Al sulfaner

E’ appena passato davanti al cancello del giardino della casa al mare un venditore di materassi con il suo furgoncino vociferante, ormai una vera rarità.
A cosa sia dovuta la quasi totale scomparsa della pubblicità vocale itinerante credo sia difficile da dire in due parole. Resta il fatto che ormai sentire passare auto attrezzate con altoparlanti che reclamizzano una prodotto o un evento o un luogo di ritrovo è ormai una autentica rarità anche in posti di mare dove la gente si rifugia d’estate per sfuggire la calura delle città ormai tropicalizzate e soffocate dal traffico.
Ricordo che da bambino, nell’immediato dopoguerra quando nella città semidistrutta si abitava, adattandosi , nelle case rimaste in piedi, la mattina venivo svegliato dal passaggio del solfanaio.
Condividevamo, in subaffitto, con due anziani fratelli, parte di un appartamento principesco che si affacciava su via Guerrazzi quasi di fronte a palazzo Carrati, sede della seicentesca Accademia Filarmonica nella quale anche il giovane Mozart ottenne nel 1770 l’ambita patente di Maestro compositore.
Io dormivo in una stanza che era stata uno studiolo dalle pareti ricoperte di damasco dorato che si affacciava sulla strada al primo piano dove i rumori del portico e della strada giungevano ben distinti.
Spesso, fra questi, arrivava il suono delle trombetta del “solfanaio” che si annunciava agli abitanti mattinieri con il suo urlo cantilenante: “Solfanaio… naio, a je al sulfaner” seguito da qualche colpo della sua corta trombetta curva di ottone. Era niente di meno dello straccivendolo di zona che raccattava tutte le cianfrusaglie di cui ci si voleva liberare pagandole non in monete ma in “sulfanen”: gli zolfanelli con cui accendere il fuoco. Questi antenati dei fiammiferi da cucina, usati come moneta, erano proprio bastoncini con una capocchia di zolfo giallo e lucente. A volte il solfanaio esemplificava con ironia cosa era disposto a raccogliere: “Straz, oss, cavi” (stracci ossa, capelli) sperando in ben altro, naturalmente.
Meno frequenti erano i richiami dell’arrotino e dell’ombrellaio. In un’epoca stentata di cappotti rivoltati e di scarpe risuolate, in cui non si buttava niente. L’arrotino con una piccola mola azionata a pedali su di una bici modificata ridava lucentezza e filo a vecchie forbici, coltelli da cucina e alla preziosissima “coltellina”: il lungo tranciante a punta quadrata con cui si tagliava la sfoglia, ricavandone tagliatelle, tagliatelline da brodo, quadretti, maltagliati e lasagne quadrate.
Veniva religiosamente adoperato dalla sola “resdora” e solo per questo scopo; spesso era custodito in una fodera su misura cucita in casa e noi bambini non dovevamo neanche guardarla.
Meno tecnologica era l’attrezzatura dell’ombrellaio a cui bastava un angolo di portico dove appoggiare i sui modesti attrezzi con cui sostituiva le stecche, il manico o rappezzava la cupola di vecchi ombrelli invalidi che colpi di vento o un uso eccessivo e malaccorto avevano reso inutilizzabili.
Il ciabattino itinerante, invece, non c’era ormai più in città quando ero bambino. Resisteva solo durante la fiera di Santa Lucia, sotto i portici di Santa Maria dei Servi in forma di statuina per il presepe insieme agli altrettanto illustri scomparsi: il vasaio e la mistocchinaia con il suo fornelletto a carbone.
Decenni più tardi durante il periodo estivo quando lasciavamo, come ora, la casa di città per quella al mare ricominciava in forma diversa e molto più fastidiosa e insistente la rumba della pubblicità vociferante. I più molesti reclamizzavano spassose serate in un “piccolo bar club” dove non avrei mai messo piede se non altro per deluderne la insistente réclame diffusa con un nastro senza fine a volume assordante.
Oltre ai materassai, rari arrotini con attrezzature più moderne si facevano sentire ogni tanto di mattino, ma il più caratteristico era un pescivendolo che con voce di tomba reclamizzava il suo pesce con una strascicata cadenza comacchiese: “Pese, pese fresco, pese vivo. Ho la sogliola, la sogliola bella, la sogliola viva. Pese, pese fresco, pese vivo”. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, ripeteva lo stesso mantra senza variazioni, ma dal vivo, senza usare un banale nastro e a bassa voce, quasi un sussurro rivolto a pochi intimi.
Ora non passa più nessuno. Che sia per la pervasiva presenza di AMZON che ti scodella a casa -rapidamente e puntualmente- tutto quello che vuoi, o per altri motivi, non saprei dire. Di certo non mi strappo i capelli ripensando con nostalgia alla vociona invadente del piccolo bar club e non mi manca tanto.neppure “la sogliola bella, la sogliola viva”.