Viaggio in Spagna nel 1954

Appunti di Claudia Pollastri Candeli

 

Il reverendo Lorenzo Sterne volle attraversare la Manica per non sentirsi rimproverare la sua ignoranza sui costumi dei francesi,  partito per un puntiglio e con un povero bagaglio di camicie e brache di seta nera, ebbe agio di soggiornare in Francia in modo tale da riportare in Inghilterra una conoscenza così profonda di quel popolo che ancora oggi un viaggiatore, non totalmente sprovveduto, può riconoscere i modi e il genio della gente di Francia, quali egli li ha consegnati nel suo "Viaggio sentimentale".

"Viaggiatrice sentimentale" vorrei essere considerata anche io in questo viaggio attraverso la Spagna. Oggi va di moda la parola "turismo" una parola che richiama un viaggiare frettoloso e superficiale, proprio di chi è intento più alle cose che allo spirito che le vivifica, più al folklore di un popolo che alla sua anima.

Nessuno meglio di me si rende conto che una decina di giorni passati in un paese così vario e così vasto come è la Spagna sono insufficienti; ma appunto il viaggiatore sentimentale è, fra tanti tipi di viaggiatori che il reverendo Sterne catalogò, il solo per il quale un incontro può essere fonte di quella ricchezza senza fine che nasce per conoscenza e comprensione reciproca fra genti diverse di educazione e di razza.

Una visita scrupolosa dei monumenti di una città, un coscienzioso esame di un museo, arricchiscono il nostro spirito molto meno che un incontro imprevisto con l'uomo della strada.

Entrammo in Ispagna per Irun. L'oceano Atlantico si era presentato a Biarritz e ne eravamo rimasti impressionati.

Ci è familiare il calmo respiro del nostro Mediterraneo. Ma ben altro è il respiro dell'Atlantico; impetuoso e selvaggio, spazzato dal vento. Non si può davvero pensare a un'altra riva, che non sia un altro mondo. Biarritz, con le sue architetture pesanti e fastose, ci aveva lasciato un vago senso di malinconia, non priva di una nascosta ribellione verso la troppa ricchezza che sta alla sua origine e che la alimenta.

Cara Romagna, cordiale e ridente, che ospiti con lo stesso viso aperto e rude, la jeunesse dorée e le colonie di bambini poveri, ti rimpiangiamo.

Il tuo mare è un quieto lago, la tua spiaggia si stende libera e aperta ai ricchi e ai poveri. Negli alberghi di Biarritz quali bambini saranno ospitati che non si sentano oppressi dalla loro ricchezza?

Il passaggio attraverso Biarritz fu fatto rapidamente; fuori dalla città ci fermammo a contemplare l'oceano.

La costa, ora alta ora bassa , rende questo tratto di strada molto vario, ma poco accogliente.

Molti campeggiatori sono attendati su una altura. Di notte il fragore dell’oceano deve essere pauroso; avere come unica difesa un telo da tenda, sarebbe per me una forzatura insopportabile.

L'entrata in Ispagna avviene tranquillamente.

I primi chilometri che si percorrono in un paese straniero che ancora ignoriamo sono come i passi di un convalescente, la curiosità, l'entusiasmo sono frenati dal timore di un futuro che potrebbe riservarci cattive sorprese.

Ci soffermiamo ad osservare il fondo stradale. Sappiamo, per esperienza, che lo stato delle strade è direttamente  proporzionale alla ricchezza e al progresso di un paese.

Incominciamo a vedere fin d'ora il cartello che s'incontra più frequentemente sulla strade di Spagna, il cartello dice "OBRAS " ed è onesto. Non è onesta, invece, la traduzione che diamo mentalmente: "lavori in corso”. In verità, novanta volte su cento i cartelli che recano la scritta " OBRAS", indicano che in quel punto ci sarebbero dei lavori in corso. Ma essi non sono in corso proprio per nulla. Raramente oltre il cartello c’è uno sparuto gruppo di operai, ma il sole inesorabile impedisce loro di lavorare alacremente. Del resto, il loro lavoro sarebbe del tutto sproporzionato alle necessità che riscontriamo. La Spagna è dunque un paese povero, è la constatazione di uno stato di fatto che conoscevamo anticipatamente.

Che sia un paese impreparato al turismo lo riscontreremo in molte altre circostanze: la benzina è sempre anonima, la migliore (che qui chiamano plomo) è scadente; i distributori sono rarissimi, antiquati e inefficienti. Se si eccettuano i grandi centri, la ricerca di un rifornimento è un vero problema; qualche volta si trova il distributore, ma non ci si può rifornire contemporaneamente di acqua e di olio. In silenzio, ciascuno di noi pensa, facendo gli scongiuri, a ciò che avverrebbe se avessimo un guasto. Ci faremmo rimorchiare da uno di quei somarelli che passano accanto alla strada su una pista tenuta apposta per simili cavalcature.

In Olanda accanto alla splendida autostrada c'è una pista per ciclisti, qui per i somari. Le macchine americane che viaggiano a centocinquanta chilometri all'ora, splendide di colori e di cromature, sono un anacronismo su queste strade. Che cosa pensano al loro passare i contadini che viaggiano sui somarelli? Donne vestite di scuro cavalcano con un viso quasi ieratico sotto l'ombrellone nero. C'è invidia o pazienza, ribellione compressa o  saggezza secolare in quel lento dondolarsi del corpo stanco? Noi, con la nostra macchinetta utilitaria, non abbiamo rimorsi: non susciteremo pensieri invidiosi da confessare al curato nella discreta ombra del confessionale.

Il quartiere operaio che attraversiamo immediatamente è quasi deserto. Non so quali industrie alimentino questa zona, l'aspetto è tetro e viene fatto di pensare alle frustranti aspirazioni sindacali di una massa operaia che va covando pazienza e rancori.

So che San Sebastiano era una città di villeggiatura regale quando la Spagna aveva un re sul trono. Doveva essere un contrasto stridente, tanto più che la gente basca, come quella della Catalogna, è in perpetuo antagonismo con il governo madrileno; si sentono di un'altra razza più liberi, più antichi e tollerano molto malvolentieri i sistemi della classe dirigente castigliana. Vediamo la loro ribellione oggi, limitata a manifestazioni marginali e innocue: nel battesimo dei figliuoli vogliono rispettata la versione basca del nome, ad esempio.

Anche qui, come sempre, l'attaccamento alla lingua è il sintomo di un distacco profondo. I baschi sanno di essere una razza antichissima. Forse giudicarono sempre la nobiltà della Castiglia come una accolta di parvenus e questo è un punto di vista davvero originale.

Baschi e catalani, alle porte estreme della Spagna, segnano una frattura (o un ponte) fra Spagna ed Europa.

Se io fossi il generale Franco ne sarei ben preoccupata. Deve essere un arduo compito quello di governare un Paese come questa Spagna. Abbiamo visto stampigliato sui muri il viso del generalissimo, ombra e luce, in una maschera che a noi italiani ricorda molte cose tristissime di un passato recente.

Non possiamo sorvolare su certe esperienze di casa nostra e su ciò che ricordiamo della rivoluzione spagnola attraverso le letture. Ci si domanda angosciati, se tutto ciò è veramente finito o se questa sia solo una pausa. Verso che cosa cammina la Spagna?

Si dice che Franco è un uomo molto furbo, il più furbo di tutti, evidentemente. E qualcosa gli avranno insegnato piazzale Loreto, il bunker tedesco e la Casa Rosada, bombardata dagli aerei. La storia, mi vien fatto di pensare, è una operazione algebrica i cui risultati sono fin troppo prevedibili, se si considerano attentamente i fattori, ma l'orgoglio e l'ambizione spesso tentano di truccare i segni, solo il risultato resta sempre quello giusto, alla fine.

Queste considerazioni mi erano suggerite a Burgos dalle scritte di evviva alla falange e al generale Franco; l'aria rovente del mezzogiorno, il tono di decadenza della città, una carretta militare guidata da un soldatino piccolo e scalcinatissimo, rendevano ancora più penosi i miei pensieri.

Ma torniamo dunque a San Sebastiano, che è città assai più moderna. Le strade e i giardini sono ampi ed i caffè affollatissimi; la baia è tranquilla; il vento selvaggio dell'Atlantico non riesce a penetrare nell'insenatura, chiusa quasi per intero dall'isola Santa Clara e dai promontori montuosi e verdi di vegetazione. Gli alberghi che si innalzano lungo la passeggiata che segue la spiaggia furono un tempo lussuosi, ora hanno un'aria un po' vecchiotta.

In Ispagna l'orgoglio è duro a morire. San Sebastiano fu città elegante e non sembra ammettere la sua decadenza. Ma più che nei negozi o nei caffè, la decadenza è evidente nella folla che brulica sulla spiaggia: è una folla inelegante e chiassosa, una folla di piccoli borghesi in gita domenicale.

Per contrasto, ricordo una giovinetta che ho veduto a Cap d'Antibes: era accompagnata da due giovanotti. Bikini e slip, facevano ginnastica dopo il bagno; una ginnastica ritmica come una danza; i movimenti erano sciolti e i corpi erano liberi come certo erano liberi i loro pensieri. L'insenatura pareva riservata a loro; solo un poco al largo un motoscafo trascinava ronzando una ragazza sugli sci. Certo il cardinale Segura avrebbe lanciato l'anatema!

Troppe volte si ha l'impressione che in Spagna si confondano i significati di libertà e di corruzione. Sulla spiaggia di San Sebastiano si addensa troppa gente e non è gente bella.

Dove la spiaggia finisce, l'oceano spinge le sue onde a battere fragorosamente contro i massi che riparano un belvedere. Le onde hanno perduto un poco della loro violenza; noi restiamo assorti a guardarle infrangersi sotto di noi.

Il mare ha una voce, sempre la stessa e sempre mutevole, affascina e spaventa come tutte le manifestazioni più potenti della natura.

Ricordo con quale trepidazione ascoltavo di notte il silenzio, ora breve ora più prolungato, che si determina quando l'onda si ritira. Eravamo in vacanza pasquale a San Felice Circeo, in un alberghetto così proteso sul mare che pareva, affacciandosi, di essere su di una barca.

Mi pareva che il mare fosse un animale immenso che respirasse e sospirasse angosciosamente.

La baia di San Sebastiano ci riservava una sorpresa; infatti la sera, dopo cena, tornando sulla passeggiata, mentre splendeva in cielo una luna chiara che si rifletteva sul mare, ci accorgemmo  che l'acqua si è ritirata lontano lasciando un lungo tratto della baia all'asciutto.

La bassa marea!

Sapevamo che le maree sono fenomeni assai più visibili sugli oceani che sui mari chiusi, ma una cosa è studiarle sui libri, altra cosa è vederle inaspettatamente.

Sotto di noi, dove poche ore prima le onde s’infrangevano contro il muro, ora apparivano i grandi massi accumulati a difesa, del tutto asciutti. Sarebbe bello ora scendere e incamminarsi sul fondo del mare, pensavo. Era un pensiero puerile, in tempi di pesca subacquea e di sommozzatori; ma io sono una creatura antica, cresciuta al centro di una pianura che dei fondi marini ha perduto ogni ricordo.

A San Sebastiano abbiamo avuto i primi contatti con la gente di Spagna: un commesso di negozio, un bambino, un portiere d'albergo, ex guardia civile ed ex torero. Quanto basta insomma!

Ancora prima di scendere in albergo ci premuriamo di comprare una borraccia di pelle. Un negozio ne aveva esposte nella vetrina e la tentazione era forte. Io sola parlo spagnolo in famiglia.

Ma dire "parlo spagnolo" si rivela subito una espressione ottimistica. La sola, devo correggere, che tenta di parlarlo e, se i miei interlocutori sono così cortesi da frenare la loro lingua, imprimendole una moto meno travolgente, posso giungere a capire ciò che dicono. Purché, beninteso, non si tratti di numeri: 8 80 800 8000 diventano tutt'uno. Vincenzo e Sandro, incominciano a ridere alle mie spalle. Non capisco se ridono di me o del commesso. Vedo che il giovanotto si insospettisce visibilmente. Io tento di correre ai ripari. Ma come si fa a scusarsi delicatamente usando le sfumature se, a stento, riesco a dire le cose essenziali? Il giovanotto (bruno e tarchiato, con un viso largo e grandi occhi neri) accetta per buone le mie parole; restiamo scusati di questo sciocco fou-rire da scolaretti.

I rapporti si fanno cordiali, direi anzi calorosi. Addirittura ci indica un albergo, decoroso e meno costoso di quello proposto da noi e del quale avevamo chiesto l'ubicazione.

L'albergo che ci indica è vicinissimo: il giovanotto che si fa sempre più cordiale, ci accompagna qualche metro per indicarcelo: siamo turisti stranieri e ci vuole aiutare. Probabilmente non sa che il cambio è per noi favorevole, che il costo della vita qui ci sembra molto basso.

Ma risparmiare non ci fa male e l'albergo che ci consiglia è vicino. Accettiamo il consiglio e ci salutiamo come vecchi conoscenti. La borraccia che ci ha venduto non è a buon mercato, ma risparmieremo sull'albergo.

Come tutto ciò ci ricorda Napoli! Gli occhi bruni, il gestire vivacissimo, la suscettibilità e la solidarietà che si avvicendano così rapidamente da non lasciar traccia di ombra fra un sentimento e l'altro, come tutto ciò è meridionale e latino! Sono tuttavia un po' avvilita per il mio spagnolo che ha dato così misera prova della sua efficacia. Sono certa che il giovanotto ha colto più la mia espressione che le mie parole, e ha sorvolato con galanteria il maleducato sogghignare degli uomini che sono con me, per omaggio a me che sono donna.

Incomincio a sperimentare quel vago senso di piacere e di imbarazzo che una donna prova in Ispagna. Gli uomini guardano: è uno sguardo rapidissimo con cui tuttavia sì è valutate e soppesate nei particolari. Una donna, in Ispagna, non può dimenticare mai di essere tale.

Ricordo di avere fatto una volta un viaggio con una signora moglie di un diplomatico, che aveva vissuto a lungo in Ispagna. Diceva che una donna spagnola si sente offesa se un uomo non è galante con lei. La signora in parola pareva scandalizzata da questo fatto.

Io sono troppo vanitosa per essere d'accordo.

Ammetto che ciò possa creare imbarazzo. Non tutti i giorni si desidera essere guardate e valutate, ma in linea di massima, siamo sincere,  alla fine non è ciò che una donna vuole?

Il secondo incontro spagnolo fu un bambino, figlio della proprietaria dell'albergo. Era così intimidito che non ho potuto parlare con lui che qualche breve attimo.

L'albergo che ci consigliò il commesso era in verità discreto; il grosso guaio (e probabilmente interessa tutta la città) è l'erogazione dell'acqua ad orario ridotto. Quando ci fummo sistemati in albergo decidemmo di fare un giro in città e finimmo poi per sederci ad un caffè all'aperto, naturalmente. Cominciammo a familiarizzarci con l'aspetto esteriore degli spagnoli. Non conosco molti siciliani e napoletani, ma la gente che sedeva accanto a noi e quella che passeggiava assomigliava stranamente a loro. Mi domando se tutto ciò possa spiegarsi con la dominazione della Spagna nel meridione d'Italia.

La stessa gentilezza tutta formale e caricata, la stessa mancanza di semplicità nell’atteggiarsi anche con i familiari, quel guardare i vicini con sussiego, quegli occhi un po' sospettosi, quella sufficienza pacchiana verso chi è totalmente inferiore che urta tanto il nostro senso democratico di emiliani, tutto ciò ha una aria familiare per noi che da qualche anno viviamo a Roma.

Senza dubbio l'atteggiamento esteriore non basta a giudicare un uomo: conosco siciliani che sono persone di animo buono e gentile. La verità è che sono i loro modi e il loro tono che li rendono sospetti. Gli spagnoli appartengono a un altro paese e le differenze che notiamo fra noi e loro, trovano in noi ampia giustificazione, ma Napoli e Palermo sono in Italia. Perché dobbiamo sentirci così estranei? Quanto tempo occorre affinché avvenga l'amalgama?

È difficile per un italiano del Nord viaggiare in Ispagna senza richiamarsi continuamente alla nostra gente del sud. Ma guardiamo dunque i loro vestiti, il famoso sarto Balenciaga è partito di qua; qualche cosa dovrebbe aver formato il suo gusto. Questo mi andavo dicendo. Uno ad uno osservavo i passanti, le signore dei tavoli accanto. Altro che Balenciaga; qui è tutto da rifare!

Gli uomini hanno giacche così lunghe che sembrano clowns, le signore mettono in mostra un gusto così dubbio in ogni particolare che lo spettacolo finisce per deprimere. E questa è gente ricca? Non potrebbero consultare riviste di moda di Parigi o di Roma? Hanno tutti, uomini e donne un'aria demodée. Così acconciati sembrano tutti piuttosto brutti. Mi pare di vedere il funzionamento delle loro case, certo tutto corrisponde all'abbigliamento: puzza di boria e di stantio, come le punte dei colletti che scendono sul petto a coprire gran parte della camicia. Provo, a guardarli, la stessa insofferenza che sento quando guardo il bottone nero all'occhiello e la cravatta nera dei siciliani. È gente perennemente in lutto e che del lutto si fregia come di una onorificenza. Gli spagnoli hanno abbandonato collari inamidati e cappe di velluto, ma a guardarli controluce si dovrebbero vedere ancora. Non se ne sono mai spogliati, in cuor loro, e l'ampiezza dei loro gesti presuppone cappa e spada così come il loro sguardo cade dall'orlo di un collare di pizzo inamidato.

Intorno a noi ruota la borghesia di San Sebastiano; il popolo non è qui. Sarà la gente dei più bassi strati sociali che ci conquisterà verso questo paese. Domattina presto lasceremo San Sebastiano diretti, per Burgos, a Madrid. Prima di lasciare questa città facciamo un'altra scoperta: il portiere di notte.

La nostra partenza alle 6:00 del mattino appare probabilmente una stranezza da turisti stranieri. L'albergo e la città dormono ancora. In piedi c'è, appunto, il portiere e un gatto soltanto. Pensiamo di far colazione alla svelta ma lui, il nostro uomo, non è dello stesso parere. Non trova il pane, non trovo lo zucchero, impreca contro le cameriere chiacchierone e disordinate. Ci chiama in causa, sì lagna della sua malasorte, ma lo fa con una punta di brio che ci incuriosisce. Ormai siamo svegli e lo guardiamo. È un ometto mingherlino, lineamenti aguzzi e arguti; i suoi gesti e il suo parlare sono scattanti: pare che obbediscano ad un ritmo interiore che ci è sconosciuto.

"Così -dice- dovevo finire alle prese con le cameriere che di tutto quello che va male dan la colpa a me, esse che non pensano che a chiacchierare è a cincischiare! Dopo tanti anni di onorato servizio nella Guardia Civil! Devo fare questo lavoro per campare! Era bene meglio se avessi fatto il torero!"

A queste parole, drizziamo le orecchie. Un torero dunque! È bastato un cenno di curiosità da parte nostra, e l’ometto si drizza sulla persona.

Avrebbe potuto, sì, lui, diventare un buon torero; non uno di questi toreri moderni, pieni di boria, senza coraggio e senza stile, che scendono nella Plaza per denaro, solo per denaro, che fanno i divi. Troppo, li pagano ora. Per questo mancano oggi i grandi toreri; non c'è più passione, solo avidità di guadagno. Ai suoi tempi il denaro che si riceveva in compenso era poco, ma l'onore era grande.

Noi restiamo allibiti a sentire le pretese di un torero appena mediocre. Mentalmente faccio il paragone con i giocatori di calcio. Sono gli stessi discorsi che si fanno in Italia, dopo le sconfitte internazionali: denaro, divismo, mancanza di serietà nella preparazione, sembrano le piaghe comuni agli sport nazionali di qua dalle Alpi e dai Pirenei.

L'unico grande torero vivente di Spagna e Miguel Dominguin, dice, ma non combatte più. E mentre mangiamo ci improvvisa nella saletta semibuia una lezione di stile. Si atteggia, si inarca, leva le braccia, fissa gli occhi, compone e scompone le figure della lotta, proprio come se non in un albergo addormentato si trovasse, ma nella luce di un'arena, gremita di folla, con il toro davanti. Noi restiamo affascinati dalla sua mimica; il primo impeto di riso, è soffocato; c'è in lui, sicuramente, la stoffa del fanfarone, ma si riscatta con un sincero rimpianto per quel suo paradiso perduto.

Forse il suo parlare ha avuto origine dal desiderio di suscitare la nostra indulgenza, nella speranza di strappare una mancia, ma la passione l'ha portato assai oltre.

"Un buon torero aspetta il toro, standogli a fronte, fermo e diritto”. E davanti al suo toro immaginario, l’ometto si drizza, si compone come in una scultura; quel suo asciutto corpo di vecchio ritrova per un breve momento una nobiltà che l'usura di una vita meschina gli ha tolto. L’ometto ci aiuta a caricare la macchina e ci accompagna con i suoi reiterati auguri per il nostro lungo viaggio; ricambia, con uno strizzare d'occhi, il dono: andrà con il nostro denaro a bere un cicchetto; è ovvio che questo faccia piacere anche a noi e ce lo dice. E con il viatico di tale umanissima cortesia, prendiamo congedo dal portiere ex-torero ed ex-guardia civil.

Il cammino che ci proponiamo oggi è assai lungo. San Sebastiano-Madrid è un percorso che dovrebbe spaventarci. Quando a Roma abbiamo progettato il nostro viaggio, ci hanno consigliato di fermarci ad Aranda de Duero e di fare tappa nel Parador che vi si trova. Il consiglio era saggio, ma ce ne accorgeremo soltanto nel pieno mezzogiorno, eppure, non rimpiango di avere percorso in un sol giorno le centinaia di chilometri che separano Madrid da San Sebastiano.

Il sole d'agosto nella sconfinata pianura di Castiglia dà il giusto colore al paesaggio. Spezzando con un riposo a metà del viaggio, le interminabili ore di luce abbagliante, non avrei mai capito l'affascinante crudeltà di questa regione. È un paesaggio che non si guarda soltanto; lo si soffre. Eravamo accomunati così ai poveri contadini dei villaggi che, a larghi intervalli, si incontrano sulla strada quasi deserta. L'aria rovente che ci avvolge, la sete, la polvere, la pelle che si inaridisce come la terra che si fende e si sbriciola sotto la vampa del sole, quel giallo secco senza un riposo di verde, quel cielo a cupola che si vede tutto fino all'orizzonte, dovunque ci si giri, tutto ciò e ben la Castiglia della canzone del Cid.

Se anche non avessimo saputo di viaggiare su un altopiano, sono certa che lo avremmo capito. Da che cosa lo si può dedurre non lo so: ma si ha l'impressione di essere su una piattaforma che ruoti insieme con il cielo. Il giallo intenso del paesaggio si fa amaro dov'è la terra assume qualche sfumatura di rame, allora si pensa alle soglie dell'Inferno. La regione sembra spopolata, tanto è raro incontrare qualcuno. Davanti alle povere case di contadini, chiuse e silenziose, la pula del grano si ammucchia in masse informi. È una pula sbriciolata che fa pensare a una mietitura faticosa e al battere degli zoccoli e dei correggiati.

Ripenso alla canzone del Cid che va in esilio e bussa a una porta per chiedere asilo e alla spaurita, supplichevole voce della bambina che gli risponde di andarsene per non attirare la vendetta del re sulla povera casa. La canzone dice che il CID, con i suoi uomini, si allontana.

Quanto mi appare patetico, ora, il canto antico! La voce supplichevole della bambina, e l'accorata rassegnazione dell'eroe, sono ancora oggi la voce della Castiglia. Non sempre si amano le persone e le cose che la fortuna dipinge con i suoi colori. Nessun paesaggio che io conosca, riporta alla mente le maledizioni bibliche che impongono all'uomo la fatica e il dolore, ma nessuna terra più di questa può condurre l'uomo verso Dio.

Mano a mano che ci si allontana da San Sebastiano, ci si accorge di penetrare in un mondo con caratteristiche uniche, irripetibili; incomincia il vero cuore della Spagna. Sì attraversano da principio i monti che separano le coste dell'oceano Atlantico dall'altopiano della Castiglia. La strada sale rapidamente; di prima mattina troviamo ancora la nebbia. Passiamo in Navarra e poi in Àlava.

Sulla strada lavorano qua e là gruppi di operai che portano tutti il copricapo tradizionale delle province basche: la boina; quello che in Italia chiamiamo appunto berretto basco.

La strada scende e sale, con pendenze notevoli: ci aggiriamo fra i 500 e i 600 metri. A poco a poco i boschi e la nebbia si diradano.  Ci lasciamo alle spalle Vittoria, capoluogo della provincia di Àlava senza fermarci. Il mattino è sempre più chiaro e luminoso: il silenzio sembra farsi sempre più profondo. La vista si apre su un paesaggio incantevole; il primo sole del mattino colora i monti lontani, mentre ci avviciniamo a La Guardia. Attraversando il paese vediamo uomini e donne sulle porte. Ci guardano con curiosità. Noi ci sentiamo anacronistici in un mondo che sembra essersi fermato molti secoli or sono. I Romani furono qui; rovine di edifici sono sparsi qua e là; questo dice la guida. Ma è così inutile ricercarli!

Questa terra assorbe e polverizza ogni cosa umana che non le assomigli.

Il dinamismo del nostro secolo è inconcepibile in questa regione. Essa non respinge l'uomo, qui infatti vi ha abitato fin da tempi remoti, al contrario essa lo fissa nell'immobilismo, lo costringe a mimetizzarsi. I mutamenti possono verificarsi tenendo come unità di misura il secolo.

Giungiamo a Miranda de Ebro che è la prima località della Vecchia Castiglia: la città è attraversata dall’Ebro. La sorpassiamo velocemente e attraversiamo ora una zona molto pittoresca: è l'orrido di Pancorbo, la strada e la ferrovia si snodano fra le rocce.

Le rovine di due castelli, l'uno arabo, l'altro francese, svegliano la fantasia a popolare questo deserto di rocce con armati, rosi dalla malinconia e dalla solitudine. Che silenzio regna in questi luoghi. Entrando nella piana della Bureba, abbiamo fermato l'automobile e ci siamo fermati per sgranchirci le gambe, godendoci il paesaggio. La strada corre in rettifilo in una valle morta: non un albero, non una casa. Sull'anfiteatro roccioso che ci sta alle spalle siamo apparentemente le sole creature vive. Il sole è alto e ormai brucia; tira il vento ma non da refrigerio: è caldo e asciutto e ci ruba le parole. Del resto, il silenzio è anche qui così profondo che toglie il desiderio di parlare.

Riprendiamo il cammino; ancora mancano circa 80 chilometri prima di giungere a Burgos, antica capitale della Vecchia Castiglia. Cominciamo ad essere molto stanchi; il caldo è troppo forte e l'automobile sta diventando uno strumento di tortura. Eppure siamo sempre al di sopra degli 800 metri e la stessa Burgos li supera di parecchio. Tuttavia luce e caldo ci hanno intontito. Quando giungiamo a Burgos ci preoccupiamo solo di vedere il Duomo; è uno dei capolavori del gotico spagnolo. Ci fermiamo nella piazzetta antistante. E’ senza alcun dubbio un'opera imponente e degna di attenzione, ma forse non ero nelle migliori condizioni fisiche per abbandonarmi alla gioia della contemplazione. Tuttavia mi pare che sia un'opera sbagliata; e non tanto intrinsecamente, ma perché è fuori luogo. Il gotico delle grandi cattedrali del Nord presuppone una luce quieta; davanti al duomo di Burgos si riesce a fatica ad alzare gli occhi fino alle guglie, perché il riverbero abbaglia.

Gli artisti che in Italia seguirono lo stile gotico, non lo accettarono copiandolo pedissequamente; quasi sempre lo mitigarono in forme meno esasperate, accettando i suggerimenti delle condizioni ambientali. In altra stagione, anche il Duomo di Burgos sarà probabilmente immerso nella giusta luce; in agosto l'architettura è sopraffatta dalla luce che sulle guglie la divora e in basso la mortifica. L'interno della cattedrale infatti non delude. Ci siamo fermati a lungo per cercare il Papamoscas. La figura a mezzo busto che, aprendo e chiudendo la bocca, suona le ore. Curiosità da turisti ignoranti, d’accordo. Ma è la sola cosa frivola che si può fare a Burgos, credo.

Se dovessi riassumere l'impressione di questo famoso capolavoro di architettura, sarei ingiusta sicuramente. E’ certo, però, che le grandi cattedrali gotiche della Spagna, non possono avere in alcun modo il fascino di quelle di Laon, di Reims, di Parigi.

Un'opera d'arte deve intonarsi con l'ambiente; le grandi cattedrali della Francia presuppongono un cielo fresco e umido, una città popolata di borghesi vivi ed alacri; esse sembrano il coronamento di una lunga lotta per affermare principi che in Ispagna non hanno attecchito mai.

Di Burgos non ricordo altro, né visitammo altro. Quando una città deprime i suoi visitatori come Burgos ha depresso noi in poco meno di un'ora, certamente in essa c’è qualche cosa di sbagliato. Devo confessare una piccola cosa ancora: io sono stata sempre dalla parte degli arabi e non dei castigliani. Lo so bene che la storia deve essere guardata con occhi imparziali, senza passioni. Ma mi è stato difficile sempre guardare anche la storia di duemila anni fa, senza parteggiare per uno dei contendenti. Se consideriamo la storia greca, mi accorgo che voto sempre per Atene; fra egiziani ed ebrei parteggio per gli egiziani. Parlo naturalmente di quelli della Bibbia, non di quelli che addentano l'osso di Suez da due parti. Fra i mori di Spagna e i castigliani, le mie simpatie vanno tutte ai mori.

Ogni volta che penso alla caduta di Granada, mi dolgo come se fosse accaduta ieri e io fossi una delle arabe dell'Alhambra. L'arte degli arabi è quella che meglio si addice al clima spagnolo; ma di questo parlerò a suo tempo: Granada, Cordoba, Siviglia sono ancora lontane.

A Burgos ci siamo fermati a comprare pane e frutta: il pane era bello nella sua forme così varie, ma il negozio era buio e basso. Gli spagnoli che incontriamo ci guardano incuriositi, ma con simpatia. Provo l'impressione che forse provavano i soldati americani, al loro giungere da noi. Il tenore di vita che i nostri abiti denunciano è visibilmente più alto di quello della maggior parte di questa gente. Ma noi non siamo americani: misuriamo troppo a fondo la civilissima miseria di questo popolo, per sentirla con indifferenza e per rallegrarci della nostra maggior fortuna.

Per questa ragione, per le scritte falangiste stampigliate sui muri, per la decadenza palese di una città che ebbe gran coraggio e gran peso nella storia del mondo, il mio cuore si stringe di pietà, ogni volta che penso a Burgos.

E vorrei dimenticarmene per non soffrire con la Spagna. Forse si fa l'Europa soltanto così per la pietà dei nostri fratelli meno fortunati, più che attraverso la pretesa di eguagliare il benessere delle nazioni ricche. Quali grandi torti hanno reciprocamente i popoli europei! Eppure dovremmo bene sentirci inscindibili ormai.

Noi italiani conserviamo ancora le piaghe del governo spagnolo sul mezzogiorno e non possiamo non tenerne conto. Le Fiandre si sono affrancate dalla Spagna e con profitto visibilissimo. Ma quali fermenti di spagnolismo giacciano nel cuore degli olandesi, per esempio, credo sia bene difficile stabilire. Non è ancora sopito lo scandalo che ha scosso la corte d'Olanda a causa della guaritrice in fama di pratiche mistiche che influenzava la regina Giuliana. Ben poca cosa sono i trattati di pace o le dichiarazioni di guerra. È facile spostare un confine, ma è impossibile rescindere i fili che legano gli spiriti!

Sono pensieri tristi quelli che ci accompagnano lungo i 240 chilometri che separano Burgos da Madrid. Il progetto di proseguire senza soste si rivela impossibile: siamo assetati; per questo decidiamo di fermarci ad Aranda de Duero. La Compagnia del Turismo Spagnolo ha stabilito qui, per fortuna, un albergue de carretera.  Ci riposeremo qui una mezz'ora, berremo una bibita fresca finalmente.

Il ristoro che proviamo entrando è indescrivibile. L'albergo è pieno; ci sediamo in una stanza che comunica con quella da pranzo; vi sono divani, poltrone, un camino. Tutto molto bene tenuto e moderno. Le pareti che sono ai lati del camino sono piene di libri e riviste. Bisognerebbe fare un lungo discorso, a questo proposito. Le riviste trattano argomenti che interessano il turista: danze, costumi, lingua, etnografia, teologia, artigianato. Ne sfoglio qualcuna e mi rendo conto della mia massiccia ignoranza (ma questo è un argomento scontato) e soprattutto di quanto sia ricca nello spirito questa terra così povera di beni materiali. Ciò che più ci stupisce è l'abbondanza di opuscoli di argomento politico. La rivoluzione spagnola è presentata al turista nei particolari; ma ci accorgiamo ben presto che le monografie sono “ad usum delphini”. Per un breve momento ho l'impressione di aver fatto un balzo a ritroso nel tempo: venti anni sono aboliti e un senso di nausea mi prende.

Onestamente, non sono scherzi da giocare ai turisti curiosi! Eppure, eppure è difficile staccare gli occhi da quelle pagine. Trovo, sfogliando, il nome di Togliatti. Confesso che mi ci sono buttata sopra, con un’avidità di cui dovrei vergognarmi: sapevo che avrei trovato scritto tutto quello che desideravo e anche di più. In verità non me ne lagno; l'ho detto, nemmeno se si tratta di un re ittita vedo la storia con imparzialità. E Togliatti non è, purtroppo, un re ittita.

Il cammino che ci sta davanti mi fa ricordare ciò che si dice della Castiglia: “ nove mesi d'inverno e tre mesi di inferno”. Anche l'inverno deve essere triste qui. Quando un popolo ha avuto in sorte un re come Filippo II e un clima come quello che stiamo sperimentando, non bisognerebbe regalargli anche uno straniero rivoluzionario come Togliatti.

Mi consolo pensando che qui devono essere avvezzi a considerarlo un russo. Speriamo, almeno.

Da qualunque parte uno si trovi a militare, qualunque sia l'idea politica in cui si ha fede, in Ispagna si troveranno amici e nemici; sono certa che le ferite profonde che questa gente ha sopportato, sanguinano ancora. Questa tregua è stanchezza, è paura, è attesa?

Gli spagnoli hanno impiegato tanti secoli nella " riconquista "; è gente che sa aspettare, quindi. Coloro che sono dalla parte della Spagna vinceranno, un giorno, ma ciò, lo credo con certezza, non avverrà senza nuovi sussulti. Togliatti, Hemingway e tutti gli altri stranieri che hanno gettato olio sul fuoco e si sono buttati nella mischia, hanno avuto torto o ragione? Con quale diritto essi sono venuti qui? Era odio o amore per la Spagna che li spingeva? Se, disgraziatamente si ripetesse una guerra civile, forse anch'io sarei qui e non verrei più come turista. Ma non verrei a combattere, solo a soffrire con questo popolo i cui dolori sono sempre e soltanto secolari.

Lasciamo Aranda de Duero, la strada diventa sinuosa e accidentata, la guida parla di una vittoria napoleonica al Puerto di Somotierra; siamo a 1444 m. Passata la Sierra di Guadarrama, si scende fino a Madrid. Di questo lungo cammino non ricordo niente; la fatica è stata troppo forte e mi ha esaurita. Non so se a stancarmi sia stato il caldo o la fatica oppure l'accumularsi di sensazioni che abbiamo raccolto durante la giornata. A pomeriggio avanzato entriamo in Madrid.

La città ci appare subito nel suo aspetto di capitale; grandi palazzi e strade diritte e molto ampie. Cerchiamo di orientarci, ma ci è difficile trovare un albergo che alcuni amici ci hanno consigliato. Decidiamo di fermarci all’Hotel Nacional sul Paseo del Prado. La strada che abbiamo percorso per giungere al Prado ci ricorda un poco Roma: alberi, aiuole, fontane, palazzi. Ci sentiremo meno stranieri. Io sono particolarmente consolata perché so che accanto a noi c'è il Museo Nacional de Pintura del Prado. Non mi sentirò mai sola dove ci sia un quadro del Veronese.

Confesso che la visita al Museo del Prado è il mio scopo principale. Lo penso forse perché già sono qui e una metà del territorio spagnolo è già percorsa.

Dalla visita del Prado mi aspetto molto; dalla città nel suo complesso un po' meno. Mi riprende l'ansia che purtroppo caratterizza molti dei miei viaggi e non i miei viaggi soltanto. Sento intorno a me tante esperienze da vivere, tante bellezze da conoscere, tanta vita, insomma, dalla quale la fretta e la trascuratezza possono escludermi. So che è inevitabile che avvenga una cernita, ma non mi consola. Mi accade un po' dappertutto: A Roma, a Parigi, come in Ispagna.

Quando vedo una città stendersi ai miei piedi, penso ai milioni di creature umane che vivono in essa. Li vorrei conoscere uno ad uno, partecipare alla loro vita, così non mi basta vedere i monumenti principali, ma vorrei attraversare, strada per strada, tutta la città.

È troppo breve e troppo chiusa la vita dell'uomo. È questa forse la ragione per cui preferisco appartarmi totalmente: il pensiero penetra dove non potrei giungere mai. Mi domando se anche gli altri sentano la stessa mia ansia. Quando ero una bambina il mio orizzonte era chiaro; volevo (o mi pareva soltanto) poche cose. Più il tempo passa e più sento che la vita stringe intorno a me un cerchio soffocante, mentre i desideri da soddisfare aumentano e con essi aumenta l'angoscia e la fretta di vivere.

L'età matura dà a tutti questi doni?

E se giungerò alla vecchiaia, quali saranno i miei pensieri? Che versi bugiardi quelli del Manzoni! "i vegliardi che ai casti pensieri della tomba più schiudono la mente ".

Ringrazio mio marito: a lui, alla sua saggia pazzia devo questo viaggio in Spagna che ho desiderato e contrastato con tutta l‘incongruenza che costituisce la mia più bella virtù. Perché il mio cuore non riesce mai a mettersi d'accordo con il mio cervello? Se un giorno saremo ricchi, sono certo che i regali che mi farà saranno regali importanti. Ma niente potrà farmi più piacere di questo viaggio. Anche Madrid mi ha lasciato ricordi incancellabili: Il Museo del Prado, la Puerta del Sol, la Corrida, la Plaza Mayor, il Pardo.

Madrid è una città molto grande e come sempre mi riesce difficile orientarmi, anche nel ricordo. Inoltre le sue strade portano nomi che suonano familiari all'orecchio, così che difficilmente si riesce a fissarne l'aspetto ignoto collegandolo al nome. Abbiamo passeggiato di giorno e di notte per le sue strade; il confronto con Roma nasce spontaneo. C'è qualche cosa di comune che purtroppo segna un punto a sfavore di queste in confronto a Parigi: la vita notturna è quasi inesistente; senza dubbio vi sono luoghi di divertimento, ma non si sente il fervore di vita che spumeggia a Parigi sulle strade e sulle piazze. A Parigi viene voglia di andare in giro tutta la notte, a Roma e a Madrid ci si sente costretti ad essere morigerati. Difficilmente riuscirei a comporre un tutto omogeneo con i ricordi che mi restano di Madrid. Rimane un mosaico dal fondo generico e qualche tessera di colore squillante è inconfondibile.

Tale e la Plaza Mayor; soltanto a Bruxelles ho provato una sensazione simile a questa, di coerenza e di compattezza. Sono due piazze con una fisionomia particolare. Gli edifici che la formano sembrano nascere da una unica radice; l'aria che vi circola ha un odore è un sapore diverso da quello delle vie adiacenti: l'atmosfera è immutata da secoli, senza avere nulla perduto della sua freschezza primitiva.

Dimenticare se stessi, le proprie prevenzioni, i propri gusti, sentire il proprio spirito e il proprio corpo aderire gioiosamente all'opera che ci si offre, è certo ciò che di più bello possa offrire la vita. Sì tutto ciò è suscitato da una creatura umana, lo chiamiamo amore. E dovremmo chiamarlo amore anche se ci viene dalla musica, dai colori, dalle pietre.

Giungemmo alla Plaza Mayor sul far della sera, mentre cercavamo Sant'Isidro. Nella piazza si entra all'improvviso perché essa non ha larghe vie d'accesso; vi si accede per archi che quando si è all'interno scompaiono quasi alla vista. Non riuscirò forse mai a parlarne compiutamente. Gli edifici settecenteschi che la circondano sono tutti della stessa altezza e dello stesso colore; corrono i portici e i balconi sulle facciate bruno dorate. È come un grande teatro quadrato. Teatro è stato infatti, se togliamo a questa parola ogni carattere di frivolezza. Qui si celebrarono autodafè, corride, drammi religiosi, tornei, che i re presiedevano dal balcone della Panaderia.

Un altra opera del '600, la statua equestre di Filippo III dell'italiano Pietro Tacca, equilibra ora la piazza.

Se Lawrence Olivier e Vivien Leigh venissero in Ispagna a rappresentare il Titus Andronicus, questo sarebbe il luogo adatto.

La signorina che ci ha venduto le nacchere, in un piccolo negozio di questa piazza, aveva la stessa grazia di Vivien Leigh; forse per questo me ne rammento ora.

Si scusava freddamente di non saper suonare le nacchere, ma nell'insegnarmi ad adattarle alla mano, per un breve attimo le fece vibrare.

Gli spagnoli ballano e uccidono tori per questo, credo: per uscire dalla mortificazione quotidiana, che una religione troppo grave impone loro da secoli. In queste due manifestazioni gli spagnoli riversano i sentimenti che non possono manifestare in altra forma.

Il portiere deli’Hotel Nacional ci prenotò 3 posti all'ombra per la corrida del pomeriggio seguente. La nostra aspettativa è grandissima. So che molti turisti rifiutano di vedere questo spettacolo perché, a  priori, lo considerano assurdo e crudele. Da parte nostra, siamo andati subito, appena giunti a San Sebastiano, a cercare la Plaza.

Quando non c'è corrida, l'Arena è un luogo sconcertante: tutto attorno è polvere e disordine e un forte odore di animali selvatici.

Ho visto a volte gli stadi vuoti in Italia: Ma non assomigliano in nulla ad una Plaza de Toros fuori d'ora. Se qualche cosa da noi può rammentare le arene spagnole è il Colosseo; ma troppi secoli di silenzio si sono rappresi su queste rovine.

La Plaza de Toros, quando è vuota, e in attesa della sua folla, dei suoi toreri, delle sue fiere sanguinanti.

Eravamo commossi all'inizio dello spettacolo. I cuscini in affitto, i venditori di bibite sono un incidente del tutto trascurabile. Quando entriamo, molti posti sono ancora liberi, ma si riempiono rapidamente.

La folla che ci sta di fronte è immersa nel sole: i colori sono vivissimi. Come un batter d’ali li muove: sono i ventagli delle donne, chi si agitano continuamente. Neppure nei momenti culminanti della lotta, i ventagli si arrestano. Lo spiazzo centrale è tagliato obliquamente con un taglio netto: ombra e luce, sembra l'esaltazione della vita e della morte che sono in attesa.

Dietro le palizzate c'è una folla di uomini: sono coloro che si preparano, ciascuno secondo il compito che gli è stato assegnato, a lottare contro il toro.

Mentre aspettiamo che lo spettacolo cominci, ci guardiamo attorno.

L'architettura dell’arena è un ibrido tra lo stile moresco e la funzionalità moderna. Questa di Madrid è molto grande; ma è evidente che in una Plaza de Toros, la linea architettonica è obbligata. Gli ornamenti sono superflui e giovano alla costruzione solo dall'esterno. Qui vi è nella parte più alta una galleria, mi pare, ad archi moreschi.

L'attesa e la tensione che  ne deriva diventano sempre più intense.

Scopriremo quale sia la ragione per cui gli spagnoli si appassionano a questo spettacolo? Uso la parola spettacolo perché ogni altra mi sembra inadatta: non è gioco o sport, quantunque abbia con esercizi sportivi qualche lato in comune: crea nella folla l'entusiasmo collettivo, li accomuna la prospettiva di creare i suoi campioni, per adorarli o schernirli. In coloro che esercitano l'arte del torear c'è, tuttavia, un lato che è di natura ben diversa: forse lo si può trovare soltanto nei ballerini di alta scuola.

Un buon torero deve far dimenticare alla folla che egli rischia ad ogni passo la propria vita: il coraggio deve celarsi nello stile, nella perfezione estetica.

Soltanto dopo aver visto una corrida mi è riuscito comprensibile il fascino che i toreri esercitano sulle donne. Nessun uomo è più uomo di un torero. Vive tra animali selvaggi e uomini rozzi, l'umido respiro del toro, il suo sudore acre e il suo sangue denso lo sfiorano e lo investono e il torero appare ad ogni lotta e in ogni momento della lotta stessa, chiuso nel suo rigido abito di raso e lustrini. Quanto più il toro è furioso e potente, tanto più risalta il corpo asciutto e guizzante dell'uomo che lo sfida.

 

FINE DEGLI APPUNTI MANOSCRITTI DEL PRIMO VIAGGIO IN ISPAGNA NEL 1954 DI

CLAUDIA POLLASTRI CANDELI

 

Appunti sulla corrida scritti a Bologna nel 1958 da Claudia Pollastri Candeli

 

La corrida alla quale assistemmo si svolse lentamente con ripetuti incidenti. Un torero fu ferito durante la carica del toro due volte. I turisti volgono altrove il viso disgustato e inorridito, almeno all'inizio. Gli spagnoli incitano il torero, qualche volta applaudono, qualche volta disapprovano clamorosamente la sua condotta. Le donne si fanno vento, sempre. Una delle manifestazioni più caratteristiche della corrida e il grido “olé” che sottolinea i movimenti culminanti. Anche nel ballo e nel cantare flamenco il coro manda lo stesso grido: non assomiglia a niente che io conosca e a distanza di anni mi risuona ancora nell'orecchio. La corrida consta di tre parti: la parte iniziale, di passaggio: i toreri richiamano il toro, lo fanno muovere, lo costringono all'assalto e, spesso, fuggono dietro alla palizzata, quando il toro carica e nessuno degli altri toreri nell'arena riesce a distrarlo. A volte il toro cozza contro le alte assi con tutto il suo peso e questo è un primo assaggio. A volte il toro, frastornato, resta fermo per un poco nel mezzo dell'arena, la bestia brilla al sole e si vedono i muscoli fremere sotto la pelle.
La seconda parte è quella riservata al picador. Non sono esperta e non sono spagnola: ma è uno spettacolo orrendo di crudeltà dell'uomo verso la fiera e contro il suo cavallo. Entrano poi in scena le banderilass.
Questa è la fase più elegante dello spettacolo. L'uomo armato soltanto delle due asticciole ornate di nastri si mette in mezzo alla piazza e richiama con la voce o saltando leggermente a piè pari il toro, affinché carichi.  Come è piccolo il torero e inerme di fronte alla massa bruna che gli si avventa! Da una parte cervello e agilità, rivestite di colori splendenti, dall'altra il toro, massa fatta di forza, di furore, di dolore.
Il gioco può essere mortale perché l'uomo e la fiera si stanno di fronte, nudi e si corrono incontro. Ho guardato il banderillero con una attenzione particolare; il viso è chiuso, concentrato, la immobilità iniziale è densa di presentimenti di morte. C'è nel l'abbassarsi del mento un atteggiamento da danzatore stregone e la paura circoscritta dal coraggio
Quando il toro si slancia a testa bassa, l'uomo fa qualche passo (come leggero!) di corsa incontro a lui. L'urto sembra inevitabile ma, ecco, già il toro passa oltre e le banderillas gli sventolano sulla schiena che si riga di sangue.
Vorrei poter disegnare l'angolo che le due asticciole formano sulla schiena del toro è una geometria pura e pur così densa di simboli.
La morte va, la morte viene, vibrando in nastri variopinti. Il torero che ha finito di conficcare le banderillas è di nuovo un danzatore che tocca il suolo.
Che cosa prova un uomo, giovane e saldo, dopo tale esperienza? E che cosa lo induce a ritentare? Io non credo che la fama e il denaro bastino a spingere un torero nell'arena. Da profondità insondabili germoglia il fiore dell'audacia. Il piacere di sfidare la belva, forza senza un'anima, affinano l'amore del rischio al punto che vuole mascherare il rischio sotto le vesti della bellezza.
La corrida e la danza sono le due facce dell'anima spagnola e gli “olé” che li accompagnano sono il coro di un rito che è lo stesso. Richiamano alla luce del cielo l'anima, sepolta nelle buie profondità della carne. L'uccisione del toro è  la catarsi: le mule che trascinano il corpo inerte della fiera, sono come squilli di tromba per una vittoria.