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ven 18 aprile 2008  Effetto farfalla

Attrattore di LorenzLeggo sulla Stampa on-line di oggi un interessante articolo in ricordo di Edward Norton Lorenz, morto ieri a 90 anni. Il celebre meteorologo è il padre della teoria del caos, ora applicata ad una schiera di fenomeni ben più vasta della meteorologia, che spiega la difficoltà estrema di giungere a previsioni meteorologiche attendibili, a dispetto della fittissima rete di stazioni di rilevamento e dei potentissimi calcolatori dedicati alla elaborazione dei loro dati, secondo modelli matematici sempre più raffinati.

La teoria di Lorenz (Deterministic nonperiodic Flow), divulgata giornalisticamente con la fortunata frase: "il battito d’ali di una farfalla in Brasile può scatenare una tempesta in Texas" è comunemente citata con la formuletta sintetica "effetto farfalla".

Curiosamente la rappresentazione grafica del modello matematico a cui Lorenz diede il nome di «attrattore strano», tipico dei fenomeni non lineari, è quello di due complicate spirali che assomiglia proprio alla forma di una farfalla stilizzata, come vedi qui a destra.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) ven 18 aprile 2008  Invia un commento all'autore
"Hac re videre nostra mala non possumus; // alii simul delinquunt, censores sumus." (*)

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gio 17 aprile 2008  Una legna non fa fuoco

Una legna non fa fuoco
due legne ne fan poco
tre legne focherello
quattro legne fuoco bello

All'ora giusta, Luisa entrava nella stanza, apriva la finestra e annunciava l'ora e il tempo: "Buongiorno. L'è bele set or. A ghe fred. Incò a siga i melvistì. St'atenti: a ghe dal gias, per tera." Sembrava che fosse il tempo ad obbedire alle sue parole. Evocava i giorni, uno dopo l'altro, distribuendo come si conviene le giornate di nebbia, quelle di sole e di pioggia, secondo ritmi e scadenze immutabili, consolidate in millenni di vita contadina e rispecchiate dai proverbi. In cucina, il banchetto mattutino di pane secco e sbriciolato radunava i passeri del circondario sul davanzale di marmo della finestra vicina alla stufa, già accesa da tempo. Il grande tavolo quadrato era apparecchiato a metà, con tovaglie ricamate a punto croce che si usavano solo per la colazione. Fra le due finestre, il pendolo con la lancetta dei minuti soggetta alla legge di gravitazione universale più che al contingente imperio degl'ingranaggi, segnava un'ora approssimativa, poco più precisa dell'ombra del sole, ma adeguata ai ritmi di vita.
La grande tazza di ceramica senza manici, pronta per il latte, bollente sotto lo strato di panna, era sempre la stessa, come il piccolo tagliere con il pane secco tagliato in piccoli cunei irregolari, molto più grandi di quelli destinati ai passeri. Il vasetto di marmellata nera di amarene, brusche e squisitissime, e la caffettiera colma e fumante completavano l'apparecchiatura. Mentre mangiavo la zuppa di caffè e latte, quasi sempre arrivava l'uovo sbattuto con lo zucchero, spumoso e pastoso come panna montata. Le varianti alla "colazione" erano rare e se ne discostavano di poco, con giusta ragione.
A volte un panino francese croccante e leggero, ancora tiepido di forno o un pezzo quadrato di stria con il sale grosso in superficie e qualche briciola di ciccioli secchi o gli avanzi di gnocco fritto, tagliato a rombi, da intingere di punta nel caffelatte o nella cioccolata fino a riempirne la bolla maestosa che ne attestava la perfezione.

gnocco fritto


Solo il giorno di capodanno anche i bambini potevano avere un mezzo bicchierino di Sassolino in cui intingere una fettina di spongata, dura di mandorle e canditi, e coperta da uno strato compatto di zucchero a velo.
"Et magnè a basta? ...alora, va mo là, e fa a mot."



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) gio 17 aprile 2008  Invia un commento all'autore
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mer 16 aprile 2008  Cartongesso

arabia- … carbon gesso?
- No cartongesso, con il T, come cartone
- Ah, col T, avevo capito che fosse col B come Arabia.
- Cosa c’entra l’Arabia col cartongesso?
- Se non lo sai tu, io non l’avevo mai sentito nominare prima. E a cosa servirebbe, poi, questo cartongesso, fuori dall’Arabia?
- Per fare i muri, principalmente.
- E secondariamente?
- Certe cose hanno solo un uso principale, come il sapone per lavare.
- Mai dato il sapone a un cassetto scorbutico per farlo scorrere meglio?
- Hai ragione, però non ho mai sentito di qualcuno che, invece, ci abbia messo il cartongesso, anche se teoricamente…
- … o ipoteticamente…
- Sì anche ipoteticamente. Non si può mai dire con questi materiali nuovi. Magari scaldato o sbriciolato, chissà che proprietà ha.
- Però sbriciolare un muro per far scorrere un cassetto non mi sembra una gran mossa, neanche ipoteticamente.
- Infatti; praticamente non lo fanno mai, almeno qui da noi.
- E in Arabia?
- Be’ loro hanno già la sabbia pronta, mi meraviglierebbe che si mettessero a sbriciolare il cartongesso con tutta la grazia di dio che hanno sotto i piedi.
- Dici che adoperino la sabbia per far scorrere i cassetti?
- Non credo, sono nomadi; i cassetti e soprattutto i cassettoni sono poco adatti da caricare sui cammelli.
- Io non ci sono mai stato, ma su questo sono d’accordo con te.
- Perché su cosa non sei d’accordo, invece.
- Su niente teoricamente, ma in pratica potrebbe presentarsi un’occasione per non essere del tutto d’accordo, un giorno o l’altro.
- indovinoFammi indovino che ti farò ricco.
- Lo farei subito se fossi capace. Credi che non lo farei? Poi converrebbe anche a me, per diventare subito ricco.
- E’ solo un modo dire.
- Insomma se ti facessi indovino tu non mi faresti neanche ricco? Non posso crederlo.
- Ti farei ricco di sicuro. Te l’ho promesso e io sono uno di parola.
- Anche questo è solo un modo di dire, allora.
- No, no è un modo di fare. Dì di no. Ti ho mai mangiato la parola, che tu sappia?
- Che io sappia no, ma non ti posso mica stare dietro col fiato sul collo , giorno e notte, per vedere se sei di parola. Sarebbe indelicato.
- Meglio soli che male accompagnati, ma chi trova un amico trova un tesoro.
- Specialmente se il suo amico è un indovino che lo farà ricco.
- Sì, va bene, però smettiamola di parlare sempre di soldi.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) mer 16 aprile 2008  Invia un commento all'autore
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mar 15 aprile 2008  Paloma blanca

Lapland"Una paloma blanca como la nivea"
"Nieve, vorrai dire."
"E’ più blanca della nivea, possibile?"
"No, ma è bella blanca, come la nostra neve"
"Non tanto blanca, allora"
"E’ spagnolo"
"… avessi detto esquimese; gli spagnoli sono come noi: mangia pane, bevi vino"
"Questo è vero, però la Spagna è più vuota di noi"
"Ti piace il pieno?"
"E’ il fitto che non mi piace"
"Questo è vero, eppure c’è un mucchio di gente che lo cerca; pensa a Rimini"
"…s’un si pigia, un ci si diverte"
"L’hai sentito a Rimini?"
"No a Siena"
"Hai cambiato argomento, allora"
"Hai ragione, m’hai fatto venire in mente il Palio"
"Bellissimo, per andarci una volta m’è toccato di rubarmi la macchina"
"La tua?"
"Sì, m’ero scordato le chiavi in tenda all’isola d’Elba e la macchina era a Piombino"
"E come hai fatto, allora?"
"Con un coltello esquimese col manico di betulla"
"In un modo o nell’altro gli esquimesi c’entrano sempre"
"E’ vero. Chissà come fanno, che sono così pochi?"
"Pochissimi, la seconda volta che sono stato dalle loro parti non se ne vedeva uno, poi d’improvviso ne ho visti sei o sette compresi dei bambini, sembravano zingari, dai vestiti e dalla confusione che facevano"
"Che non fossero proprio zingari, di quelli ce n’è ancora"
"L’ho pensato anche io, ma eravamo nella Lapland"
"Allora erano Lappòni"
"Credevo che si dicesse Làpponi"
"T’è capitato di ascoltare quei sistemi di lettura computerizzata? Sbagliano tutti gli accenti"
"Come gli stranieri; magari fanno un bel discorso logico, proprio come noi, ma sbagliano gli accenti."
"E’ il particolare che ti frega, diceva sempre mio padre"
"E’ vero, come in quei film di spionaggio dove va tutto liscio, anche delle faccende impossibili, poi, per una sciocchezza, li scoprono e li mandano in Siberia"
"Quella sì che è bella vuota. C’è un buco immenso, un cratere, ma non di un vulcano, di un meteorite, e non se n’erano nemmeno accorti"
"Ma pensa, da noi se il Vesuvio tornasse a fare il matto, altro che Pompei ed Ercolano stavolta"
"E’ vero, lì sì che c’è un bel fitto, a proposito"
"Ormai non ci si passa più. Se posso, Napoli la schivo. Preferisco andar giù per l’Adriatico"
"Bello, specialmente d’inverno, quando torna verde e limpido anche dalla nostra parte, come in Dalmazia"
"Hai visto quanti zingari?"
"… e tutti con dei macchinoni lunghi da qui a là. Dove li prenderanno poi…"
"Per strada: mors tua, vita mea"
"Mah? Una volta facevano i calderai e i mercanti di cavalli: andavano in giro per le campagne a rappezzare e stagnare caldaie e paioli di rame, adesso la polenta si fa in cinque minuti nella pentola a pressione"
"E viene buona"



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) mar 15 aprile 2008  Invia un commento all'autore
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dom 13 aprile 2008  Pausa pranzo

  • bicchieriScrivere una lettera che preannunci l'intervista
  • Chiarire bene che lo scopo è fare un'indagine
  • Un intervistatore solo. L'altro, eventuale, assiste in rigoroso silenzio
  • Cominciare l'intervista a registratore spento e assicurare
    l'anonimato prima di accenderlo
  • 45-75 min. NO MORE

 

 

 

La pizza, bella al momento dell'atterraggio sul tavolo, era stata deludente; sopraffatta dal gusto di un prosciutto anemico e mal disposto restava a ingombrare metà del piatto. Sboconcellata, fredda, quasi repellente. Ci sarebbe voluto un ragazzo in gita scolastica per arrivarci in fondo.
Dietro la grande vetrina di plexiglass con le fiamminghe di melanzane, pomidoro gratin e asparagi fuori stagione galleggia la nuova barista fra bottiglie e bicchieri appesi a testa in giù come sulle navi. Si muove come una sirena a mezzobusto, asciugando e lucidando con un tovagliolo verde i bicchieri. Quello del nocino, sul tavolo, è ormai vuoto. E' quasi efebica, ma femminile nelle movenze. Sorride fra sé. A cosa pensa? E' giovanissima, pallida, con i capelli troppo neri. L'ombelico, a tratti scoperto dalla maglietta bianca, sottile e scollata, distrae lo sguardo dai piccoli seni aggressivi. Il flou dei vetri di plastica che la separano dalla sala non giova ai suoi lineamenti giovanili. Quasi sommersa dal brusio degli avventori, una radio lontana parla fra rumori spaziali o da flipper. L'ascolta solo lei, forse.
Al tavolo di fronte, bancari in uniforme grigia si attardano in pettegolezzi di lavoro sovrastati da pennacchi vegetali dai colori improbabili a lambire il soffitto e da altrettanto improbabili trofei di pesca fra anticaglie da rigattiere che ostentano una polvere secolare. "La quattrostagioni? Buon appetito." Il cameriere sardo in camicia bianca, magro oltre ogni moda, fruscia fra i tavoli al rimorchio di una cravatta nera di lutti dimenticati.
I due fratelli gestori rimpallano con alterna disinvoltura la loro euforica pinguedine napoletana fra gli angusti passaggi. Una fontanella a fungo perpetua la sua cascata sghemba sui pesciolini rossi, indifferenti al tesoro di monetine portafortuna sul fondo della vasca.
La pipa tira bene. Fuori dai vetri una mandria di motorini allineati al freddo attende il ritorno del padrone. Sintomi e cascami del Natale incombente assediano ogni angolo risparmiato dal traffico. Baracche invereconde sotto ogni arco di portico di fronte alle vetrine più eleganti scoraggiano qualsiasi velleità di passeggiata. "Post prandium, lento pede...", ma non è proprio il caso. E' troppo presto per rincasare e sfuggire al calpestio incessante dei compratori di doni e al ruggito rauco degli autobus.
Non resta che riparare di nuovo al secondo piano nell'ufficio vuoto e quasi buio dove veglia il computer in attesa. Un colpetto sul mouse e lo schermo si rianima dalla pausa-pranzo: "Defrag completato".



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) dom 13 aprile 2008  Invia un commento all'autore
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mar 08 aprile 2008  Santarcangelo di Romagna

Come scriveva Cesare Clementini, storico riminese del 1600: “E’ situato S. Arcangelo distante da Rimino sette miglia, sopra un vago e dilettevole colle di quelli che confinano coll’Appennino e d’ogni intorno scuopre città, ville, castella, monti, campagne, mare e fiumi…” ed è così ancora oggi, anche se la presenza di auto parcheggiate nelle strette vie del borgo antico adagiato sul colle Giove è piuttosto spoetizzante e diventa una vera maledizione per il fotografo in cerca di scorci caratteristici.

Santarcangelo di Romagna

Sabato scorso ci siamo tornati a distanza di alcuni anni dal'ultima visita e il simpatico ricordo che ne conservavamo è stato confermato pienamente. In una bella giornata fresca fuori stagione ci siamo ritrovati a camminare piacevolmente quasi da soli per le stradine del borgo che, per fortuna, non è stato sanmarinizzato dal turismo di massa, ma è abitato normalmente da persone che hanno l'aria di viverci bene e dimostrano cura per i fiori e per la pulizia delle strade selciate.

Deludente è il castello, aperto alla visita di pochissime stanze ammobiliate un solo fine settimana al mese. A quanto ci hanno detto è proprietà di un ramo napoletano dei principi Colonna che vive a Posillipo e poco si cura del castello, dopo avere ottenuto fondi europei per restaurarlo. Peccato.

Cordiale, invece, l'accoglienza alla pro loco dove ci hanno fornito indicazioni utili e una buona piantina del borgo antico. La parte moderna, ai piedi del colle non è né meglio né peggio di altre cittadine della zona a parte la simpatica fioritura d'insegne, di lapidi e mattonelle con scritte e disegni spiritosi sulla vita del paese, non la solita malinconica lapide in versi ai caduti di tutte le guerre oppure il bollettino della vittoria del generale Armando Diaz, per intenderci.

Nell'album di foto scattate durante la passeggiata ce ne sono alcune fra le più divertenti, per vedere l'album clicca qui o sulla foto.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) mar 08 aprile 2008  Invia un commento all'autore
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mer 02 aprile 2008  Castelvetro di Modena

Una settimana fa, al ritorno da un blitz a Fiorano per una incombenza pratica, abbiamo deciso di tornare a casa per stradine di collina prive di traffico e ricche di curve e di angoli trascurati. L'album di foto e una raccolta d'immagini scattate dalla stretta strada che porta dal fondovalle al piccolo santuario della Madonna di Puianello e nuovamente giù fino a Castelvetro, un piccolo centro della collina modenese che ha saputo adoperare parte del denaro che dal dopo guerra ha arricchito questa regione per un gradevole restauro conservativo.

Castelvetro - Modena


Io ricordavo Castelvetro com' era nel '966 quando dovevo raggiungerela quotidianamente in auto da Bologna, anche dopo l'alluvione del 4 novembre che abbatté i ponti di Spilamberto e Vignola sul Panaro, mentre l'Arno, più clamorosamente, sommergeva di fango Firenze.
Era un paese tranquillo con municipio, chiesa, scuole, caffè, sali&tabacchi e un barbiere con cui giocare a scacchi. La scuola media non aveva aule a sufficienza per i ragazzini del paese e di un vasto circondario e a me, giovanissimo supplente annuale, toccò la fortuna di un aula ricavata al pianterreno di palazzo Rangoni, di proprietà della chiesa parrocchiale incombente sull'opposto lato della piazzetta. Sulle pareti solo il ritratto incorniciato del vescovo di Modena e per riscaldarci una poderosa stufa a legna Becchi con i regolamentari cassettoni ed un lunghissimo tubo precariamente fissato al soffitto per incanalare fuori il fumo, vento permettendo. Come porta di accesso era rimasta la stesssa semplice bussola a vetri smerigliati aperta sulla piazza dell'ambulatorio medico che aveva occupato il locale prima che diventasse un'aula provvisoria, così capitava che, durante le lezioni, si affacciase qualcuno in cerca del medico. La faccia sorpresa del paziente mancato era sempre accolta con grandi risate dalle bambine di prima. Quando il tempo era buono ed il mio orario favorevole mi portavo dietro il cane che gironzolava libero per il paese a sazietà prima di venire ad accoccolarsi fuori della porta vetrata, non senza provocare insistenti richieste delle scolare perché lo facessi entrare. Per mitigare l'austerità eccessiva dell'ambiente avevo lasciato che le ragazzine vi affiggesssero manifesti dei loro idoli del momento e, in cambio della cortesia, loro mi avevano portato un bel poster di Marilyn Monroe appeso alla parete di fronte alla cattedra. Ci eravamo anche costruiti un planisfero ed una bella carta d'Europa con pastelli colorati che assomigliavano abbastanza a quelle ufficiali ed erano, comunque, meglio di niente. L'impresa aveva galvanizzato le scolare e l'aula era diventata uno spazio "loro" in cui passare volentieri la mattina a studiare, finché una brutto giorno abbiamo trovato le pareti spoglie: il ritratto del vescovo era rimasto nuovamente solo. I bidelli avevano ricevuto dalla sede centrale di Spilamberto l'ordine telefonico della preside, mai vista né sentita, di staccare e buttare via tutto. Un sopruso frutto di ottusità, per non dire altro. Il prete, un simpatico ragazzo, padrone di casa e insegnante di religione, era completamente estraneo alla vicenda e sorpreso dell'accaduto quanto noi. Non sapemmo mai di chi o di che cosa avesse avuto paura la preside assenteista.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) mer 02 aprile 2008  Invia un commento all'autore
"Hac re videre nostra mala non possumus; // alii simul delinquunt, censores sumus." (*)

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