Modigliana

Modigliana RA
Vigneti fra Modigliana e Brisighella

Ieri, dopo parecchio tempo, siamo tornati a Modigliana, nelle amate colline faentine dal clima dolce, dagli splendidi frutteti e vigneti e dagli inattesi scorci leonardeschi di colline boscose che sfumano all’orizzonte stemperandosi nel cielo.

Il paese è attravesato dal torrente Marzeno, dall’aria docile e ben educata sul suo letto selciato ed è sormontato dalla Roccaccia; un rudere impressionante di una fortezza dei conti Guidi, un tempo signori del territorio. In ricordo degli antichi signori c’è La cantina dei conti dove torniamo sempre volentieri a pranzo, quando siamo in zona: buona accoglienza, buona cucina, giusto prezzo.

In passato vi incontrammo un celebre autore di dizionari che, ormai piuttosto avanti negli anni, lasciata la città, era tornato al paese di origine e pranzava abitualmente alla cantina. In quell’occasione, al termine di una lunga conversazione cordiale, ci suggerì una stretta strada di crinale che porta a Brisighella.

Da allora, non manchiamo mai di ripercorrerla al ritorno. Guardando verso Nord, oltre i colli più vicini, gli occhi si perdono sulla larga pianura romagnola. Gli scorci panoramici, anche nel versante Sud più aspro, sono numerosi e verrebbe voglia di fermarsi a fotografare ogni mezzo chilometro.

La sequenza di foto in formato di presentazione Flash che puoi attivare cliccando qui o sulla foto, è una selezione degli scatti di ieri: una giornata novembrina dolce, nuvolosa con cieli variabili e rare apparizioni del sole.

Latte crudo appena munto

latte crudo appena muntoIeri pomeriggio, tornando a casa dopo la solita scorpacciata di letture varie nella biblioteca Sala borsa, dove trascorro parte dei miei pomeriggi in città, ho attraversato piazza Maggiore aggirando “il crescentone”, occupato per intero da una struttura in allestimento di bianche cupolette di plastica, e imboccato via delle Pescherie vecchie. E’ un percorso simpatico fra piccoli negozi di frutta e verdura ricavati in cavità murarie che lasciano uno spazio minimo per l’esposizione della merce in vendita e una sacrificatissima postazione per il venditore.
All’inizio della strada, però, c’è una sontuosa bottega a due piani di formaggi; ha una grandezza quasi provocatoria, nei confronti degli altri piccoli fruttivendoli.
Passando, guardo sempre le vetrine attraenti, ma piuttosto ripetitive: è difficile stupire con forme e formelle di formaggio, seppure esotico o raro. Ieri però c’era un cartello stuzzicante per un accanito bevitore di latte come me: “Latte fresco crudo”.
Un recente servizio televisivo aveva magnificato questo nuovo tipo di distribuzione di latte “appena munto e non trattato” attraverso erogatori refrigerati a fontanella: infili le monetine, ficchi il contenitore (in questo caso una bottiglia da latte di plastica) sotto l’erogatore e attendi che il rcipiente sia pieno per bertelo subito o portartelo via.

Detto-fatto: entrato, raggiunto distributore al primo piano, infilati soldini, estratta bottiglia piena, bevuto latte a collo, senza tante cerimonie. Non vedevo l’ora di risentire il sapore del latte appena munto che da bambino andavo a prendere in bici, al tramonto, nel podere di famiglia. Lo ricordo bene quel sapore del latte tiepido, pieno, cremoso. Una giovanottina pimpante, intervistata nel corso del servizio televisivo, aveva appunto manifestato la sua soddisfazione per avere finalmente ritrovato il sapore vero del latte appena munto.

Io, invece, sono rimasto deluso.

Non assomiglia minimamente al vero latte appena munto che si beveva il secolo scorso, quando ancora le stalle delle nostre parti erano popolate di vacche autoctone (come la rimpianta bianca modenese) che producevano una quantità di latte minore delle frisone pezzate, ma incomparabilmente migliore. Il latte che ieri ho spillato dal distributore refrigerato era piuttosto acquoso, sicuramente non migliore del buon latte fresco di alta qualità che troviamo da tempo nei supermercati, anzi.
Pazienza: una piccola delusione in più da dimenticare al volo, scherzandoci sopra con un fotomontaggio ad hoc.
L’ultima volta che ho bevuto un latte superbo, con due dita di panna depositata sul collo della bottiglia di vetro fumè, è stato trent’anni fa in Danimarca. Chissà se gli amici danesi lo imbottigliano ancora? Varrebbe la pena di fare un salto nello Jutland, tanto per controllare.

Cari confratelli di latte, fatemi sapere cosa ne pensate del nuovo “latte crudo appena munto”. Io vi ho raccontato la mia esperienza deludente qui a Bologna, ma forse altrove…

Pieve del Pino

calanchi bolognesi

Dopo aver pranzato fuori porta, abbiamo deciso di rincasare passando dai colli: il sole era splendente, il vento non sembrava tanto forte in città e i colori della vegetazione collinare molto promettenti.
Dalla fondovalle del Savena abbiamo preso a salire per la strada tortuosa e ripida che porta o a Badolo o alla valle del Reno o, svoltando per Pieve del Pino, prima a Paderno poi a Monte Donato e, infine, direttamente a casa nostra in un paio di chilometri in discesa.
Il cielo era terso, i colori autunnali gradevoli, la visibilità ottima, la strada deserta… e il vento furibondo.Scattare le foto cercando l’immobilità si è rivelata un’impresa. A tratti, la raffiche mi travolgevano e respingevano come in una giornata di bora a Trieste o in un giornata qualsiasi in Islanda.

A dispetto della situazione molto insatabile ho scattato una ventina di foto dei calanchi dietro casa. Se vorrai, potrai vederne, gentile lettore, una selezione in formato flash che, come sempre, permette di scegliere fra l’avanzamento temporizzato automatico o quello manuale.
Clicca qui
o sulla foto rollover a sinistra per attivare la presentazione.

Pasolini, Callas e Medea

piazza Santo  Stefano a Bologna

Al pianterreno di una delle pittoresche case Bovi di piazza Santo Stefano a Bologna si trova, tra l’altro, la grande e lussuosa galleria d’arte Ta Matete che ospita fino al prossimo primo dicembre una interessante mostra ( ”Pasolini, Callas e Medea”) di settanta foto di scena, scattate da Mauro Tursi durante le riprese in Cappadocia della Medea di Pasolini.
Il principale soggetto delle foto è inevitabilmente Pasolini che dirige, intrattiene, conforta Maria Callas soffocata dai pesantissimi abiti di scena, mentre il resto della troupe è in calzoncini e camicia o addirittura in costume da bagno. Il caldo doveva essere micidiale e la povera Maria svenne addirittura, come mostra una delle tante belle foto in bianco e nero che testimoniano eloquentemente l’affettuoso rapporto fra Pasolini e la Callas, più volte riaffermato, in seguito, anche da Dacia Maraini, loro compagna di viaggio in Africa, insieme a Moravia.

In numero minore, ma non meno belle e interessanti sono anche le foto in cui appaiono le comparse in abiti di scena disposte sapientemente sullo sfondo di uno dei paesaggi più suggestivi al mondo: la Cappadocia, appunto. Per chi fosse interessato, le foto sono in vendita al modico prezzo di 1200 € (diconsi milleduecento) cadauna.

Sono contento di avere visto questa mostra e le bellissime sale affrescate della galleria dove non sarei mai entrato di mia iniziativa, ma “se guidato, si orienta”, come si diceva degli scolari più testoni. Oltretutto mi ha ricordato il bel viaggio in auto in Cappadocia che facemmo una trentina di anni fa, quando il ricordo di Pasolini fra la popolazione locale era vivissimo e molto positivo. Ora non mi resta che ripescare e rivedere il film che a suo tempo mi piacque moltissimo e fu la causa prima del viaggio.

Clicca qui o sulla foto rollover per attivare una presentazione di foto di piazza Santo Stefano e dintorni.Cappadocia

I transistor da calcio

nanochipI chip al silicio avrebbero gli anni contati, una decina, pare. Benché godano di ottima salute e siano in grado di ospitare milioni di transitor in una superficie pari ad un eurocent si stanno saturando e, fra non molto, non saranno più in grado di ospitare neppure un transistor in più.
Secondo gli esperti l’attuale ritmo di crescita, espresso efficacemente a spanne dalla legge di Moore ( le prestazioni dei processori, e il numero di transistor ad esso relativo, raddoppiano ogni 18 mesi), non potrà essere mantenuta a lungo, principalmente per le crescenti difficoltà di ulteriore miniaturizzazione dei transistor.
Da qui, la frenetica corsa dei centri di ricerca più dotati di cervelli e di dollari alla scoperta di nuovi materiali alternativi al silicio, oppure di nanostrutture di carbonio cinquantamila volte più sottili di un capello o, ancora, di nuovi componenti elettronici: i memristori. Minimi già ora e ulteriormente miniaturizzabili, sarebbero capaci di collaborare, se non addirittura di sostituire completamente i vecchi transistori. Staremo a vedere.

Nel frattempo, chissà che fine hanno fatto le migliaia di radioline giapponesi a pila, i cosiddetti “transistor”, appunto, che i maschi adulti italiani tenevano incollate all’orecchio per tutta la durata di “Tutto il calcio, minuto per minuto”, quando le partite di football si giocavano sempre la domenica pomeriggio e gli stadi erano luoghi chiassosi, ma frequentabili.
Preistoria!

La piazzola a Bologna

La piazzola a Bologna

La piazzola è lo storico mercato all’aperto di Bologna che si tiene (dal 1219 ?) settimanalmente il venerdì e il sabato in piazza Otto Agosto. Dal Medio Evo in avanti ho il sospetto che abbia subito parecchi cambiamenti; dei più recenti e significativi sono testimone diretto. Quando ero al ginnasio era fondamentalmente un mercatino delle pulci: roba vecchia, rastrellata da soffitte e cantine da rigattieri locali. Qualche fortunato mattiniero con molto occhio poteva trovare al prezzo di una crosta anche quadri di discreto pregio, bei pezzi di ceramica faentina, residui di servizi principeschi andati a finire in fondo ai pozzi per le inarrestabili faide delle famiglie patrizie che imponevano la damnatio memoriae di precedenti alleanze e dei loro simboli araldici.

C’erano vecchie macchine fotografiche a soffietto, begli alari buttati via per l’avvento dei termo a carbone e la frettolosa chiusura dei camini, peltri e bronzi un po’ ammaccati, pipe di terra cotta rossa con la testa di Garibaldi o, più raramente, elganti pipe nere ottagonali di Chemnitz, dell’epoca di Cecco Beppe.

C’erano anche buffet e controbuffet, scartati per far posto alle cucine all’americana in formica; cassapanche e vecchi armadi in noce massiccio, alti e stretti, banditi da moderni armadi a muro di trucciolato impiallacciato e, naturalmente, camice, vestiti e cappotti un po’ lisi e molto vissuti.

Frequentati da un pubblico prevalentemente femminile, c’erano alcuni banchi di bigiotteria con pregevoli pezzi liberty mescolati a gioielli della nonna con ametiste e coralli, ochiali pence nez, ciondoli, teiere argentate senza più patria.

Meno interessante era la più vasta area del “nuovo”: una grande merceria all’aperto di biancheria a buon mercato con pochi personaggi caratteristici come “Marino poeta contadino” che vendeva ufficialmente lamette, come pretesto per poter recitare e smerciare in audio-cassette registrate le sue “zirudelle”, nella tradizione dei cantastorie e degli arruffapopolo che aveva visto eccellere durante il fascismo il grande Biavati, paladino dell’antifascismo di strada, ironico e corrosivo: popolarità immensa, poca galera, zero quattrini.
Ma lo spasso maggiore nell’aggirarsi fra i banchi erano le battute, i commenti e gli scherzi che si scambiavano fra loro i venditori ambulanti in bolognese o in dialetti forestieri parlati nelle vicine campagne modenesi o ferraresi. Romagnoli o emiliani del far west non ne ricordo: battevano altri mercati.

Da pochi, pochissimi anni la situazione è cambiata radicalmente: molti africani, magrebini, andini, cinesi e altri asiatici hanno rimpiazzato con le loro merci gli ambulanti locali e si rivolgono in un italiano stentato ad un pubblico altrettanto eterogeneo con una forte presenza di giovani donne musulmane con bambini e badanti “russe” di mezza età, a gruppetti di tre o quattro. Nella cacofonia delle lingue sono annegate per sempre le battute in dialetto e l’atmosfera scherzosa da cui nascevano. Le merci in vendita assomigliano più ad un mercatino estivo apolide d’Ibiza che al nostrano mercato delle pulci di tradizione europea.

Manco da tempo da Porta Portese, dal mercato delle pulci di Saint-Ouen a Porte de Clignancourt a Parigi o da Portobello a Londra e non so se abbiano fatto la stessa fine. Di certo la piazzola di oggi non è più il mercato provinciale dei bolognesi, rimpiazzati da un mondo di etnie variopinte e dalle nuove leve studentesche (centomila, fra ospiti e locali) che trovano anche abbigliamento punk, stivaloni alla moda e attrezzature di provenienza esotica per “fumare” erbe di loro gusto.

In una piccola serie di foto, nell’abituale formato flash, ho raccolto, non senza difficoltà, un campione delle merci in vedita; per vederla clicca qui o sulla foto. Fotografare in una pubblica piazza è diventato un problema: chi scatta diventa subito sospetto a clandestini e turbatelli di ogni specie, ma non bisogna farci troppo caso.

Il mercato di mezzo a Bologna

Il mercato di mezzo o quadrilatero romano è una raganatela di stradine che portano ancora i nomi delle compagnie di artigiani che le popolavano nel Medio Evo: via Drapperie, via degli Orefici, via Pescherie vecchie, via Caprarie (macellerie ovine), via Clavature (fabbri).
A EST di piazza Maggiore, il cuore di Bologna, ancora oggi sono pienamente dedicate ad un’attività mercantile, anche se i mutamenti recenti non sono stati di poco conto e, proprio in questi giorni, una disputa infiamma i rapporti fra Comune e ASL sulla destinazione di una parte cospicua di mercato coperto, da poco bonificata e restaurata.

Negli ultimi anni la strada che ha subito il maggior “degrado” storico è via Clavature che non conserva più alcun vestigio degli antichi maestri fabbricanti di serrature (clavature) e di altre opere in ferro battuto più ordinarie, ma, ormai, è stata colonizzata dagli stilisti internazionali con le loro vetrine abbacinanti, popolate di manichini anoressici e, dietro, il negozio sempre vuoto.
Oltre al ricchissimo magazzino di ceramiche, al sontuoso cestaio e all’antica cartoleria, i colonizzatori hanno ingoiato perfino Schiavio-Stoppani, celebre negozio di abbigliamento e merceria di proprietà di Angiolino Schiavio, classe 1905: una leggenda del Bologna football club ai tempi in cui “il Bologna” era “uno squadrone che tremare il mondo fa”.
Via Clavature è un esempio perfetto del decadimento commerciale del centro di Bologna: solo caffè invadenti strade e portici e, soprattutto, negozi di abbigliamento, scarpe e biancheria, gomito a gomito l’uno con l’altro a dozzine, in una vorticosa ridda di fallimenti e ristrutturazione perpetue. Uscendo dal mio ufficio nella centralissima via Ugo Bassi avrei potuto scegliere fra cinque corsetterie per signora nel raggio di cinquanta metri, ma guai se avessi avuto bisogno di un paio di comunissimi lacci per le scarpe.

Per fortuna, nel quadrilatero romano resitono ancora bottegucce e bei negozi di alimentari degni della nostra tradizione di mangiar bene. Non saranno la Boqueria di Barcellona o il suk nella medina di Marrakech, ma restano una simpaticissima meta per fare la spesa o anche per passeggiare semplicemente fra la folla di acquirenti e curiosi in vena di spassarsela in un fazzoletto di bengodi nostrano.

Ho raccolto nell’abituale formato di presentazione flash una selezione di scatti recentissimi sul mercato, privilegiando le merci al pubblico. Clicca qui o sulla foto per vederle.

Tappeto volante


-Buonasera.
-Buonasera signore, una sfoltitina ai capelli?
-Magari! Ma ormai sono quasi pelato, non vede?
-Dicevo solo un’aggiustatina alle tempie e al coppetto, quelli sono gli ultimi a sparire e non bisogna trascurarli finché ci sono.
-Ha ragione, ma mi sembrerebbe un po’ come portare uno scalzo dal lustrascarpe. Volevo chiederle solo un’informazione.
-Dica pure, se posso, ben volentieri.
-Sa dirmi come arrivare a via Mirasole?
-Certamente, ma mi cavi una curiosità, ci va per un tappeto?
-Perché, vendono bei tappeti a buon mercato?
-No, né a buon mercato, né cari arrabbiati. Niente tappeti in via Mirasole.
-E allora?
-Appunto, dicevo fra me, se questo signore distinto va a cercare un tappeto in via Mirasole fa un viaggio per niente, quando lo potrebbe trovare qui da me senza neanche fare un passo, che oggi fa anche freddo.
-Ma Lei non sarebbe un barbiere, proprio quel barbiere che un minuto fa voleva spuntarmi questi quattro peli?
-Proprio lui, e lei non sarebbe quel signore che ci ha ripensato? Ha fatto bene, sa; si accomodi qui in questa bella poltrona, che il tappeto non scappa.
-Non scappa? Sarebbe bella anche questa; cosa tiene un tappeto volante alla catena nel retrobottega?
-Lei ha voglia di scherzare, è solo un modo di dire; è un bel persiano antico, ma sembra nuovo … tanti di quei nodi che le bimbe che l’hanno fatto, là al suo paese, devono essere diventate matte, poverine, ma ormai saranno tutte andate in pace da un pezzo, et lux perpetua luceat eis, amen. Uno che se ne intende m’ha detto che è molto antico, del ‘700, forse.
-Addirittura, ma a me serve un carriolino, moderno o antico, basta che faccia il suo servizio.
-Di quelli da spingere a mano o da tirare con la bicicletta? Magari con due ruote a raggi e un piano di carico rettangolare con sponde basse…
-Bravo, preciso sputato come l’ha descritto. Ce ne ha uno così, nascosto da qualche parte, dove tiene i tappeti?
-Io? No, non ci penso nemmeno; faccio il barbiere, io. Cosa vuole che me ne faccia di un carriolino?
-Quando lo descriveva sembrava che l’avesse davanti agli occhi…
-E’ perché ne aveva uno così un vecchio carbonaio che, di giorno, lo lasciava sotto il portico davanti alla sua bottega. Prima di cambiar casa ci passavo davanti tutte le mattine. Chissà se…
-E dove sarebbe, allora?
-Proprio qui dietro in via Mirasole, come le avevano detto. Una spuntatina, intanto?
-Appena, appena che c’è già fresco e hanno detto che sta per arrivare un freddo da battere i denti.

Piazza pulita

dopo l'eruzione

Da quando con uno sbuffo poderoso aveva buttato via il cappello, ricominciando a fumare dopo trent’anni di composta e tranquilla astinenza, la preoccupazione dei vicini era aumentata a dismisura: non smettevano di tenerlo d’occhio con apprensione, interrogandosi su quale sarebbe stata la sua prossima mossa.

Fior di studiosi erano all’opera nell’intento vano di prevedere il cosa, il come e, soprattutto, il quando. Tutti gli altri, i comuni, superstiziosi mortali si limitavano, invece, a tenerlo d’occhio e a fare scongiuri: la sola prassi in cui erano maestri, affinata in secoli d’ignoranza, credulità e fatalismo.
Che fosse pericoloso, molto pericoloso, lo sapevano anche i bambini, ma uomini e donne erano incapaci di tradurre i loro timori in atti concreti e virtuosi. I più determinati e avventurosi avevano rimpolpato il tradizionale flusso migratorio imprimendo una tale accelerazione al fenomeno, tradizionale e consolidato da secoli, da trasformarlo in una vera fuga in massa: non spingete, scappo anch’io.

La città, spopolata, degradata e immiserita, era preda di scorribande sempre più sfrontate di grassi ratti che contendevano a bande di cani randagi macilenti il controllo del territorio: un’indifferenziata plaga di immondizia stratificata e puzzolente fra la quale i pochi umani residenti, quasi tutti vecchi senza risorse e senza speranza, si muovevano come ombre nell’Ade razzolando nei rifiuti, in attesa del solo evento che riuscivano a prefigurarsi con certezza: una morte miserabile e solitaria.
Oltre alle migliaia di gabbiani che volteggiavano initerrotamente sulle montagne di rifiuti, si favoleggiava anche della presenza di cinghiali, volpi e lupi, nel cuore di quella che era stata una popolosa città dal clima invidiabile, affacciata sul vasto, bellissimo golfo che ne portava il nome, ricordato in cento canzoni e mille poesie, per secoli.

Quando il torpore notturno fu interrotto da un frastuono assordante, accompagnato da una serie di scosse telluriche sempre più forti e dall’ululato di cani e lupi terrorizzati, fu chiaro che il quando, atteso e temuto, era arrivato e anche il come si svelò poco dopo. Una immensa colonna di fumo nero accompagnata da terrificanti deflagrazioni si sostitui al consueto pallore notturno, oscurata, a sua volta, da una nube di cenere infuocata che soffocò e sepellì ogni forma di vita e le sue tracce immonde, lasciate sul territorio in secoli d’incuria e degrado crescenti.
In capo a tre giorni, un vasto incontaminato deserto di cenere si spingeva dal vulcano fino alle rive del mare, come era accaduto duemila anni prima, ma molto più esteso, sotto la spinta di una forza vendicativa devastante.

Veh victis!

dopo l'eruzione

Avanti Bombo alla riscossa!

bombus lapidarius

Per il BOMBUS LAPIDARIUS, Bombo per gli amici, sembra che stia per schiudersi una nuova stagione di prosperità dovuta alla diminuzione della popolazione delle cugine api che stanno affrontando una crisi demografica drammatica: meno 50 % in Italia e peggio ancora negli Stati Uniti.
La diminuzione delle api non riguarda soltanto i circa 50 mila apicoltori italiani con più di un milione di alveari e una produzione di oltre 10 mila tonnellate di miele, ma anche gli agricoltori e, in particolare, i frutticultori e quindi tutti noi mangiatori di miele, pomodori, mele, pere, fragole ciligie, lamponi ecc.
Sono le api, infatti che nel loro girovagare di fiore in fiore per succhiarne il polline provvedono, appunto, all’impollinazione delle piante che così fruttificheranno, altrimenti… ciccia.
E il bombo, cosa c’entra? Be’ è un impollinatore instancabile, dall’alba al tramonto non fa nient’altro durante la buona stagione, cioè quando è utile, poi si rintana in letargo in un buchetto, in attesa che passi l’inverno e ricomincino le fioriture primaverili.
Il bombo che tutti noi ci siamo fermati ad ammirare da bambini, mentre galleggiava nell’aria, ciccioso, nero e peloso, sopra un fiore, il bombo, dunque, potrebbe sostituire le api, non per la produzione del miele, ma, almeno, per impollinare le piante e non è poco, in attesa che le nostre care api, che dai tempi di Virgilio consideriamo amici di famiglia, tornino al loro splendore.

Nel frattempo, avanti bombo, scatenati!

Il solo che ride

il solo che ride
Ho ricostruito da zero, con un mio collage di qualità piuttosto modesta, una battuta che mi ha fatto molto ridere. Era affissa all’interno della vetrina posteriore dell’edicola che si trova sotto il “portico della morte” a Bologna. Era disegnata con matite colorate su di un foglio A4 insieme ad altre vignette più o meno divertenti tracciate su fogli della stessa misura ed eseguite, apparentemente, dalla stessa mano .
Purtroppo non c’è più. Normale turn-over? Me lo auguro.

Rampolli presidenziali

Veltroni e figlie
Berlusconi e figliLeggo sulle BBC news che un reporter di una tv americana è finito nei guai per aver sostenuto che la signora Clinton avrebbe incoraggiato la figlia Chelsea a partecipare alla campagna elettorale in corso, per catturare voti giovanili. Nello stesso lungo e documentato articolo vengono citate le apparizioni di figlie e figli di altri candidati alla Casa bianca, anche del passato, e gli scandaletti che alcuni rampolli presidenziali hanno provocato (uso di alcoolici in età giovanile, esibizioni in vestiti trasparenti o nudi fotografici per Playboy).
Normalmente però, i figli dei candidati appaiono, belli sorridenti e plasticati, accanto ai genitori, in rassicuranti foto di famglia: quei falsi quadretti di armonia domestica con tanto di camino acceso e animali acciambellati ai piedi che rappresentano la più zuccherosa iconografia della famiglia bianca americana, patriottica, salda nei valori morali ereditati dai Padri Pellegrini e ben provvista di dollari, per ogni evenienza.

Inevitabilmente, mi veniva da pensare ai fatti di casa nostra e alla nostra campagna elettorale in corso. Per fortuna i 2+3 figli del padrone della televisione e le due figlie del suo antagonista, sindaco della città eterna, sono restati fuori dalla mischia, che io sappia.
Nessun cronista televisivo nostrano, in uno slancio di servilismo rampante, si è ancora cimentato in uno “speciale” sui figli dei candidati, per raccattare qualche voto giovanile in più al suo patron.

La domanda è: quanto tempo manca alla discesa in campo dei rampolli presidenziali nostrani?