Tosse stizzosa? Sciroppati del cacao!

Una buona notizia per i patiti della cioccolata: oltre alle squisitezze ben note, contiene un ingrediente che si è rivelato un efficace calmante per la tosse, la teobromina.
Secondo una recente ricerca pubblicata sul FASEB Journal, un gruppo di studiosi ha scoperto che la teobromina, notoriamente presente nel cacao, sarebbe il 30% più efficace della codeina, come sedativo della tosse. Non solo, ma a differenza di quest’ultima, non provocherebbe effetti indesiderati, cosicché si potranno preparare sciroppi con dosaggi più alti e, quindi, più efficaci.
Insomma, quando disporremo di sciroppi alla teobromina, dormiremmo come angioletti anche quando la tosse perversa congiurerebbe per tenerci svegli, ed anche quelli che guidano o svolgono lavori che richiedono la massima prontezza potranno combattere la tosse, senza preoccuparsi della sonnolenza indotta dalla codeina.
Avevano ragione i Maya a considerare il cacao un cibo prezioso da regalare in occasioni speciali, da consumare durante riti religiosi e, perfino, da usare come merce di scambio per eccellenza, al posto del denaro. Quattro semi per una zucca; dieci per un coniglio; cento per uno schiavo.

Di recente sono state scoperte anche le virtù della cioccolata amara che fa bene al cuore perché aumenta il livello di sostanze antiossidanti. Insomma, cioccoladores de todo el mundo, dateci dentro allegramente con il vostro cibo preferito che chissà quali altri pregi nasconde.

A sinistra un frutto di cacao spaccato che mostra i semi al suo interno. A destra una tabella di valori che usa il seme di cacao come unità di misura.

In punto

Da quando, ancora con le braghe corte, aveva saputo che l’orologio di piazza sulla robusta torre centrale del castello era opera di un suo bisnonno, il più celebre orologiaio del paese, nonchè appassionato cacciatore, abituato a chiudere bottega quando arrivava l’ora di staccare la doppietta dal chiodo, aveva preso l’abitudine di tenerlo d’occhio. Giusto un’occhiatina per accertarsi che funzionasse bene, senza la pretesa di una precisione cronometrica.
Sapeva bene che della vecchia macchina del tempo a ingranaggi, azionata da pesi madornali, che scendevano verticalmente al centro della torre, non era rimasto più nulla, tuttavia le grosse lancette di ferro battuto non erano mai state sostituite: erano sempre quelle del nonno, anzi, il prosaico motore elettrico che le spingeva lungo la loro orbita era stato scelto proprio di misura, per sopportarne il peso considerevole.

Quando alla stagione delle castagne, passando per la piazza dopo il tramonto, gli parve di vedere la lancetta dei minuti segnare un’ottimistico sei e tre quarti, mentre il suo cipollone da tasca segnava ormai le sette e il suo stomaco, attendibile come un cronometro svizzero, confermava oltre ogni dubbio che era ormai ora di cena, ebbe la tentazione di fermarsi per guardare meglio, ma la nebbia era così fitta da oscurare anche la facciata del duomo in fondo alla piazza e il suo tabarro era già fin troppo pesante e freddo per l’umidità accumulata. A casa la polenta doveva già fumare sul tagliere e il coniglio alla cacciatora era sicuramente pronto, in caldo sulla stufa, per farle compagnia. Si rincagnò il cappello e tirò dritto.

La mattina seguente doveva partire presto per un viaggio lungo. La nebbia era ancora più fitta, ma la sua bicicletta da bersagliere sapeva la strada meglio di un vecchio cavallo. Quando incontrò la prima frasca, il sole era già arrivato alla cima degli olmi e stava facendo del suo meglio per spuntarla sulla nebbia, ma non ci era ancora riuscito. Meglio fermarsi a bere un mezzo litro al caldo e lasciargli il tempo di fare un po’ di chiaro, prima di ricominciare a pedalare. In alto al centro, proprio sopra il bancone dell’oste, c’era un grosso orologio tondo, apparentemente fermo da un pezzo. Non una pendola, ma un grossolano sveglione da muro con il quadrante ingiallito dalle cacche di mosca e un dito di polvere unta dovunque fosse in grado di depositarsi.

“Va bene quell’orolgio?”, domandò all’oste prima di sedersi sulla panca vicino alla stufa accesa.
“Altroché, segna sempre che è ora di bere. Cosa vi porto?”
Quando, con il toscano acceso in bocca, tentò di rimettere in carreggiata la bicicletta, si accorse che la sosta all’osteria le aveva fatto male: non era più capace di andare dritta. Un inesperto avrebbe potuto cercare una relazione fra i tre mezzi litri di lambrusco e le spettacolari oscillazioni della partenza, ma lui che inesperto non era, pedalò con maggiore determinazione, ben sapendo che se fosse sopravvissuto in sella ai primi metri, bici e strada avrebbero finito con il trovare un autonomo equilibrio, sufficiente per avanzare se non proprio per andare dritto, poi l’aria fresca avrebbe soffiato via anche la nebbia che aveva in testa. E così fu.

Verso mezzogiorno, con il sole bello alto e ormai vittorioso, quando gli austeri filari di pioppi cipressini, dominanti dagli alti contrargini, rivelavano la presenza del fiume, ancora nascosto alla vista, trovò un’osteria adatta per passarvi la notte, certo di essere arrivato vicino al grande fiume dove crescevano anche i salici flessuosi, potati a sgamollo, che costituivano la meta del suo viaggio.
Cercava un boschetto in golena di piante giovani da comprare per la sua piccola fabbrica di truciolo. In un paio di giorni contava d’ispezionare la zona e concludere l’affare. Era analfabeta, ma i conti li sapeva fare a memoria, senza bisogno di carta e lapis, per non parlare di altri aggeggi ancora da inventare. Girando senza parere fra i sentieri del bosco era in grado di valutare, a colpo d’occhio, quanto legno avrebbe potuto ricavarne per i suoi pagliari che, a casa, avrebbero provveduto a segare in pezzi i lunghi rami, grossi come un braccio, a scortecciarli e a ricavarci tutte le paglie che si potevano ottenere, scartando solo un mazzuolo, troppo sottile per essere lavorato, buono solo per il camino o per mescolare la polenta nel paiuolo.

Quando scartò sul tavolaccio la sua bella fetta di gorgonzola, portata da casa per ogni emergenza, in attesa che l’oste gli portasse il pane e il primo mezzo di rosso, la pendola attaccò a suonare mezzogiorno. Finalmente un orologio in punto, che andava d’accordo con quello del suo stomaco, il solo di cui si fidava ciecamente. In un lampo gli tornò in mente l’orologio di piazza, chissà se stava battendo anche lui i dodici rintocchi?

Di fronte gli stava seduto uno che doveva già aver finito di mangiare. Fumava la pipa e ogni tanto allungava la mano per una carezza rustica al suo cane, accovacciato sotto il tavolo: nessuno dei due parlava, ma avevano l’aria d’intendersi bene ugualmente.
“Ce n’è, quest’anno”
“Di trifola ce n’è sempre, se uno ha un buon cane e sa dove dirgli di cercarla”
“Allora ne avrete trovata anche oggi, me ne vendereste una patata o due?”
“Due piccoline, va bene? E’ trifola nera, ve la dò per dieci scudi” e mentre parlava, il trifolaro si alzò trattenendo a terra con una occhiata il cane che, escluso dalla trattativa, lo guardava con aria interrogativa. Raggiunto il tavolaccio, vi posò due tartufi poco più grossi di una noce che furono prontamente intascati, terra compresa. Il pensiero che i suoi vestiti e l’intera sua persona non si sarebbero mai più liberati da quella puzza pregiata non lo sfiorò neppure. A lui piaceva quell’odore, perfino più di quello del toscano e sua moglie aveva un bel da arieggiare al sole le sue giacche, non c’era niente da fare.
Quando, alla fine della settimana, la sua bicicletta lo riportò a casa, era già scuro da un pezzo, ormai l’ora di cena. Allungando un po’ la strada passò dalla piazza; l’orolgio segnava le sette meno un quarto: bel caso. La stessa ora, precisa. Che fosse fermo?
La domenica mattina, con il tabarro della festa, a due dritti, e un cappello quasi nuovo andò in piazza, dove si erano già formati i soliti piccoli crocchi dei giorni festivi. Alzando gli occhi verso la torre, gli passò ogni dubbio: l’orologio era proprio fermo.
Domandò in giro: chi disse che ci aveva nidificato una poiana, chi spiegò che c’era stato un cortocircuito dopo un temporale che aveva bruciato irrimediabilmente il motore elettrico, un paio di filosofi a piede libero sostennero che anche gli orologi invecchiano, come tutti i cristiani, e, alla fine, si fermano, ma tutti concordavano nel dire che sarebbe stato sostituito con uno più moderno, nuovo di zecca, che era già stato ordinato dal sindaco in persona nella foresta nera, dovunque si trovasse ‘sto bosco.
“E le sfere? Cambiano anche quelle?”
“No, cosa c’entra, le lancette vanno sempre bene; poi belle così non le sanno più fare”
Il capolavoro del nonno sarebbe stato salvo ancora per un pezzo, allora; cambiassero pure la macchina nascosta dietro la facciata della torre; anche se era forestiera, chi la vedeva quella?
Le due poderose lancette di ferro battuto, invece, non sarebbero durate in eterno, ma, di sicuro, avrebbe fatto in tempo a morire prima di loro, senza vederle arrugginire fra i rottami.

Kannibalescu!

  • Kannibalescu!
  • Ti sei messo a studiare l’afrorumeno?
  • Avevo provato con il cinese, ma mi hanno detto che non ha alfabeto e tornare all’analfabetismo mi è sembrato poco dignitoso.
  • Giusto! regredire è un po’ morire. O no?
  • Non so, io conoscevo un detto un po’ diverso, ma tanto l’ho dimenticato
  • E’ il bello della memoria, che si dimentica da sola, mentre per esempio la lavagna bisogna cancellarla tutte le volte
  • Ci vorrebbe una lavagna automatica, che si cancellasse da sola, quando è ora
  • Chissà se i cinesi l’hanno già inventata? costerebbe poco
  • Di sicuro. Ne avranno fatto dei milioni di pezzi. Dove hai detto che si compra?
  • Se fosse irlandese ti direi “dietro l’angolo”, ma così, senza alfabeto, non so dove le mettano
  • Esportano, esportano tutto. Dicono che in Cina non ci sia rimasto più niente.
  • Bisognerebbe provare da un importatore, allora
  • Io conosco solo un import-export, ma non ho mai capito cosa faccia. Sta sempre seduto dietro al banco come un ragno che aspetti una mosca
  • Si vede che è un grossista: quelli non si vede mai quando comprano e vendono
  • E’ vero, ma qualcosa devono pur fare, perchè tutti dicono che è colpa dei grossisti, quando i prezzi aumentano
  • Chissà se è vero? Se ne sentono tante, ma ci vogliono le prove
  • Poi arrivano i periti che dicono che, invece, non provano un bel niente e ci vogliono sempre altre prove
  • Fanno per tirarla per le lunghe, altrimenti non sanno cosa fare al mondo
  • Se te la passassi male saresti disposto a fare il perito?
  • Preferirei fare il consulente, ma non a tempo pieno
  • E’ sempre meglio lasciarne un po’ di vuoto. Non si sa mai
  • E quello che penso anche io, altrimenti, quando è ora di riempire il tempo che passa, come si farebbe
  • Sarebbe un bel imbarazzo perché non conosco nessuno capace di svuotare il tempo, tutti si dannano per riempirlo, ma poi alla fine…
  • S’è persa la coscienza civile, sai cosa ti dico. Come se il tempo fosse infinito…
  • O tempora, o mores!

Venature della sorte

Aveva cominciato da bambino, incantandosi a contare gli anelli delle ceppaie rimaste nel vecchio bosco vicino a casa, dopo le periodiche operazioni di sfoltimento. Con l’aiuto del nonno, aveva imparato a distinguere le vicende della vita dei grossi tronchi ormai giunti alla loro fine. Non solo ne scrogeva sempre più chiaramente la sorte collettiva: gli anni di siccità e quelli grassi, ma anche le malattie che avevano colpito alcuni di loro nel corso della loro parabola vegetativa, lasciando indenni altri confratelli poco distanti. Questo interesse affettuoso per i suoi alberi si era trasformato nella persuasione che ciascuno portasse chiaramente scritto non solo il diario della propria vita, ma una mappa del destino ben chiara e leggibile, stampata nelle venature, che li distinguevano individualmente l’uno dall’altro.
Quasi inevitabile fu lo sviluppo di questa sua attitudine alla interpretazione delle linee del destino nascoste nelle venature dei tavoli. Il suo scrittoio, un vecchio tavolone massiccio di famiglia, passato di generazione in generazione, rivelava un passato ricco di vicende intense e tumultuose, accumulate nel corso di molti decenni, come tavolone di lavoro della piccola pellicceria di famiglia, come tavolaccioo da taverna durante la guerra, quando l’intera casa era stata requisita dai soldati occupanti che avevano bruciato nel camino mezza casa, come tavolo di pranzo nella grande cucina a pianterreno, durante i miseri anni del dopoguerra e, infine, come solido scrittoio di suo padre e poi suo. Nella sue vene robuste scorgeva ben chiaro, ad di sotto degli sfregi, dei tagli e delle bruciature una poderosa caparbietà di sopravvivenza, un destino da araba fenice, che pareva quasi trasmettersi a chi lo usava. Pensava che se suo padre non si fosse affrettato a passarglielo, non appena la sua età richiedeva un tavolo di studio, sarebbe stato ancora vivo.
Con il passare degli anni, aveva imparato a leggere anche la venatura delle pipe. Di alcune, improvvidamente ricavate da ciocchi disgraziati, aveva facilmente previsto la sgradevole natura o la precoce vocazione al suicidio: si nascondevano in tasche dismesse fino alla sparizione finale o si buttvano dal terrazzo su uno dei pochi sassi ornamentali del giardino, spezzandosi il collo irrimediabilmente o, addirittura, si catapultavano direttamente dalla tasca in un tombino fognario, azzeccando un’improbabile fessura, apparentemente incapace d’inghiottirle.

Nella meravigliosa vena ascendente di una pipa fiammata, conica, di media capienza aveva, invece, scorto un destino felice, una predisposizione contagiosa alla felicità, forse all’immortalità. Era ben raro che non fosse presente fra le quattro o cinque pipe che solitamente popolavano le sue tasche e non se ne sarebbe separato per nessuna ragione. Quando la sua mano, pescando distrattamente in una delle tasche, la estraeva per caricarla e fumarla, era certo che si sarebbe goduto una bella pipata, senza brutti pensieri.
Da vecchio aveva quasi dovuto smettere, per le pressioni di medici e famigliari sobbillati da paranoiche campagne di dissuasione al fumo, ma ogni tanto una buona fumata nella pipa del destino continuava a concedersela, incurante di rimbrotti e lamentele, finché la rottura di un femore non lo costrinse in ospedale.
Secondo il chirurgo, doveva trattarsi di una degenza breve e senza problemi e tale sarebbe stata se un’inflessibile caposala, animata dalle peggiori intenzioni di far bene, non avesse confiscato la sua pipa dal cassetto del tavolino, dove il nipote premuroso che lo assisteva l’aveva deposta, ben consapevole dell’importanza vitale nascosta nelle sue venature.
Qunando, al risveglio precoce dall’anestesia, nel tentativo di ricostruire la mappa della nuova situazione e trovare un segno della sorte che lo attendeva, volse il suo sguardo dalle pareti bianche ed anonime della stanza al tavolino, per leggerne le venature, dovette constatare che non ne aveva. Non era altro che una triste parodia di tavolo, ricoperto da un laminato mortalmente amorfo. Con impazienza, si girò allora per cercare la sua pipa nel cassetto, staccando tubi e fili che lo impastoiavano, per trovare conforto nella sua venatura rassicurante. Quando lo vide asetticamente vuoto, non ebbe bisogno di altri segni; si adagiò sulla schiena e chiuse gli occhi malinconicamente, consapevole che di lui neppure una ceppaia sarebbe rimasta, per raccontare la sua storia ad un bambino curioso.

Il pensatore

  • “Pensare non è sapere” l’hai mai sentita questa sentenza?
  • Io no, e a te chi l’ha appiccicata? Cosa vorrebbe dire?
  • L’ho sentita al volo mentre stavo uscendo da un caffè. Stavano giocando a tre sette e uno dei quattro non si decideva mai giocare la sua carta, quando toccava a lui.
  • E tutti gli altri friggevano.
  • Soprattutto il compagno del pensatore…
  • …che magari giocava anche male, dopo averci pensato un’ora.
  • Credo che fosse proprio questa la storia. Il pensatore doveva essere uno di quelli che mungono tutte le carte, una alla volta, prima di tirare quella sbagliata.
  • Be’ allora era stato fin troppo gentile; e com’è andata a finire? gliene ha poi dette quattro, come si meritava?
  • Avevo già pagato e stavo uscendo, per questo mi si è appiccicata la frase: è l’ultima che ho sentito: “Pensare, non è sapere”
  • E adesso l’hai attaccata a me. Bisogna che trovi qulcuno a cui darla via.
  • Guarda quel tipo tutto infagottato davanti alla fermata del bus; sta consultando da cinque minuti la tabella degli orari di tutti gli autobus, senza smettere. Prova con lui.
  • Un altro pensatore, eh? Vado subito. Era da quando portavamo le braghe corte che non giocavo più a “dalla via”
  • Vai, prima che salti sull’autobus sbagliato.

Kikazzè?

Quali sono gli elementi che ci aiutano ad associare un nome ad un volto? La faccenda è tutt’altro che chiara e tantomeno scontata, ma qualche passo avanti pare sia stato compiuto dalla Dr Jenny Gimpel dell’University College of London che sta conducendo una ricerca sulle aree del cervello che appaionio coivolte nel complicato processo, che fallisce completamente in presenza di alcune malattie o lesioni che impediscono a chi ne soffre di riconoscere gli amici o, addirittura, i propri figli.

Servendosi della scansione magnetica durante un esperimento di riconoscimento a cui si erano sottoposti volontari sani, la ricerca ha dimostrato che il processo si svolge in tre stadi che coinvolgono tre distinte aree del cervello: la prima analizza le caratteristiche fisiche di un volto, la seconda decide se si tratta di un volto noto oppure no, la terza procede alla ricerca delle informazioni associate a quel volto, attribuendole, ad esempio, il nome.

L’esperimento è stato condotto anche servendosi d’immagini di Margaret Tatcher trasformate gradualmente, per mezzo di un programma di morphing, in quelle di Marilin Monroe. In modo inatteso, il riconoscimento del volto di Marilyn (lo stadio finale della trasformazione) è avvenuto più rapidamente di quanto i cambiamenti delle specifiche caratteristiche fisiche lasciassero pensare.
Il processo a tre stadi (lascia che ti guardi; ti conosco o no; chi sei, come ti chiami ecc.) potrebbe spiegare perché la gente come me, che per mestiere ha incontrato migliaia di facce, tenendo corsi e conferenze in giro per l’Italia, riconosce un volto come vagamente noto, ma non è minimamente in grado di associarlo alle circostanze dell’incontro o, ancor meno, ad un nome che non ha mai saputo.
La ricerca nulla aggiunge e nulla toglie alla inveterata categorizzazione lombrosiana-da-sbarco che accomuna tutti noi mortali nel riconoscimento inoppugnabile delle facce di bronzo, di quelle da assassino e nella vasta e variopinta categoria delle facce da culo.

I colori del bianco

Per la prima volta, con la mostra “I colori del bianco. Mille anni di colore nella scultura antica”, ospitata nella Sala Polifunzionale dei Musei Vaticani sino al 31 gennaio 2005 si è tentata una ricostruzione tridimensionale in scala 1/1 di celeberrime statue antiche di cui, da tempo, si sapeva che erano colorate, a differenza di come appaiono a noi oggi, visitando i musei che le accolgono. Il risultato della ricostruzione è impressionante e supera di gran lunga l’immaginazione. Altroché pallore marmoreo, quello che ci si presenta sono degli elegantissimi pupi siciliani, pitturati senza risparmio per colpire la fantasia di un pubblico avido di sensazioni forti. La parentela con la celeberrima arte policroma egizia o con quella cretese risulta evidente più che mai: si tratta sempre di arte mediterranea, insomma, quella di popoli che vivevano sulle rive dello stesso bacino chiuso in cui la circolazione d’idee era intensissima e ci si “copiava” vicendevolmente senza alcun pudore.

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Il risultato può non piacere perché siamo abituati a pensare all’arte classica come pregevolmente divergente da quella barbarica, puerilmente colorata, ma dovremo adattarci a cancellare i solchi mentali derivati dai nostri studi liceali, improntati ad una visione falsa e piuttosto spocchiosa della classicità che squadre di fisici e chimici hanno fatto a pezzi definitivamente.
La variopinta schiera di bovari sikh, provenienti dal Punjab, che si sono installati a Novellara (MO) e dintorni, e la domenica percorrono strade e piazze con i loro sgargianti costumi, dovrebbero aiutarci ad acquisire una maggiore apertura nei confronti di un mondo in cui il bianco e nero è un’elegante astrazione di una realtà inventata, con buona pace di J.J.Winkelmann (1717-1768) e delle raffinate professorese di storia dell’arte che ci hanno allevato ad una classicità mai esistita.

Mi resta nel gozzo una domanda:”… e se Canova avesse visitato la mostra…?”

Per chi volesse saperne di più, Paolo Liverani, il curatore della mostra, ha scritto una interessante articolo apparso su “Il sole 24 ore” .

Ecco alcuni esempi di statue come apparivano ai loro tempi. Cliccando sulla piccola figura ne otterrai un ingrandimento. Si tratta di un leone del VI secolo a.C.; della “Kore del peplo” – Atene, Acropoli 679 a.C. e dell’Augusto di Prima Porta – Roma 12 a.C. circa.

Leone
Kore
Augusto di Prima Porta

Cuzzano

Nel lungo intervallo di tempo trascorso senza nuovi blogspot mi sono dedicato a riordinare le oltre diecimila e trecento foto digitali ospitate sul disco del mio computer principale. Non ho ancora finito, ma procedo con qualche soddisfazione, adoperando Adobe Photoshop Album che offre strumenti razionali per muoversi nel mare magnum delle fotografie che si sono sedimentate nel tempo, creando percorsi di ricerca praticabili facilmente.
Lo strumento offre anche diverse possibilità interessanti per creare delle raccolte fotografiche in forma di album digitale (composte da pagine html) o di presentazioni in pdf: il formato fruibile con il Reader gratuito, offerto dalla Adobe già da molti anni. L’attuale versione ( Adobe Reader 7 ) è notevolmente migliorata e vale la pena di essere scaricata per sostituire eventuali versioni più datate.

Oggi vorrei presentare una prima raccolta di foto che sfrutta proprio Adobe Reader per mostrarle a piena pagina. Sono state scattate sabato scorso nell’Appennino modenese e bolognese, nell’intervallo fra le due cospicue nevicate di febbraio, mentre anche le stradine di montagna erano praticabili.
Come sempre, il sabato siamo andati a mangiare in una trattoria fuori porta, che ci serve come pretesto per un giretto lungo strade poco battute o deserte, non troppo lontane da casa.
Il titolo della presentazione: “Cuzzano”, accomuna immagini “di stagione” catturate fra le valli del Panaro e quelle del Reno, toccando il sito dove un tempo sorgeva il castello dei Da Cuzzano.

Clicca sulla foto o sul titolo qui sotto per scaricare la presentazione sul tuo disco rigido e vederla poi off-line, con Adobe Reader. In alternativa, potrai vederla anche on-line, senza scaricarla, all’interno di una finestra del tuo browser.
Ti ricordo che in Adobe Reader puoi accedere alla vista a pieno schermo, altamente consigliabile, oltre che dal menu, anche con la scorciatoia da tastiera Ctrl-L.

Accedi ora alla presentazione “Cuzzano

La valle del Sillaro

Sabato scorso, dopo le abbondanti nevicate, abbiamo risalito la valle del Sillaro: un piccolo fiume appenninico in provincia di Bologna che molti considerano come il confine fra l’Emilia e la Romagna storica.
La valle parte dalla periferia occidentale di Castel San Pietro, noto per le sue terme, e culmina nel paese di Sassoleone a quota 500 metri s.l.m. E’ una vallata abbastanza ampia, percorsa da una strada tortuosa che corre a fianco del fiume, meta di appassionati di ciclismo che, in solitario o in piccoli drappelli travestiti di tutto punto da ciclisti, la risalgono mettendo alla prova gambe e fiato sulle salite che si alternano al bassopiano. Ci attendevamo una insolita copertura nevosa e così fu. Colline e calanchi erano bianchi ovunque e gli alberi lungo il fiume e intorno ai borghetti sulle cime dei colli risaltavano, anneriti dal contrasto luminoso, sullo sfondo dando vita ad un paesaggio in bianco e nero.

La padrona del ristorante di Sassoleone, un ambiente familiare annesso al caffè del paese, dove si mangia bene e si beve un buon Sangiovese prodotto in casa, ci confermava che le nevicate di quest’anno sono state più abbondanti e tardive del solito. Ci siamo arrivati all’una e mezza: tardi per le abitudini locali che collocano l’ora del pranzo verso mezzogiorno. Così eravamo completamente soli nella sala del ristorante dove i bambini di casa avevano abbandonato i loro pastelli, album e quaderni su di un tavolo e la sala vicina del caffè era, invece, affollata di paesani impegnati nella briscola o in vena, semplicemente, di chiacchiere.

Sulle pareti del ristorante i soliti brutti dipinti di qualche pittore locale e le foto di viaggio dei padroni: una giovane coppia con due figli in età scolare che preferisce i siti archeologici del Messico alla spiaggia di Gabicce. Anche dai paesini di montagna, un tempo isolati per tutto l’inverno, ci si muove, dunque, e con buon gusto, come testimonia un ritratto di famiglia nel suggestivo spiazzo per la pelota di Chicén Itzà. La cosa ci ha fatto molto piacere e ci ha rallegrato almeno quanto le simpatiche tovaglie stampate con i classici motivi della tradizione romagnola di Gambettola e Sant’Arcangelo sulle quali abbiamo mangiato bene e in assoluta tranquillità.

Le foto che accludo a queste chiacchiere sono montate ad album e ritraggono alcuni scorci della valle del Sillaro dopo le recenti nevicate.

Non saprei dire

“Non saprei dire”. Che cosa?, tu mi dirai. Niente, è lì il bello. Per non saper dire non occorre un oggetto su cui focalizzare il sapere. E’ una formula garbata di disimpegno con il suo bravo condizionale che conferisce sempre una sfumatura di gentilezza inerme che lascia completamente a bocca asciutta l’interlocutore avido di un’ informazione o, semplicemente, di un parere, ma senza infliggergli un “Non so” brutalmente negativo o un “Bo?” ancora più spudoratamente sbrigativo.

C’era una scuola di pensiero, acclimatatasi nelle isole britanniche meglio che altrove, che sosteneva l’opportunità di rispondere sempre in modo positivo ad una richiesta o ad una domanda, relegando la negazione nella parte terminale e conclusiva di una risposta elaborata. A biliardo corrisponderebbe ad un colpo di “calcio” che abbatte vittoriosamente i birilli soltanto nella corsa di ritorno, rimbalzando sulla sponda dopo una compiacente corsa di andata,
Un esempio ambientato ad una fermata d’autobus:
“Ferma qui il 16?”
“Sì, un tempo credo proprio fermasse anche qui, ma malauguratamente non lo fa più”

Quale il vantaggio di questa tecnica tortuosa? Non saprei dire, tuttavia ha goduto di una certa popolarità in epoche e luoghi lontani. Se per civile intendiamo il comportamento più rispettoso delle convenzioni in voga fra la gente “ben-educata” in un certo luogo e periodo storico e più lontano dall’animalità più naif, potremmo concordare che si trattava di un modo civile di rispondere e, volendo spingerci più oltre, potremmo anche affermare che “…fanculo” o un grugnito sono incivili, benché godano di un’indiscussa e crescente popolarità.
“Ma cè forse qualcosa di male in un gruglito?”
“Nth!”

Palloncini e palloni gonfiati

Riteneva che i palloncini non fossero altro che palloni gonfiati e viceversa. Su questo rigido parallelismo semplicistico si sviluppò la sua brillante carriera. La tentazione di vederli scoppiare con un bel botto per ridursi ad un misero cencio inconsistente lo prendeva all’improvviso, senza lasciargli scampo. Se si fosse limitato ai soli palloncini, lo si sarebbe scambiato per un semplicione afflitto da infantilismo dispettoso, qual era, ma quando puntava il suo spillo, nella forma di plateali battutacce adulatorie, contro un suo superiore l’esplosione avveniva ugualmente, ma chi scoppiava e finiva in brandelli era lui stesso.
La pletorica struttura dell’amministrazione comunale, in cui era entrato subito dopo la laurea, era per sua natura incapace di clamorosi licenziamenti ed anche la caienna di trasferimenti punitivi in province remote era preclusa, ma non per questo la sua vena iconoclastica sarebbe rimasta senza compenso

Il primo pallone gonfiato su cui puntò il suo spillo non era che un modesto impiegato con un’anzianità maggiore alla sua, ma destinato a vedere frustrate le sue ambizioni, non tanto per l’inettitudine che lo accomunava a tanti altri suoi colleghi, ma per l’antipatia che la sua prosopopea stantia suscitava. Era dotato geneticamente di una rara varietà di sgodevolezza a largo spettro che sapeva imporsi indistintamente a tutti quelli che lo frequentavano.
Quando Carlone cominciò a punzecchiarlo con forme adulatorie sempre più frequenti e così smaccate da insospettire anche un principe, trovò un claque superiore alla sue attese fra i colleghi che se se la godevano un mondo nel vedere, finalmente, lo spocchioso Balestrazzi spalancare la sua coda di pavone sotto la valanga di complimenti, falsi come denti d’oro. Il successo ottenuto con la sua prima performance lo spronò a perseverare nel suo sport, nella convinzione che ne avrebbe guadagnato in popolarità e, per giunta, senza pagar dazio. Così, in occasione di una riunione plenaria di tutto lo staff, si scatenò in un elogio così spudoratamente adulatorio sulla profondità del discorso programmatico del suo capo, niente di più della solita aria fritta, che risultò chiaro perfino all’oratore che si trattava di una presa in giro sfrontata.
In capo ad una settimana si ritrovò in un piccolo locale del seminterrato, appena illuminato da bocche di lupo, a ricontrollare i registri delle minute spese dell'”Ufficio igiene e manutenzione ordinaria”, un incarico così squallido e privo di orizzonte quanto il locale che l’ospitava.
Difficile scendere più in basso, eppure, anche dal profondo di quella sentina, la sua verve, ormai ammuffita, trovò modo di punzecchiare, durante le sue rare apparizioni, il responsabile dell’ufficio: un esangue impiegato in attesa di pensionamento, che fingeva con se stesso di avere una mansione per non soccombere completamente alla noia. Non disponendo di un incarico operativo di rango inferiore né di un locale più isolato e impraticabile, eccetto lo stambugio della caldaia, lo promossero rappresentante sindacale a vita: per definizione, il pallone gonfiato più vuoto e intoccabile dell’intera compagnia.

Bici e tricicli dell’ottocento

Da piccolo, ricordo che mi divertiva moltissimo uno sketc di Carlo Dapporto sul meccanico della Bianchi che assisteva Fausto Coppi, il “campionissimo” in un’epoca in cui il ciclismo era altrettanto popolare del football oggi. “Mi sun Pinella, meccanico della Bianchi. La bicicletta, la parte più importante è il cambio: fili non fili son trentasei pessi…” questo era l’attacco in un piemontese strascicato quale mi pare di ricordare a cinquant’anni di distanza. La Bianchi verdina con cui Coppi, (assistito da Pinella e dal massaggiatore cieco Biagio Cavanna, anche lui piemontese) vinse il giro d’Italia nel 1953 è tuttora esposta nel museo della scienza di Milano e quel particolare colore è rimasto, da allora, il colore delle Bianchi. Anche in famiglia ne abbiamo avuta una; era della misura adatta ai miei figli quando avevano 9/10 anni.

Sull’argomento biciclette ritornerò. Per oggi chiudo con un album (in formato pdf) di rare bici storiche cominciando da quella realizzata partendo da uno schizzo di Leonardo (1490) contenuto nel Codice atlantico seguito da una serie di foto del museo americano Owls Head Transportation Museum. L’ultima foto dell’album raffigura una bici da donna che è quasi identica a quelle che si possono comperare oggi in un negozio. Ma l’evoluzione continua…