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gio 27 novembre 2003  Meno mangi, meno invecchi

  • Meno mangi, meno invecchi...
  • ... perché muori subito. Bada che l'avevano già inventato nei campi di concentramento questo trucco che fa anche risparmiare molto sulle spese generali, sull'assicurazione...
  • ... ma no, è una novità: una grande scoperta americana, la chiamano "Calorie reduction" che in forma dimagrita si può anche scrivere CR.
  • Ah, allora, se ha un nome, un cognome e perfino una sigla...
  • Ti sento scettico.
  • Si capisce, se non ti vedessi in faccia, crederei che mi stai prendendo in giro
  • Ma no, è oro colato, l'ho letto su di una rivista; pare che ci sia un gene, il Sir2, che presiede alla longevità e si scatena se mangi poco
  • E com'è che in Africa o in India dove c'è un mucchio di gente che mangia poco e niente muoiono prestissimo.
  • Perché loro non sono mica volontari consapevoli, ma se tu, invece di mangiare un cappone, ti stuzzichi con qualche inslatina e mangi poco come un vecchio, allora il tuo organismo capisce che fai apposta per diventare un vecchio...
  • ... e comincia ad invecchiare subito.
  • A dire la verità, questo è un rischio che si corre. Nessun sistema è perfetto. Effettivamente, pare che la pelle avvizzisca, i muscoli diventino flaccidi...
  • Adesso capisco: si può avere una lunga vecchiaia a patto di cominciare ad invecchiare a quarant'anni.
  • Anche prima volendo
  • Per questo non sono più in tempo. I quaranta li ho già compiuti, ma posso cominciare domani così potrò sembrare un vecchio già a quarantuno.
  • Se ci tieni.

    http://www.zooscape.com/cgi-bin/maitred/GreenCanyon/questw10000233/critiquef100006



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) gio 27 novembre 2003  Invia un commento all'autore
"Hac re videre nostra mala non possumus; // alii simul delinquunt, censores sumus." (*)

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mer 26 novembre 2003  Dalle finestre aperte, entrava in camera il ruggito del leone

Durante il lento risveglio da queste ovattate notti brumose, impigrito dal tepore del piumone, ripensavo all'improvviso tuffo al cuore che mi sbalzava dal sonno alla veglia, quando nelle notti estive, a finestre aperte, entrava in camera il ruggito del leone. Poche centinaia di metri di campi, orti e giardini separavano casa sua dalla mia. Ai tempi del ginnasio gli spazi occupati dalle rare abitazioni qui intorno erano meno numerosi di quelli ancora vuoti che, gradualmente, furono poi riempiti nel successivo decennio.

Le strade, ancora ghiaiose e polverose erano già tracciate, ma prive di un nome. I pochi spazi già edificati, ricavati dalla lottizzazione dei margini settentrionali del parco dei principi H. portavano ancora la numerazione della stretta strada che saliva dalla città a Monte Donato. Casa mia, allora, era identificata come Siepelunga 30/15. Sul vialetto di tigli, tuttora rigogliosi, che la lambisce ad oriente veniva a cantare di notte un usignuolo ed il profumo del fieno sfalciato nel residuo, vasto parco principesco alle spalle di casa, competeva vittorioso con quello del caprifoglio arrampicato alla siepe di fronte.
La sera, mi piaceva fumare la pipa sul balcone, in ascolto dei profumi e dei suoni di una campagna in via di estinzione, guardando le volute di fumo salire al chiarore della città sottostante, in agguato.

Ora Reno II è morto e non è stato sostituito da nessuno dei suoi cuccioli e la stessa gabbia in cui viveva, all'interno dei giardini regina Margherita, suscitando lo stupore e la paura di noi bambini bolognesi, è stata demolita e quasi se n'è persa la memoria. Solo l'odore acre e persistente gli sopravvisse ancora per lungo tempo: uno spiacevole, incancellabile alone della sua maestosa, patetica, persona; un'onta risparmiata ai leoni di pietra del duomo di Modena: eternamente malinconici.

Nell'immagine un leone del duomo di Modena



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) mer 26 novembre 2003  Invia un commento all'autore
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lun 24 novembre 2003  Indovinello architettonico

L'immagine della facciata di S. Domenico a Bologna contiene un clamoros falso architettonico. Qual è?
Si tratta di un elemento aggiunto che non esiste, in realtà, benché sia perfettamente plusibile.




Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) lun 24 novembre 2003  Invia un commento all'autore
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ven 21 novembre 2003  Smarriti a Bologna 3 zampognari a pelo corto. Ricompensa a chi li riporta a casa loro

Anche quest'anno sono ricomparsi, immutabili nel loro travestimento anacronistico da pastori di cartapesta, gli zampognari di Natale. I kamikaze della zampogna e del piffero montanaro se ne scendono a valle da montagne remote, forse inesistenti, e, in mancanza di un presepio dove collocarsi di profilo, ristagnano sotto i portici ripetendo all'infinito la stessa nenia monocorde e mezza stonata di sempre: tiro tiru tiròro tiru...

Forse perchè annunciano il Natale che io detesto, o perché suonano così male o perché sono così fasulli dalla testa ai piedi o perché li associo alla brutta stagione, m'immalinconiscono da morire, come il buio precoce di queste giornate senza colore e non vedo l'ora che siano di nuovo inghiottiti da quel buco nero, da cui sgorgano anche le stupide zucche di Halloween.

Mai che passi sotto le finestre una bella banda scatenata di New Orleans, altrettanto anacronistica e incongruente con la mia città, ma mille volte più spassosa, allegra e travolgente.
Una sola volta mi è capitato di sentire sotto i portici di via Zamboni una jazz band con i fiocchi: erano i pazienti del Roncati, l'ospedale psichiatrico, che manifestavano allegramente il loro dissenso sotto il palazzo della provincia, contro una minacciata angheria che stava per abbattersi su di loro.
Ci vogliono degli autentici matti patentati a piede libero perché si possa ascoltare della buona musica da strada.

Nell'immagine ho collocato arbitrariamente gli zampognari in uno dei piccoli archi al primo piano di un chiostro del complesso monastico di S. Stefano a Bologna. Scatenatevi pure, ragazzi, che i benedettini sono pazienti.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) ven 21 novembre 2003  Invia un commento all'autore
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gio 20 novembre 2003  Indovinello pittorico

Qui sotto vedi un'immagine digitale del Reno nella pianura ferrarese che ho scattato il 15 novembre 2003,
sabato scorso, e successivamente elaborato con Phtoshop, come sempre.
Si tratta di un paesaggio inequivocabilmente autunnale, ma,
per gioco, ho introdotto un'incongruenza stagionale.
Sapresti indovinare qual è e spiegare perché è tale?



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) gio 20 novembre 2003  Invia un commento all'autore
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dom 16 novembre 2003  Avvistato nel megastore un porcospino grande come un paiolo

Nello spingere la porta d'uscita, eravamo contenti come quando, da bambini, ci riusciva di toccare la tana, giocando a nascondino (cucù, dalle mie parti).
Soltanto allora, rinfrancati dalla nebbia pungente, abbiamo trovato, proprio accanto alla porta, l'oggetto simbolico adeguato alla circostanza: un mega portacenere, largo quanto un paiolo che sembrava un porcospino, ispido di cicche spente nella sabbia.

Ormai ce l'avevamo fatta, non restava che ricuperare l'auto con tecniche trigonometriche e baldanza podistica nello sterminato parcheggio pieno come un panettone e guadagnare un'uscita purché maggiore di zero che c'incanalasse, in fila indiana, verso la salvezza.
La libreria a parete che cercavamo l'avevamo vista e ordinata (quasi), benché io sostenga sempre che in questi megastore c'è proprio tutto, eccetto quello che ti serve.

Dentro alla sportina, perché la nostra brava sportina d'ordinanza l'avevamo anche noi, c'era un nuovo bulbo per la doccia in una confezione a prova di scasso e un indispensabile filo da cento lucette di Natale, che ci erano serviti per acquisire il diritto a fare la fila alle casse: procedura indispensabile per poter evadere dal gabbione e tornare all'aria aperta.

Ecco l'immagine digitale riassuntiva dell'evento, ripresa con la mia Sony P1, sempre acquattata in tasca in attesa di eventi millenari da trasmettere alla storia.



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sab 15 novembre 2003  Nudo, si tuffa nell'Adriatico in pieno inverno

Da bambini imparavmo a memoria la tiritera "Trebbia-Taro-Secchia&Panaro" per non dimenticare gli affluenti di destra del Po.
E il Reno ? Si tuffa solitario nell'Adriatico con una propria autonoma foce. Una sottile ragnatela di strade minori e minime costeggia i suoi alti argini o s'intreccia con il suo corso, sprofondato nello stretto alveo verticale.
Senza essere famoso quanto il confratello germanico, citato da Cesare e da Tacito, ha un suo posto fra gli affetti e, talora, le paure della popolazione agricola che vive sulle sue sponde.

In questa stagione, dispone di una quantità d'acqua dignitosa, ancorché pacificamente melmosa; se fosse il Tevere, ci toccherebbe definirlo biondo, con ineluttabile retorica, ma per fortuna è solo un umile fiume di campagna, anche se lambisce Bologna.

La piacevolezza di seguirne passivamente e lentamente il corso in questa stagione, agganciati dalla tortuosità ipnotica delle stradine deserte in testa d'argine, sta nella dolcezza dei colori caldi dell'insieme, a partire dalle foglie dei pioppi cipressini, degli olmi, dei platani e delle rare querce, per continuare con la scura terra arata, i curatissimi frutteti ed i rossi vigneti. Non ci sono stonature cromatiche, insomma, ma una tavolozza pacata, stemperata dalla nebbia , che rasserena lo spirito.

Nella foto il Reno autunnale nella "bassa" ferrarese



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ven 14 novembre 2003  Sei gemelli uniti dalla stessa sorte

Oggi soltanto un'immagine digitale di alcuni pioppi che si sforzano di crescere belli diritti e frondosi, rispecchiandosi e
confrontandosi con l'immagine dei fratelli gemelli a cui è toccata la stessa sorte in nascita e, probabilmente, in morte.


(Colli bolognesi nei dintorni di Monterenzio... o altrove)



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) ven 14 novembre 2003  Invia un commento all'autore
"Hac re videre nostra mala non possumus; // alii simul delinquunt, censores sumus." (*)

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mar 11 novembre 2003  Fonino da polso e senz'auricolari

Per un pezzo ho resistito alle pressioni di amici perché mi dotassi di un telefonino, barricandomi dietro la promessa che lo avrei fatto quando fosse diventato parte di uno strumento da polso sostitutivo anche dell'orologio.

In realtà da tempo mi balla nella tasca destra dei calzoni un gingillo di un'ottantina di grammi che suona come una radio, può farsi ascoltare ad altavoce, esegue comandi vocali oltre a mandare e ricevere chiamate e messaggi. I tasti sono talmente piccoli. però, che occorrerebbero dita appuntite con il temperino da matite e farlo uscire dalla tasca per imporgli di accostarsi all'orecchio è un'impresa acrobatica se si è seduti al computer o in poltrona. Insomma, se fosse al polso e si potesse chiamare e rispondere senza tante storie e senza una specie di tappo in un orecchio sarebbe meglio.
Bene, pare che questo desiderio stia per avverarsi stando a quanto leggo su "Il Nuovo" all'indirizzo:

http://www.ilnuovo.it/nuovo/foglia/0,1007,191638,00.html

In sintesi: "La società giapponese Ntt DoCoMo ha pensato alla creazione di un telefono da polso che al posto dell'auricolare punterà sull'uso delle dita dell'utente. Basterà insomma posizionare la mano vicino all'orecchio e, magia, i suoni delle conversazioni saranno trasformati in vibrazioni che permetteranno di decodificare le parole. Basterà infine avvicinare pollice e indice l'uno all'altro per interrompere la conversazione. Come nei film più avveniristici sul mega-schermo."
Vedremo quanto tempo impiegherà ad arrivare sui nostri polsi.

Nella figura gingilli d'argento vecchio stile per comporre collane e ciondoli. Non si sognano minimamente di contenere un telefono, ma piacciono ugulmente alle signore da tempo immemore.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) mar 11 novembre 2003  Invia un commento all'autore
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ven 07 novembre 2003  In barba alle convenzioni...

In barba alle convenzioni, fece il suo clamoroso ingresso nell'atrio neoclassico del club, ostentando una minigonna simbolica e un largo ombrello da golf, a spicchi di colori contrastanti, completamente aperto. Lo sguardo dapprima sorpreso, poi costernato del portiere la rinfrancò completamente, temeva di non essere stata notata. Prima di affidarlo alla guardarobiera chiuse l'ombrello e lo fissò strettamente con il laccio, infatti era completamente asciutto. Entrare con un ombrello aperto in un giorno di pioggia sarebbe stato troppo ovvio: niente di più di una banale distrazione.
Pur senza essere mai stata omosessuale, si riteneva matura per occupare una posizione di rilievo in una gerarchia ecclesiastica di lunga tradizione, ma sapeva di aver trascurato per troppo tempo le indispensabili relazioni pubbliche, così optò per l'alta finanza.
Presa la decisione, sentì la vocazione al potere ed agli intrighi d'alto bordo germogliare rigogliosamente dentro di sè; le restava solo da stabilire se intraprendere una sfolgorante carriera partendo dal basso o adagiarsi più comodamente nel ruolo della figlia di papà.
Affidandosi all'ispirazione, optò per quest'ultima soluzione generando da zero due facoltosi genitori borghesi ed anche un cane di alto lignaggio.
Compiuta la creazione, non le restava che sfruttare la sua inevitabile posizione privilegiata in società. Un abile sarto e un estetista ancora migliore erano tutto quanto le occorreva, così accadde che si ritrovò rapidamente a capo di un impero finanziario sconfinato, con migliaia di dipendenti e una notorietà planetaria, ma al suo club continuavano ad ignorarla per bieco maschilismo.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) ven 07 novembre 2003  Invia un commento all'autore
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mer 05 novembre 2003  Non sarà il Mosè di Michelangelo, ma ...

Sul grande portone ad arco spiccava una maestosa testa di cavallo in bassorilievo all'interno di un tondo di terracotta del bel colore mattone dell'argilla nostrana ad indicare la presenza di una stalla per il cambio dei cavalli.
Quando ero bambino, tuttavia, la funzione dei grandi spazi che avevano un tempo ospitato i robusti cavalli da tiro erano utilizzati per fabbricare i grossi cestoni destinati ad accogliere i grappoli d'uva durante la vendemmia e altre derrate meno importanti in altre stagioni.
Seduti a loro volta su cestoni, i cestai sedevano in fila lungo il muro circondati dal materiale - rami flessibili di salice e sfogliature di pioppo - che serviva per la costruzione dei loro manufatti, molto apprezzati dai contadini per la leggerezza congiunta alla robustezza.

L'antico mestiere del cestaio non ha mai arricchito nessuno, ma l'atmosfera che si respirava nel lungo salone era distesa e anche allegra. Intrecciare meccanicamente rami e sfoglie di pioppo non impegna certo le facoltà superiori del cervello, né affatica come spaccare pietre con la mazza, così accadeva che chiacchiere e scherzi rimbalzassero di bocca in bocca liberamente, pur senza degradarsi al livello di pettegolezzi oziosi di sfaccendati. Inoltre, un cesto ben fatto e apprezzato da chi lo comprerà non sarà il Mosè di Michelangelo, ma è pur sempre una bella soddisfazione per chi l'ha costruito. interamente con le proprie mani, certo maggiore dell'attività di un operaio in fabbrica.

Forse per questa famigliarità con l'ambiente di lavoro che affonda le radici nella mia infanzia o per il rispetto dovuto ad un manufatto umano atavico, sopravvissuto per millenni pressoché immutato nell'aspetto e nelle funzioni, mi soffermo sempre con attenzione ad ammirare l'intreccio di ceste e cestini e a soppesarli con le mani, ammirato dalla perfezione e incantato dalla leggerezza.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) mer 05 novembre 2003  Invia un commento all'autore
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mar 04 novembre 2003  Katzenbergen

Piantare baracca e burattini e partire era diventata un'abitudine alla quale non sapeva rinunciare. Sosteneva che un tipo sveglio, e lui si riteneva tale, poteva andare a vivere in India e camparvi confortevolmente, se aveva cinquecento dollari in tasca e sapeva come tenerli in movimento e farli fruttare.
Avevo avuto notizie di questa sua teoria e della sua imminente partenza da un amico comune che lo descriveva come un tipo originale dal cognome esotico: Katzenbergen. A circa venticinque anni, non si era fatto intralciare dalla pretesa di concludere studi superiori, aveva condotto una vita abbastanza raminga, se non proprio avventurosa, arrangiandosi come poteva, durante i suoi soggiorni all'estero. Credo che la faccenda si concretasse principalmente in saltuari impieghi come sguattero e cameriere.
Alle uscite seguivano immancabilmente i ritorni per leccarsi le ferite, dormire e mangiare meglio. Quando lo conobbi si era appena licenziato da un discreto impiego in una ditta per il trattamento delle acque che lo pagava piuttosto bene, dopo avere investito su di lui parecchio, sotto forma di lunghi corsi di addestramento residenziali sul lago Maggiore.
Aveva deciso che era ora di partire all'insegna del "vendo tutto e mi ritiro". Doveva raggranellare i fatidici cinquecento dollari con i quali sarebbe vissuto da pascià, comprando, per poche rupie, un pesce madornale, ancora guizzante, direttamente dalle mani del pescatore, per cucinarlo alla brace sulla soglia di una fresca capanna, al cospetto dell'oceano indiano, mentre un sole dell'altro mondo arrossava le nubi all'orizzonte.
Per assecondarlo, comprai da lui un grosso cavalletto fotografico di alluminio che ancora oggi ruba spazio in qualche armadio di casa, senza essersi mai reso utile in vita sua, poi lo persi di vista completamente: sparito nel nulla remoto di una paese estraneo a me come nessun altro, finché, dopo mesi, non ebbi notizia che si era fatto vivo. Aveva scritto una cartolina al suo amico chiedendogli di mandargli qualche dollaro per aiutarlo ad uscire dallo stato di completa indigenza in cui versava, ospitato dai monaci che fornivano a lui, come ad altre centinaia di disgraziati, la famosa tazza di riso al giorno.
E i cinquecento dollari di eterna sopravvivenza? Dalla cartolina illustrata di un bel tramonto sull'oceano indiano non emergeva che fine avessero fatto.




Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) mar 04 novembre 2003  Invia un commento all'autore
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lun 03 novembre 2003  "Due no, ma uno solo si può"

"Due no, ma uno solo si può", questa la frasetta completa che costituiva la formula sintetica ed esauriente del "fantasma fondamentale" psicoanalitico di un suo caro amico, al termine di una lunga analisi conclusasi con successo. Niente di più di così, ma il percorso per vederla affiorare dentro di sé era stato lungo e molto faticoso, a suo dire. Lei aveva cominciato il suo percorso alla caccia del suo fantasma alla fine del liceo. Dopo un paio d'anni di assidua frequentazione di un primo approssimativo analista, un rassicurante superficiale arraffone, con il quale aveva rotto il ghiaccio e sperimentato il primo, sconvolgente transfert, era partita alla ricerca di chi potesse aiutarla veramente, con autentica competenza e l'aveva trovata in una una lacaniana di spicco, tanto esperta quanto priva di fronzoli e indulgenza. Tuttavia, benché indirizzata sapientemente dai piccoli, abili colpi di timone della sua guida, erano occorsi un'altra decina d'anni di proficuo e intenso lavoro per arrivare alla scoperta conclusiva. Nel frattempo era cresciuta, aveva cambiato città, paese e lingua, aveva formato un sua famiglia e trovato un buon lavoro, coerente con i suoi studi, in attesa di raggiungere il suo scopo: conquistare finalmente la liberta di osservare con distacco professionale la realtà, per intraprendere a sua volta la sottile arte di chi ascolta le anime in pena e cerca di scoprire nel groviglio dei loro racconti la trama nascosta che li sottende, invisibile a tutti gli altri, ma non a lei. Il percorso era stato molto lungo e molto faticoso, come in tutte le favole, ma alla fine aveva trovato l'epitome gloriosa del suo fantasma: "Maionese, a parte".



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