferisci perderti la ghiotta diretta e cambiare canale, fallo con discrezione giustificando la tua debolezza e, soprattutto sta attento che non ti scappi mai di dire che l’eutanasia, in certi casi, è la miglior forma di rispetto della dignità di un malato terminale, i paladini della vita sarebbero capaci di bruciarti in piazza, potendo.

La vita è sacra e guai a chi la tocca, salvo, naturalmente, le guerre ed altre trascurabili situazioni in cui ammazzare ufficialmente, possibilmente in divisa e in nome del dio locale, è sempre stato sacrosanto, oltreché doverosamente rischioso.